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C276t 



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UNIVERSITY OF ILLINOIS LIBRARY AT URBANA-CHAMPAIGN 



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Llòl— O-1096 



TUNISI E TRIPOLI 



DELLO STESSO AUTORE 

Pagine garibaldine — Dalle memorie del maggior© 
N. Castrini - Torino, 1909. 

Eroi garibaldini — Due volumi - Bologna, 19 io. 



GUALTIERO CASTELLINI 



TUNISI 



TRIPOLI 




TORINO 
FRATELLI BOCCA EDITORI 

MILANO-ROMA 
I9II 



Proprietà Letteraria 



(94) Stabilimento Tipografico Dott. Guido Momo - Torino, Via R-iberi, 6. 



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SCIPIO 5IQHELE 

COM DEVOZIONE FILIHLE 



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Prefazione* 



« Nell'ora presente l'Italia ha dinanzi a sé 
quattro incognite fatali: Trento, Trieste, Tunisi 
e Tripoli, le quattro T del mistero e dall'avvenire ». 



POSTAL INSURANCE 




In consideration of the premium and other conditions 
stipulated in the policy under which the book from 
which this certificate has been detached, has been 
issued, does instare the party named therein, agrainst 
loss or damage in accordance with the terms of said 
policy, on property while in transit by Regristered, 
Unregistered or Parcel Post Mail, This certificate to 
be enclosed in the package containing- the property or 
with the invoice describing: said property. 



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e con un contenuto atto a spiegare come non una 
preoccupazione formale, ma una conoscenza esatta 






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Prefazione» 



« Nell'ora presente l'Italia ha dinanzi a se 
quattro incognite fatali: Trento, Trieste, Tunisi 
e Tripoli, le quattro T del mistero e dell'avvenire ». 
Chi ha detto un giorno queste parole, compia- 
cendosi forse della singolare allitterazione, ha 
espresso una verità semplice e grave. 

Analizzare quali problemi reali si nascondano 
dietro queste quattro incognite della nostra poli- 
tica estera dovrebb' essere il compito del naziona- 
lismo, che nella considerazione de' problemi 
interni della nazione è forse il più attivo, ma 
non l'unico, fra i partiti ; mentre per i problemi 
della politica estera dimostra, unico, una preoc- 
cupazione caratteristica. 

Manca un libro che al pubblico si affacci con 
un chiaro titolo incitatore — Trento e Trieste — 
e con un contenuto atto a spiegare come non una 
preoccupazione formale, ma una conoscenza esatta 



Vili PREFAZIONI-; 

del problema dell'Irredenta c'induca ad affrettarne 
la soluzione. Ma non mancano, intorno a siffatto 
argomento, libri ottimi e saggi notevoli; non 
manca un'opinione pubblica vigile ed accorta, 
pronta sempre a porgere orecchio a quanto 
avviene lassù.' Un primo passo nella rivendica- 
zione di Trento e Trieste è stato compiuto: 
lo stadio che dirò della preparazione culturale. 

La desiderata autonomia amministrativa del 
Trentino e l'istituzione dell'Università italiana a 
Trieste sono, secondo la comune cognizione, i pro- 
blemi essenziali di queste regioni ; il pericolo tedesco 
ed il pericolo slavo i fattori massimi nella terribile 
lotta linguistica; il problema politico-militare dei 
nostri rapporti con l'Austria, complicato col pro- 
blema politicamente più vasto della situazione 
nostra nella Triplice, e con quello commercial- 
mente gravissimo del predominio nell'Adriatico, 
sono i nodi gordiani che noi non sappiamo scio- 
gliere, ma di cui conosciamo bene le interne 
volute. 

Ma se l'Italia ha, forse, una coscienza nazionale 
irredentista, non ha uno coscienza coloniale. Al 
Congresso nazionalista di Firenze non si è parlato, 
e il sintomo è grave, di alcun problema colo- 
niale. 



PREFAZIONE IX 

Di fronte al problema di Tunisi e di Tripoli la 
nostra ignoranza è maggiore di quella che sia 
di fronte al problema irredentista, maggiore e — 
sia detto una volta sola, con sopportazione — 
più naturale: le due terre dell'Africa settentrio- 
nale non sono, come le terre irredente, nostre di 
sangue e d lingua: pochi legami sentimentali 
ci avvincono a quelle. 

Pure, politicamente, il problema di Tunisi e di 
Tripoli sta a pari con quello di Trento e di Trieste. 
L'Italia deve affrontare l'uno e l'altro. Forse un 
giorno dovrà scegliere fra i due. 

Di qui l'onesto dovere del nazionalismo, di 
destare l'opinione pubblica, orientandola anche 
verso il sud. Facile, per ora, il compito: compito 
puramente informativo. Di fronte a Tunisi ed a 
Tripoli noi dobbiamo ancora compiere quella che 
ho chiamato la preparazione della cultura. 

Conoscere le antiche vicende degli italiani nel 
Mediterraneo e le attuali condizioni di quelle 
terre, il valore dell'elemento indigeno e dell'ele- 
mento immigrato, l'atteggiamento della Francia 
repubblicana e della giovine Turchia di fronte 
all'Italia ed agli italiani; le fasi della nostra in- 
fluenza, ch'è a Tunisi perduta, che va perdendosi 
a Tripoli: ecco altrettanti problemi su i quali mi 



X PREFAZIONE 

par doveroso richiamare l'attenzione degli ita- 
liani. 

Richiamarla, semplicemente: con un sistema 
egoisticamente obbiettivo, che copra la responsa- 
bilità della guida, vietando ogni accusa di esage- 
razione e di partigianeria, e ponga sgomento di 
fronte al problema il lettore. Risolva chi può. 
Affacciare un individuo alla considerazione di 
uno stato d'animo grave è, di per se, opera degna. 

Il libro che licenzio al pubblico non ha che 
questo scopo. È un libro che non ha bisogno di 
prefazione, poiché è tutto una prefazione all'opera 
di là da venire intorno a Tunisi ed a Tripoli. Chi 
la darà al nostro paese ? Non so : mi accontento 
di dimostrare che di tale opera abbiamo bisogno. 
E per ciò, piuttosto che una prefazione, scrivo 
qui una nota. 

Queste pagine sono il frutto di una breve espe- 
rienza personale: per incarico di quella valida 
associazione che è la « Lega navale italiana », ho 
compiuto quattr'anni or sono un viaggio in Tunisia 
ed in Tripolitania. Di quel viaggio ho serbato 
qualche nota. 

Non conosco accumulatore che superi in potenza 
il cervello di un uomo che viaggia. Di continuo 
si verifica dinanzi alla retina de' suoi occhi uno 



PREFAZIONE XI 

scorcio rapidissimo, visivo ed intellettivo. La 
rapidità stessa della visione gl'impedisce di fer- 
marsi su circostanze di nessun conto. Sintetizzando, 
ogni uomo denuda l'imagine che gli sta innanzi, 
e pura e spoglia la vede, qual'è. Ogni viaggiatore 
non indotto si può trovare in siffatte condizioni. 
Così mi accadde, viaggiando a traverso la Tunisia 
e la Tripolitania, di percepire come la mia facoltà 
apprensiva fosse insolitamente lucida, e come la 
mia facoltà sintetica fosse singolarmente chiara. 
Per ciò, forse, le brevi note che pubblico sono 
qualcosa di più e di meglio dell'esperienza perso- 
nale di un viandante nella terra del sogno. Sono 
la descrizione di Tunisi e di Tripoli viste a tra- 
verso le lenti di un italiano. Un italiano che sa e 
che vuole, non può essere buon giudice dei massimi 
problemi della nazione ? 

Ho conservato a questo volume il carattere 
modesto con cui è nato, nel quaderno d'un diario 
ed in un fascicolo di appunti. Poi che non risolve 
con originalità di vedute nessun problema nuovo, 
ne illustra in modo particolare alcun fatto, ma 
riassume piuttosto ed espone quanto deve sapere 
chi voglia avere delle terre di Barberia una cono- 
scenza elementare, il libro si presenta al lettore 
come una monografia bipartita : nella prima parte 



XII PREFAZIONE 

— diciamo onestamente e francamente l'intento 

— vuole apparire come un itinerario africano 
ch'io mi augurerei potess'essere il breviario intel- 
lettuale di ogni viaggiatore italiano in Barberia; 
nella seconda parte vuol esporre poco più di quello 
che un manuale potrebbe contenere intorno alla 
storia, alla politica, all'economia di queste regioni. 
Troppo poco ? Non credo. Se la monografia fosse 
riuscita, come desidero, completa, avrei raggiunto 
il mio scopo. Poiché una monografia siffatta fino 
ad oggi non esiste. Il Beaulieu, il Boissier, il Lotti, 

10 Schweinf urth , il De Martino, il Tumiati, 
il Beltramelli, il Minutilli e mill'altri hanno 
scritto di queste regioni, chi da artista e chi da 
scienziato. Ma chi ne ha scritto compiutamente ? 

11 Beaulieu ignora, nel suo libro, Tripoli ; il Minu- 
tilli non parla di Tunisi 

Un lavoro organico di riassunto era ancora da 
compiere. L'ho tentato, quasi come un commento 
ai pochi libri che hanno già parlato della questione, 
come prefazione ai molti che torneranno ad affron- 
tarla. Nell'ora presente era necessario, come è 
necessario nell'ansia della vigilia uno sguardo 
sintetico al passato. 

Non anticipo alcuno dei giudizi che il lettore 
dovrà dare spontaneamente, che io stesso additerò 



PREFAZIONE XIII 

forse, inconsciamente, nelle ultime pagine del libro. 
Vorrei indurre soltanto il lettore ad accostarsi 
come me all'argomento senza preconcetti. 

Io sono giunto a Tunisi dopo un lungo viaggio 
a traverso le regioni irredente: nella condizione 
sentimentalmente più atta a rimpiangere le care 
terre perdute, nella condizione più atta a farmi 
ritenere l'Austria sola una nemica acerrima. Verso 
Tunisi non mi guidavano che memorie vergiliane 
e latine. Ebbene, io ho trovato nella Francia 
spesso una pericolosa nemica, ed ho avuto a 
Tripoli un'umiliazione dieci volte più dura che a 
Trento. Ho visto a El Giem un'arena romana eh e 
maggiore di quella di Pola, e ho assistito a Susa 
ad esempi di devozione alla causa italiana non 
inferiori a quelli che si compiono quotidiana- 
mente a Zara ed a Gorizia. 

Sono ritornato dalle regioni dell'Africa con un 
desiderio nostalgico, che mi ange da tre lunghi 
anni. E dico qui cosa che parrà strana ai savi, ma 
che qualche cuor di poeta intenderà : anche Tunisi 
e Tripoli dovrebbero esser nostre, per il disperato 
amore di cui noi le amiamo, quando andiamo 
laggiù. Segno che qualcosa, in quelle terre, vibra 
d'accordo con noi. Questo mio stato senti- 
mentale non è che l'espressione esteriore di 



XIV PREFAZIONE 

un ragionamento interiore, profondissimo. Il let- 
tore ne troverà la spiegazione nelle pagine che 
seguono. 

Quante volte l'ansia mi ha preso, di ritentare 
la via del mare, di prendere il bastone del pelle- 
grino, e di muovere su la via del colosseo romano 
d'El Giem — che ci attende da duemila anni laggiù 
— via, nella dolce notte africana, sotto il lampo 
delle vergini stelle, dietro gli sciamma degli arabi 
e gli erdè azzurri delle beduine ! 

Non l'ho fatto, ed ho scritto queste pagine per 
appagare un desiderio insoddisfatto. Vorrei con 
questo libro trasformare il desiderio mio singolo 
in un desiderio collettivo: mutare il desiderio 
dell'individuo nella necessità della nazione. Questa, 
e non altra forse, dev'esser l'opera del nazionalismo : 
trasformare lo stato d'animo patriottico da indi- 
viduale in collettivo. Se ogni nazionalista si pre- 
figgesse d'illustrare un determinato problema della 
vita interna d'Italia, o una determinata regione 
estera in cui si manifesta l'influenza italiana; 
darebbe la prova migliore della serietà della 
nostra preparazione. 

Verrà giorno in cui riprenderemo la via di Tunes- 
el-bida e di Tarabulus-el-garb non con un desolato 
pianto nell'animo, ma con una fiera coscienza 



PREFAZIONE XV 

italiana, a bordo delle nostre navi rostrate e dei 
nostri agili veliti del mare ? 

Non so: questa è l'incognita dell'avvenire. Ad 
affrontarla nessuna preparazione migliore di quella 
che è data dall'analisi del passato e dell'ora pre- 
sente; nessuno stimolo maggiore del ricordo che 
la terza Italia dovrebbe avere, e non ha, vivo nel 
cuore. 

Sotto il regno del giovine Re, che dalla morte 
fu assunto re nel mare, la più forte flotta italiana 
salpò in assetto di guerra un giorno, non alla volta 
delle murate di Tripoli, ma alla conquista di quattro 
francobolli postali, in Oriente 

Altre navi, sotto il suo predecessore, avevano 
levato le ancore verso le terre d'Africa, ed erano 
andate a cercare lontano — oltre il Mar Rosso — 
una corona imperiale. Navigarono per molto tempo 
dall'Italia nostra fino laggiù. Finche un giorno 
sorse, che segnò la fine del continuo andare. Da 
quel giorno navi cariche di feriti, di prigionieri, 
di rimpatriati tornarono di laggiù. Non osammo 
volgere più la prora verso il sud. 

Rimase il ricordo di quel giorno come quello 
di una grande ignominia e di un immenso dolore 
che si soffoca nel silenzio. Da qualche tempo noi 
osiamo ripensare a quel giorno come ad una tappa 



XVI PREFAZIONE 

fatale della nostra storia, osiamo essere fieri del 
martirio e delle lacrime. Segno che ci ridestiamo. 
Il i° marzo non è più una fine, è un inizio. La 
fortuna d'Italia prese le ali sul campo di Novara; 
la fortuna d'Italia deve risollevare le ali dalle 
ambe di Adua. 

G.C. 

Milano, i Marzo 1911. 



PARTE PRIMA 



Visioni d'Africa 



1 — CASTELLISTI, Tunisi e Tripoli. 



Prologo sul Tirreno* 

Manovre d'imbarco — Psicologia del cavallo che sale a bordo 
— A traverso la linea di blocco — Il mare dei Mille — 
Coste di Corsica — Il nostro capitano — Visioni e chiac- 
chiere a bordo — Polemiche africane — La morte di padre 
Giustino — Liberismo e protezionismo... — Il tramonto 
a Caprera. 

Al ponte Federico Guglielmo, nel porto di Ge- 
nova, è ancorato un grosso piroscafo : il « Catania ». 
Tutto intorno soldati affaccendati ed ufficiali che 
impartiscono ordini : si compie l'imbarco del parco 
d'assedio appartenente al partito A. I grossi obici 
vengono faticosamente portati a bordo: dall'alto 
della passerella il generale Alberto Pollio, capo di 
Stato maggiore dell'esercito, osserva attentamente 
la manovra: altri ufficiali lo circondano, dell'ar- 
mata e dell'esercito. 

Questa manovra d'imbarco, infatti, è la 
prima del genere che si compia in Italia e desta 



4 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

particolare interesse per l'ardimento del tenta- 
tivo. Un tentativo ed uno sforzo minimo quando 
si pensi al parco d'assedio di obici da 28, traspor- 
tato dai Giapponesi in tempo di guerra a tra- 
verso il Mar Giallo 

Ma il pubblico che si affolla ai cancelli segue 
con maggior diletto un'altra manovra più sem- 
plice: l'imbarco dei cavalli. Ad uno ad uno i po- 
veri animali vengono legati ed imbracati, e poi 
attaccati alla gru. Si pone in bocca alla bestia at- 
territa del fieno, come si darebbe una caramella 

a un bambino per farlo star cheto E poi, al 

comando, l'animale è issato. Nulla di più interes- 
sante (per un ozioso naturalmente, che giri sulle 
banchine) dello studiar la psicologia dei cavalli 
issati a bordo. 

Vi sono parecchi tipi d'eroismo anche negli 
animali : ma la maggior parte delle bestie dà prova 
di un eroismo negativo. Non credo che gl'inven- 
tori dell'Ippogrifo abbiano mai visto un cavallo 
in aria davvero, perchè altrimenti avrebbero 
smesso l'idea di dargli le ali. Appena il cavallo è 
sollevato, è preso da un senso grande di sgomento ; 
si accuccia, per così dire, si rattrappisce e tiene 
le membra ciondoloni in un'attitudine degna di 
compassione. Ma vi sono dei cavalli che si ven- 



I. PROT.OGO SUI, TIRRENO 5 

dicano di questo sistema di aviazione imposto 

loro dagli uomini e scalpitano e tirano calci prima 
di salire in alto. 

Un povero artigliere è stato colpito in uno stinco 
da un cavallo imbizzito ed è caduto a terra ge- 
mendo. 

Subito la folla che si addensava ai cancelli, 
quella folla multiforme ed inconscia che godeva 
prima dello spettacolo di militaresca parata, 
ha incominciato a mormorare : « All'infermeria ! 
All'infermeria ! ». Si risvegliava ora in quella gente 
un altro sentimento sempre pronto ad esplodere: 
quello di rivolta contro la creduta crudeltà o bru- 
talità dei superiori. E la psicologia dell'applauso 
che si converte in fischio. 

Ma un giovine sottotenente, che per l'età poteva 
apparir figlio del soldato colpito, si è avvicinato 
a lui amorosamente e lo ha sorretto. « Sono ro- 
vinato, sono rovinato » mormorava l'arti- 
gliere, e procedeva zoppicando : poi è salito nel- 
l'infermeria. La folla è rimasta un poco tur- 
bata. Si possono notare molte attitudini consi- 
mili della folla in questi giorni di manovre, e 
l'osservazione di queste piccole verità può far 
riflettere alle condizioni nelle quali si svolgerebbe 
una guerra 



6 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Il nazionalismo deve mutar lentamente questa 
vecchia psicologia borghese della folla. Poiché 
alla guerra occorre si preparino, diceva bene Luigi 
Barzini reduce da Mukden, non soltanto le armi, 
ma gli animi. 



* 
* * 



I nostri marinai invece hanno dato mirabili 
prove di resistenza ed hanno goduto ieri di una 
prima giornata di meritato riposo. Ieri infatti era 
giorno di pace o, per lo meno, di sospensione delle 
ostilità : accanto al « Catania » era venuta ad or- 
meggiarsi sicura una silurante del partito azzurro, 
tutta ancora in assetto di guerra. 

Abbiamo potuto così attraversare la linea di 
blocco da Genova a Spezia senza tema di essere 
molestati dalle ricerche delle due flotte nemiche: 
il blocco veramente era già stato ridotto di molto 
in questi ultimi giorni, e perciò anche il nostro 
vapore avrebbe potuto sfuggire alla vigilanza delle 
navi che in questi giorni di finta guerra simula- 
vano anche il blocco commerciale. Dormiva Genova 
incoronata di lumi e avvolta in una nebbiolina 
diafana quando siamo usciti al largo senza 
imbatterci nella crociera dell'ammiraglio Gagliardi. 



I. PROLOGO SUL. TIRRENO 7 

Non dormiva, ma riposava lontana Spezia, 
e le siluranti velocissime avevano per una notte 
almeno riposo nel porto, senza dover attendere 
da un momento all'altro l'ordine della partenza. 

Cosicché, quando siamo entrati nel porto di 
Livorno, questo aveva un aspetto festivo e poco 
guerresco. 

L'incrociatore « Pisa » ancora in allestimento, 
che era stato nominalmente bombardato e cattu- 
rato dalla squadra del Rocca Rey, ergeva la 
sua grande mole con le bandiere al vento. 

Ancorata ai bagni Pancaldi, più lontano, la 
corazzata « Vittorio Emanuele » che reca a bordo 
il Re, e — a disposizione della corazzata — due 
veloci cavalieri del mare, il « Lanciere » e V « Arti- 
gliere », sempre pronti a rispondere con l'azione 
al motto superbo dettato per loro da Gabriele 
d'Annunzio : « Ut validius — ut velocius ». La 
corazzata greca « Hydra » in bacino aveva la gran 
gala di bandiere. 

Lungo le banchine però durano ancora le ve- 
stigia della grande attività bellica: sono i prepa- 
rativi dell'azione di domani. I grandi piroscafi 
della Navigazione Italiana « Sannio » e « Sicilia », 
imbarcano gli ultimi reparti della brigata De Cumis. 
Artiglieri e fantaccini salgono ininterrottamente a 



8 PARTE PRIMA — VISIONI D'ARRICA 

bordo e vanno a stiparsi in ogni canto. Curiosa 
situazione questa, nelle grandi manovre: una bri- 
gata del partito rosso che s'imbarca nel territorio 
del partito azzurro ! 

A mezzogiorno i vapori levano le ancore per 
destinazione sconosciuta. Ma prima, nel bacino 
del cantiere Orlando e in tutto il porto, vi è stata 
grande animazione: il Re è arrivato in una lancia 
a visitare l'incrociatore in allestimento ed è stato 
accolto festosamente dagli operai ; una folla im- 
mensa si è riversata presso il ponte di ferro accla- 
mando, mentre i colpi di cannone echeggiavano 
ancora nell'aria. 

E così Livorno ha vissuto tutto il giorno in uno 
stato d'animazione insolita, di orgasmo febbrile: 
« Il Re, il Re » si sente gridare da ogni parte, 
ed ecco il Sovrano che passa in vettura, sorridente. 
Proseguite per la vostra strada e dopo dieci minuti 
trovate un brigadiere dei carabinieri che chiede 
tutto affannato : « Il Re, quando passerà di qui ?... » 
E il Re è già lontano un chilometro. 

Le barche circolano continuamente nel porto, in 
questo magnifico porto insufficiente alle esi- 
genze odierne, ma bello e regolare come un'opera 
di costruzione antica : il Montesquieu, se non erro, 
lo ha chiamato « le chef d'oeuvre des Mèdicis ». 



I. PROLOGO SUI, TIRRENO 9 

Un capolavoro troppo antico, si vede ; e pare che i 
quattro mori simbolici della statua che è presso 
al ponte non possano reggere il peso della vita 
moderna 

Non ha visto qui presso il tramonto anche 
la grande repubblica marinara di Pisa, che 
non ha saputo preparare alle sue navi suffi- 
ciente riparo dal mare ? Il mare ha interrato 
la spiaggia e ha costrutto nuovi lidi, nuove 

terre E nulla è più triste del cammino 

che si rifa oggi in treno in pochi minuti, 
da Livorno a Pisa, in una landa poco ridente. 
Passo passo si rifa il cammino che il mare ha 
compiuto in cinque secoli, ed è un cammino 
malinconico a farsi quando si ha a compagno 
il pensiero. 

vSono le ventidue: in questo minuto sul mare 
si riprendono le ostilità: tutti i comandanti ve- 
gliano. Questa notte, andando verso la Sardegna, 
incontreremo forse la squadra di Grenet a fuochi 
accesi. 

E in tutte le nostre povere anime di uomini, di 
eterni fanciulli sognatori, passerà un sussulto 
anche alla vista di quel simulato aspetto di guerra, 
e un piccolo fuoco si accenderà nei nostri cuori 
ansiosi 



TO PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 



* 
* * 



Navighiamo nel mare dei Mille. Livorno è lon- 
tana: ecco le secche della Meloria, le isole della 
Capraia e della Gorgona; filiamo verso la Corsica. 
Queste acque furono solcate dalle navi corsare, 
poi dalle galee de' pisani. Ricordate l'appello del 
Carducci ai governatori della repubblica ? 

Voi che Re siete in Sardegna, 
ed in Pisa cittadini 

Dopo molti secoli vi passò — in una chiara sera 
di maggio (fu in maggio anche la prima battaglia 
della Meloria) — una squadretta di trasporti 
diretta verso la Sicilia. Passò rasente a queste isole 
e proseguì verso il mezzogiorno: le due navi della 
squadra si chiamavano « Lombardo » e «Piemonte». 

E questo è per me ora il mare dei Mille Non 

posso guardare le acque nella notte senza che 
un pensiero mi ritorni insistente: forse in queste 
acque avvenne l'incidente fra le due navi che 
non andavano più di conserva ? Chi le narra ? 
I/Abba, mi pare. Quando Bixio vide un lume 
lontano e non ravvisando nello scafo oscuro la 
nav^e di Garibaldi, si preparò all'arrembaggio 



I. PROLOGO SUI, TIRRENO II 

Un grido corse finalmente tra le due navi, a 
poche centinaia di metri di distanza, un grido 
potente : 

— O Bixiooo, che fate ? 

— O Generale ! 

E i due capitani tranquilli ritornarono a navi- 
gare verso il sud, senza temere la crociera bor- 
bonica. 



* 
* * 



Quando abbiamo perso di vista il profilo della 
Capraia, incominciava ad albeggiare : è stata un'alba 
triste e nebbiosa in mezzo al mare. Ma il sole ha 
trionfato poi, ed è sorta una giornata radiosa: le 
tinte rosee dei monti della Corsica sono apparse, 
avvolte in una nebbia tenue; il mare si è 
caricato di azzurro ed i colori del cielo si sono 
uniti in una indimenticabile sinfonia luminosa 
alle tinte della terra e dell'acqua. Poche montagne 
viste dal mare presentano un aspetto più carat- 
teristico di queste grandi e selvaggie montagne 
corse che rasentiamo. 

Una sottile striscia di spiaggia; e, sopra e sotto 
la montagna, il grande azzurro del cielo e del 
mare. 



12 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 



* 
* * 



La vicinanza di questa nostra bella isola, che 
è dipartimento francese, suscita pensieri mesti in 
cuore al capitano. Un bel tipo di marinaio il 
nostro capitano piemontese ! Sa parlare con grande 
acutezza senza annoiare mai. « Ed ecco — egli 
dice — appena siamo entrati in questo Mare 
nostrum una sponda ci appare, non nostra. » Il 
capitano, che conosce tutti gli angoli del Tirreno 
come se fosse davvero un lago nazionale, se ne 
duole: ha un'anima generosa di italiano. 

Questo vecchio marinaio ama il paese con una 
tenacia maravigliosa. E pure ha girato per tren- 
tadue anni tutto il mondo; quando egli parla, 
pare che una carta geografica sia sempre dinanzi 
ai suoi occhi: esalta le bellezze del Sudan e del- 
l'Uganda con l'accento particolare che hanno tutti 
coloro i quali amano raffascinatrice terra africana. 
Bisogna ascoltarlo quando descrive con una sua 
rude poesia la passeggiata del Pascià, in Ales- 
sandria d'Egitto, al chiaro di luna. « Allora — 
egli dice — si vive veramente nel sogno ». 

Ma non solo dell'Africa parla, ma delle Indie e 
dell'America: ha conosciuto a bordo, quando era 



I. PROLOGO SUL TIRRENO 13 

primo ufficiale, Edmondo De Amicis, e lo dipinge 
con tocchi brevi e graziosi: De Amicis preparava 
allora il libro « Sull'Oceano », che è uno dei libri 
preferiti del capitano. Poich'egli legge in ogni 
momento di libertà. I/ho trovato stamane su la 
passerella del comando davanti al primo volume 
della « Storia di Roma nel Medio Evo » del Gre- 
gorovius. E abbiamo incominciato a parlar di 
politica: prologo di politica tripolina su le acque 
del Tirreno. Il capitano non fa mai retorica, ma 
cita fatti. Conosce Tunisia, Tripolitania e Cire- 
naica perfettamente e non riesce a comprendere 
l'ignoranza dei nostri uomini politici in riguardo 
a tali regioni. Una eccezione egli fa, e vorrei ri- 
cordala ad honorem: il marchese Di San Giuliano 
— egli avverte — è l'unico uomo politico colto 
che conosca questi luoghi e questi problemi. Ma 
per i ministri degli esteri del bello italo regno 
egli ha, in genere, un'antipatia profonda e radicata. 
Non penserebbe oggi di essersi illuso anche per 
l'on. Di San Giuliano? 

« Sa lei — esclama ad un tratto — sa lei che in 
Roma, al ministero degli esteri, esiste una lunga 
petizione de' capi indigeni presentata anni sono 
al console d'Italia in Tripoli per chiedere la pro- 
tezione del nostro paese ? E che si fece allora ? 



14 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Non avevano preparato gli arabi — quando la 
squadra di Palumbo si accostò alle Sirti — le 
bandierine tricolori nelle loro case ? E la squadra 

si ritirò Non è in questo modo che il prestigio 

della nazione cresce: non si può pretendere di 
rimanere sempre immobili nell'attesa di occasioni 

ipotetiche L'Italia non è sola in Tripolitania : 

la Germania (che ha posto a Derna il telegrafo 
senza fili) lavora attivamente. E chi è stato in 
Cirenaica, questa fertilissima provincia che sembra 
una continuazione della Sicilia, ha potuto osser- 
vare da vicino i progressi dei lavoratori tedeschi... » 
Certo pochi uomini hanno una cognizione chiara 
delle cose come questo nostro severo capitano. 
Non esagera mai e dà torto a noi se occorre; 
mi ha spiegato le ragioni per cui Padre Giustino 
è stato ucciso in Tripolitania, mostrando chia- 
ramente come qualche torto fosse da parte 
degli italiani. Il francescano (che anche il De Mar- 
tino ci dipinge come un'anima troppo ardente di 
pioniere d'Italia) aveva gravemento offeso la 
religione mussulmana, depositando il materiale 
per la futura chiesa cattolica nel recinto della 
Moschea: ora la legge religiosa proibisce che una 
chiesa cristiana sorga presso al recinto della 
chiesa maomettana. 



I. PROLOGO SUI, TIRRENO 15 

Padre Giustino fu ucciso per fanatismo. Questo 
non narrarono chiaramente i giornali che pure 
cercarono poi di celare quasi l'assassinio colposo di 
Gastone Terreni Dopo l'uccisione di Padre Giu- 
stino naturalmente il Governo turco riprese il suo 
atteggiamento di malafede sistematica, ma, prima, 
aveva errato l'ardente missionario italiano. 

Intorno alle condizioni del nostro commercio e 
alla protezione data alla nostra bandiera egli dà 
spesso ragguagli interessantissimi. « Vede — mi 
diceva ieri nel porto di Livorno — quelle tre navi ? 
Sono tre grossi piroscafi di una società inglese; 
V Anchor Line, che hanno sede d'armamento qui, 
e vivono esclusivamente di commercio italiano; 
vi fu un tempo in cui se ne partivano carichi 

di marmo come fosse mattone E conosce lei 

quella società dell'impero austro-ungarico (il ca- 
pitano si interessa con illuminato patriottismo 
alle nostre vicende in tutti i mari e su tutti i 
confini: quando gli ho parlato delle condizioni 
di Trento e Trieste ho trovato subito in lui un 
amico), quella società — l'Adria — che vive quasi 
soltanto per la navigazione esercitata sulle 
nostre coste? E l'ultima legge sull'emigrazione non 
accorda maggiori vantaggi alle società estere 
che alle nostre ? (Un ministro, ricordo, lo ha 



16 PARTE PRIMA — VISIONI D' AFRICA 

francamente e quasi orgogliosamente dichiarato 
in Parlamento). 

Ebbene, questa mancanza assoluta di prote- 
zionismo è una generosità che costa troppo cara 
ah'Italia: che importa se abbiamo la reciprocità 
di trattamento? Andiamo noi a fondare linee di 
esportazione in Inghilterra ? Invece i mari nostri, 
aperti a tutti, sono ormai mari inglesi e tedeschi : 

non possediamo gli sbocchi di casa nostra 

Ed ora come possiamo togliere queste larghis- 
sime concessioni, date anni sono da chi nulla 
sapeva ? ». 



* 
* * 



Il capitano mi lascia e va a scrutare l'orizzonte 

dalla passerella Il pomeriggio è avanzato: folate 

di vento arrivano dalle bocche di San Bonifacio. 
Vi è un po' di maretta. I delfini guizzano e saltano 
in acqua. I^a Corsica è già lontana. 

Passiamo presso la Sardegna: terra d'Italia, 
ancora. Il semaforo chiede la nazionalità della 
nostra nave. Attraversiamo una folata di vento. 
Il mare laggiù è più scuro e più calmo : s'indovina 
la rada della Maddalena, tutta in armi, e l'isola 
bassa di Caprera, di Caprera deserta 



I. PROLOGO SUL TIRRENO 17 

Il cielo si è fatto di fiamma. E il tramonto, il 
tramonto in alto mare. Tutti i passeggeri sono 
riuniti sopra coperta intorno al capitano. Il tra- 
monto è fulgido: bagliori rossi ovunque. E una 
signora, una gentile viaggiatrice che pare abbia 
negli occhi un riflesso sereno del mare, avverte: 
« Che lieto tramonto questa sera ! Quanto triste 
invece è il crepuscolo visto in un porto di mare: 
i fanali si accendono nella luce scialba che cala; 
le sirene stridono, e lunghe file nere di uomini, di 
emigranti, salgono su le navi. E nasce in noi 
un sentimento doloroso di spleen, di malinconia... ». 



* 
* * 



Ha ragione, signora: troppo è doloroso il cre- 
puscolo, veduto da chi sta all'ancora, fermo nel 
porto. Bisogna compiere la propria giornata in 
faccia al sole, avanzando sempre, nel mare della 
vita 



2 — Castellini, Tunisi e Tripoli 



II. 

Da Cagliari a Tunisi* 

La Sardegna nella letteratura — Galeotti a bordo — Il mer- 
cato di Cagliari — Memorie di Casa Savoia — Paesaggi 
del Campidano — La civiltà e il cinematografo — Mezza- 
notte in alto mare — Nel canale della Goletta — Turbe 
tunisine — I « souks » — Dinanzi alla porta di un « harem ». 

Gabriele d'Annunzio, che pare debba animare 
co' suoi drammi la vita di cento città del silenzio, 
ha promesso di sciogliere un voto all'isola del 
Tirreno, scrivendo una tragedia d'argomento sardo. 
Io non so se il poeta terrà fede a questo suo voto 
e se il suo dramma saprà ritrarre a' nostri occhi 
questa terra di Sardegna. Ma certo l'antica 
Ichnusa avrebbe diritto d'essere più conosciuta 
e più amata, e perciò più descritta : eccezion fatta 
per i romanzi di Grazia Deledda, che si svolgono 
in ambiente sardo, non esistono nella nostra let- 
teratura altri libri inspirati dall'isola antica. 



20 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

E questo è male. Io conosco poche terre che 
diano al visitatore una commozione e un'impres- 
sione più grande di quella che può suscitare l'arrivo 
in quest'isola estesa: in una terra chiusa quasi in 
una cerchia di bastioni naturali. 

Abbiamo navigato a lungo sotto le coste dirute 
della Sardegna, e per molte ore, ieri — nel vespero 
fiammante — è stato un accorrere verso il nostro 
piroscafo di piccoli velieri su le onde: bordeggia- 
vano, spinti dalla brezza di terra. 

Quando l'alba è sorta, stamane, i colori dei 
monti erano mutati: il maestrale rendeva limpidi 
tutti i profili e ombrava i rilievi. Ed è sembrato 
a tutti, questo, un risveglio soave in mezzo al 
mare. Non avete mai provato quella dolcezza 
soave e un po' velata che è nel destarsi di primo 
mattino in cospetto di una grande montagna o 
di un quieto mare ? Tutte le cose sembrano avvolte 
in una chiarità un poco tenue, che rende l'occhio 
pensieroso e fisso lo sguardo, finche una grande 
limpidità non pervade questo paesaggio di sogno : 
allora l'incanto è rotto. 

Tale mi è apparso stamane il golfo di Cagliari. 
Appena passato il promontorio dove sorgono, 
sentinelle di una civiltà antica, alcune piccole 
torri diroccate, nuraghes forse, la città si svela 






II. DA CAGLIARI A TUNISI 21 

ai nostri occhi. Allora tutti accorrono in coperta 
e guardano, guardano la terra che si avvicina. 

Com'è strano questo attaccamento nostro alla 
terra ! 

Fuggono talora gli uomini questo suolo, che 
ricorda vicende tristi e dure lotte, eppure — dopo 
essere stati soli nel grande infinito, tra cielo e 
mare — guardano ancora a questo povero piccolo 
lembo di terra come ad un rifugio. E tendono le 
braccia verso la costa vicina, per un attaccamento 
strano alla terra, che li fa dimentichi della grande 
vita che è sul mare. 

Abbiamo a bordo alcuni galeotti che, scontata 
la massima parte della pena, vanno a compierla 
ora in un penitenziario sardo. Ebbene, anche 
questi forzati che ritornano in terra a una relativa 
prigionia, hanno salutato dalla coperta con gesti 
di gioia l'arrivo in Sardegna. 



* 
* * 



Cagliari è una strana città: non ha l'aspetto 
solito delle nostre città marinare, di miseria, di 
sporcizia, di angustia. È una grande città disegnata 
a larghe linee, con viali ombreggiati da palme, e 
case basse con terrazze quasi africane. 



22 PARTE PRIMA — VISIONI D AFRICA 

Io non so se alcun Baedecker lo consigli, ma 
credo che la prima visita — in ogni città — debba 
essere per il mercato. Io almeno faccio sempre così. 
Ed al mercato di Cagliari ho trovato quei pochi 
vecchi che ancora vestono il caratteristico costume 
adorno di una femminea gonnella. 

Ho sentito, e non ho inteso, dialoghi rapidi e 
vivaci in dialetto sardo, in quello strano dialetto 
— punto volgare — che sa di latino e di spagnuolo, 
e che ha una lontanissima analogia fonica con il 
dialetto ladino. Dicono le male lingue che sia più 
facile apprendere l'indiano che il dialetto sardo: 
io non lo so : perchè, disgraziatamente, ignoro l'uno 
e l'altro. Certo si è che questo dialetto non deve 
parer molto spiccio neppure agli abitanti, perchè 
questi — dicono sempre le male lingue — non lo 
usano nei colloqui d'amore. 

E Cagliari conserva, ai miei occhi di continen- 
tale, un delizioso sapor provinciale, in molte 
costumanze ; al passeggio della domenica le donne 
vanno, divise in tre gruppi secondo la condizione 
sociale : sono le tre classi. Poi le signore girano 
lentamente e circolarmente mentre i giovani 
guardano il gaio sciame ruotare. 

Ma non la vita moderna sì bene l'anima antica 
sono venuto a ricercare nella colonia fenicia 



II. DA CAGLIARI A TUNISI 23 

d'un tempo. Poche opere d'arte antica in Cagliari: 
gli avanzi di un grande anfiteatro quasi sconosciuto 
e scavato dai romani in una valletta ridente; le 
reliquie gotiche che sono nella cattedrale barocca: 
due sarcofagi della scuola pisana, che si possono 
dire capolavori. Il fregio d'uno di essi, che reca 
un'aquila simbolica, è di tanta potenza che 
l'aquila pare a mala pena fermata nel rigido 
marmo 

La cattedrale è in alto, presso l'antica rocca 
degl aragonesi, ove sorge la torre di San Pancrazio. 
Uscite da un grande arco minato ed ecco vi ap- 
paiono, ardenti, il sole in cielo, il mare, e grandi 
palme in terra: un battaglione di fanteria entra 
al passo di corsa, fanfara in testa, nella caserma 
Carlo Alberto. 

La città conserva una singolare devozione per 
la casa di Savoia: devozione che data forse dai 
giorni in cui il buon re Vittorio Emanuele I, cac- 
ciato dal Piemonte da Napoleone, aveva qui tra- 
sferito la capitale : povero re, che doveva uscire al 
mattino e adattarsi a vedere per le strade pastori, 
pescatori e cacciatori: tutti i suoi sudditi ! E 
anche oggi Carlo Felice, drappeggiato in costume 
romano, guarda dall'alto di un monumento le 
popolane che escono dal mercato. 



24 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 



* 
* * 



Sono andato a ricercare gli abitanti in costume 
sardo nella grande pianura del Campidano, a molte 
miglia dalla capitale dell'isola. La strada, bianca 
sempre per il sole cocente, è circondata da case basse 
e senza tetto, e da due file di fichi d'India polverosi. 
Appaiono ogni tanto, alle fontane, fanciulle con 
grandi anfore sul capo, e, agli incroci dei sentieri, 
lunghe file di pastori e di contadini sardi che cam- 
minano frettolosamente, tutti avvolti nei loro cenci. 

Così si giunge a Quarto Sant'Elena: mi aggiro 
per le vie in cerca d'antico ma — ahimè! — perdo 
subito ogni speranza: il primo edificio che mi 
appare è il grande Cinematografo Excelsior, con 
inscrizioni in « stil nuovo ». Sul muro, segnata 
a carbone, la scritta: Votate per i popolari. 

Ormai ogni illusione è perduta: Quarto Sant'E- 
lena è un paese civile, come oggi è persino l'Uganda, 
dove, mi diceva il capitano, vi sono stati già 
parecchi scioperi — Una cosa rimane, auten- 
tica e buona, in ogni villaggio del Campidano: il 
vino della Vernaccia. Ed ecco, per chi voglia, 
assicurato almeno il conforto alle disillusioni pro- 
vocate dalla modernità invadente 



II. DA CAGLIARI A TUNISI 25 



*** 



Mezzanotte. Siamo tra cielo e mare. La Sar- 
degna è ormai scomparsa dall'orizzonte; la costa 
tunisina non si vede ancora. Da nessuna parte un 
limite o un segno; soltanto, in cielo, la grande 
traccia bianca della Via Lattea ; in mare la scia 
luminosa del piroscafo. 

Le prime luci del mattino indorano le montagne 
presso a Biserta. Ed ecco, finalmente, La Marsia, 
Sidi-Bu-Said, La Goletta: sono le sentinelle avan- 
zate di Tunisi: il piroscafo procede quasi cauta- 
mente; velocissime barche a vela ci passano a 
lato ; a pochi metri di distanza è la diga su la quale 
corre il tram di Cartagine : ecco tre mezzi di tra- 
sporto, l'uno accanto all'altro, tre manifestazioni 
della novissima attività umana. Su lo sfondo in- 
vece la morta gora del lago, e la massa bianca di 
Tunisi. 



* 
* * 



Il primo saluto tunisino ci è dato da un colos- 
sale negro sudanese, che s'arrampica a bordo e 
tenta l'assalto delle valigie. Lo respingiamo e scen- 



26 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

diamo a terra. Tunisi vera non è ancora qui: 
non è nel porto e non nella grande Avenue Jules 
Ferry che si apre sul porto e che è l'arteria prin- 
cipale del quartiere europeo. Incomincia soltanto 
più lontano, dopo le palme che circondano la cat- 
tedrale cattolica. 

Tunisi cosmopolita vive intorno al Grand Café 
de Tunis; la Tunisi indigena (per modo di dire) 
incomincia oltre la porta di Francia : tutte le città 
tunisine hanno, dopo l'8i, una Porte de P'rance. 
Per avere subito un'idea della popolazione tuni- 
sina, occorre recarsi — more solito — al Mercato, 
o, meglio ancora, nei souks : i souks sono lunghe 
gallerie di botteghe, nelle quali i fabbricanti ven- 
dono la loro merce, l'uno accano all'altro; anche 
qui insomma esistono delle corporazioni d'arti e 
di mestieri, che possono suggerire ad alcuno l'idea 
di un paragone con le vetrine degli orefici sul 
Ponte Vecchio di Firenze. 

Nei souks, stretti e freschi, ferve la vita tuni- 
sina ; e per le strade vicine, sia del quartiere arabo, 
sia dell'ebreo, si possono vedere i tipi più carat- 
teristici di questa strana popolazione: le donne 
arabe avvolte in manti bianchi, con un fittissimo 
velo sempre nero sul viso; le donne ebree che, 
quando vestono il costume, sembrano ambulanti 



II. DA CAGLIARI A TUNISI 27 

tende di beduini: hanno sul capo un cocuzzolo 
dal quale scende il mantello che le avvolge tutte, 
tranne nel viso, e le trasforma; gli arabi col 
turbante; i beduini con i lunghi fucili ad arma- 
collo; i sudanesi con certi grandi cappelli di 
paglia che possono servire, comodamente, da tetto 
ad una capanna; e infine siciliani e livornesi che 
vanno per i loro affari, e pochi europei non italiani. 
Tunisi mi appare così, in una visione fanta- 
smagorica d'uomini d'ogni razza e d'ogni co- 
stume. Un senso di sgomento mi prende, dinanzi 
a questo primo spettacolo di vita africana: pene- 
trare nella psiche di queste città ardenti, nel- 
l'anima dei loro abitatori, mi sarà lieve ? Non so. 
Cammino per le vie di Tunisi, disorientato, atto- 
nito. 

— Guardate, signore ! — mi grida ad un tratto 
la guida, dandomi uno spintone. E mi addita una 
vettura ermeticamente chiusa che sosta dinanzi 
a una porta. 

— Bisogna allontanarsi, signore: è la vettura 
di un harem. — 

E dalla griglia sporge soltanto un'unghia rosea, 
tinta di henne. 



III. 
Per le vie di Tunisi» 

Panorama dal Dar el Bey — La mano d'opera italiana — 
Il tram, coefficiente di civiltà — • Il castello del Bardo — 
L'apologo di un colonnello francese — Tribunali arabi — 
La legge del Corano — Un divorzio — Le lagrime della 
donna araba — Un morto che non può essere sepolto 
— Il notaio Gobrane — La città notturna — « Retraite 
aux flambeaux » — Nella « cuba » del Belvedere. 

Sono salito, all'ora del tramonto, su la grande 
terrazza del Dar-el-Bey (il palazzo in cui si reca 
settimanalmente il Bey a rendere giustizia) e tutta 
la distesa bianchissima di Tunisi, spiccante sul 
mare e sui monti, mi è apparsa. Il panorama d'una 
città araba visto dall'alto è assai più grazioso 
di quello d'una città europea, poiché le terrazze 
completano allo sguardo la casa in modo migliore 
di quello che non facciano i tetti aguzzi. Ho pen- 
sato che le città arabe potrebbero accogliere con 
molta facilità l'instituzione dei mezzi di trasporto 
aerei: hanno già pronti i ponti d'approdo 



30 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Ma ecco la figura del muezzin che sale su l'alto 
del minareto e chiama i fedeli alla preghiera: per 
rispetto a Maometto torniamo a pensieri più seri 

anche noi Iya nostra guida, un tunisino che ha 

divorziato cinque volte e ne è soddisfattissimo, ci 
conduce a vedere un'altra piazza caratteristica: 
la grande piazza Halfa-Ouina, dominata dalla 
massa nivea di una moschea: l'ora del lavoro è 
terminata (esiste mai un'ora di lavoro per questi 
indolenti ?) e tutti gli abitanti sono riuniti a giuo- 
care od a bere nei caffè. Entriamo in un negozio, 
e conviene accettare il tradizionale caffè arabo: 
è il primo che bevo a Tunisi, ma quanti ne dovrò 
bere ancora, in questi giorni di dimora nella capi- 
tale ! Come i mercanti si accorgono che siamo ita- 
liani, ci accolgono subito con simpatia e parlano 
la nostra lingua : è straordinario il numero degli 
individui che conoscono l'italiano a Tunisi. Non 
lo parlano soltanto gli italiani, che sono legione, 
ma anche molti arabi e non pochi francesi, che 
devono adattarsi alle condizioni dell'ambiente. 

— Noi preferiamo — mi dice la guida — man- 
dare i nostri ragazzi alle scuole italiane più tosto 
che alle francesi: è meglio che essi imparino la 
lingua italiana, che è meno pericolosa di quella 
francese: quando un arabo conosce il francese 



III. PER IyE VIE DI TUNISI 31 

bene, incomincia anche a conoscere la donna fran- 
cese e Yabsinthe, due cose pericolose che noi te- 
miamo L'Italiano è molto più serio. 



* * 



Tra gli arabi e gli italiani non esiste, del resto, 
odio alcuno: i due popoli anzi si stimano recipro- 
camente. Così mi hanno detto tutti gli italiani 
che ho interrogato in questi giorni, e che erano 
siciliani, sardi, toscani, oppure tunisini che van- 
tavano fieramente la loro origine, e si sentivano 
ben lontani dai sudditi francesi. Francesi di con- 
dizione umile ve ne sono ben pochi: e quei pochi, 
mi si dice, sanno lavorare male. La loro mano 
d'opera non vale nulla. 

Ma se il popolo francese si dimostra nella Reg- 
genza insufficiente per le umili fatiche — per ra- 
gioni demografiche, del resto, note a tutti — esso 
è in compenso il popolo dei concepimenti geniali 
e dei grandi ardimenti. Per ispiegare ciò e per ad- 
ditare agli italiani questo grande esempio occor- 
rerebbe scrivere un altro libro, e il materiale non 
mancherebbe. In poche pagine mi è concesso sol- 
tanto di dare una fugace impressione visiva di 



32 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

questo progresso. Bisogna parlare con gli italiani 
che hanno vista la Tunisia prima dell'8i per fare 
dei confronti: queste città hanno sistemato i loro 
porti come l'Italia non ha ancora saputo: sono 
qui le strade più belle dell'Africa, noverate tra 
le migliori del mondo: da Tunisi al Korbouss se 
ne è costruita recentemente una che costa 700.000 
franchi. I prestiti che si fanno per i lavori pub- 
blici sono incalcolabili. Ed ormai ogni città della 
costa ha, fuori delle mura che prima dell' 81 si 
chiudevano alle otto di sera, un'altra città eu- 
ropea: tanto questa quanto la città araba non 
hanno soltanto apparenza grandiosa e monumen- 
tale, ma vita attivissima. E in Tunisi sono mol- 
tissime le strade attraversate dal tram. 



* 

* * 



Il tram: ecco uno dei principali fattori della 
nuova civiltà. Questo mezzo di trasporto rapidis- 
simo ed economico è usufruito da tutti gli indigeni. 
Salite in tram e vi trovate accanto un'araba invi- 
sibile avvolta nel mantello e nel velo; di fronte 
a voi due uomini, semisdraiati con i piedi nudi, 
nelle babbuccie, in fondo uno svelto sudanese 



III. PER I,E VIE DI TUNISI 33 

che salta a terra dalla piattaforma con la disinvol- 
tura di un giovinotto europeo. 

Un tram rapidissimo ci ha condotti ieri al 
Bardo. Il palazzo del Bey vale ben poco: alcune 
grandi sale con i ritratti dei sovrani europei, che 
pare regalassero di molte oleografìe a questi tiran- 
nelli barbari, e null'altro. Ma il Museo è vera- 
mente grandioso: insuperabile nel reparto d'arte 
araba. Anche il museo d'arte fenicia e romana è 
raccolto in alcune grandi sale d'architettura mo- 
resca, che suscitano a' nostri occhi uno strano con- 
trasto. Vi sono statue, mosaici, oggetti decorativi, 
lapidi tombali, inscrizioni che appartengono tanto 
all'epoca della repubblica cartaginese (e sono i 
documenti più interessanti) quanto a quella ro- 
mana: quest'ultime sono le più abbondanti; gran 
parte delle opere d'arte accolte in questo museo 
risente della decadenza imperiale. Gli scavi che 
alimentano — per così dire — la raccolta, con- 
tinuano ininterrottamente in tutta la Reggenza. 
Ed è opportuno ricordare che queste ricerche sono 
fatte ovunque dagli ufficiali comandanti i distac- 
camenti francesi : con nessuna spesa, cioè, da parte 
del Governo, e con grande vantaggio per l'edu- 
cazione dei soldati. Si racconta anzi che un colon- 
nello, avendo trovato un giorno il sarcofago di 

3 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli. 



3 1 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

un duce romano, riunì tutti i soldati dinanzi 
alla tomba e li invitò ad onorare la memoria 
di quell'antico prode, « che compiva (egli disse) 
quello che facciamo ora noi, francesi ». 

Sono uscito dal Bardo ripensando amaramente 
al trattato che vi fu conchiuso nel 1881, all'atroce 
grido uscito dalla bocca di Garibaldi in quell'oc- 
casione, a quell'Ahmed Bey, infine, che aveva giu- 
rato di non vendere il suo paese a nessuno finché 
fosse vivo, e che lo vedeva — appena morto — 
in mano ai francesi. 

Povero e buon Bey ! Egli era popolarissimo fra 
i Tunisini, che ricordano com'egli fosse solito 
andare in cerca dei grassatori, travestito da 
europeo. 

Altri poliziotti ed altri soldati passeggiano oggi 
per le vie di Tunisi : tutti bei soldati, spahis, tira- 
gliatori, zuavi, con le giacchette ricamate, i pan- 
taloni larghi ed il fez. Ma la maggior parte di essi 
è al Marocco e non molti ritornano. 

Ieri la Tunisia, oggi il Marocco : è naturale. Si tro- 
vano così bene i francesi, qui in Africa, e sanno fare 
le cose tanto abilmente senza che nessuno si op- 
ponga! Per ogni grande impresa, poi, è pronta la 
mano d'opera italiana... Io li ammiro, sincera- 
mente. 



111. PER LK VIE DI TUNISI 35 






Dal Bardo al Tribunale arabo: il cambiamento 
di scena è rapido, e lo spettacolo è ancora inte- 
ressante. Si inizia con una scena coreografica: la 
guida funge da interprete. 

— Entra la Corte. 

E una lunga fila di sacerdoti, drappeggiati in 
ampie tuniche arabe, entra lentamente nel tri- 
bunale e si ritira in una sala a pregare. Diamo in- 
tanto un'occhiata al tribunale: un grande cortile 
moresco, dalle colonnine sottili e dagli archi tra- 
forati, tutto circondato da piccole aule variopinte. 
Sopra una porta due "■ sure » del Corano. Poiché 
questo è il tribunale della legge di Maometto: si 
decidono qui soltanto cause attinenti alla religione 

alla tradizione: divorzi ed eredità, per esempio. 

1 giudici sono sacerdoti, e la loro autorità è tale che 
ad essa deve inchinarsi anche il Bey. Non devono 
essere infallibili però, perchè vedo, l'ima in faccia 
all'altra, due salette per il giudizio: un grande di- 
vano nell'una, un grande divano nell'altra: su 
l'uno siede uno stuolo di giudici, su l'altro uno 
stuolo simile. Quando il condannato che si è rivolto 
al tribunale di destra non è soddisfatto, si volta a 



30 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

sinistra e si appella agli altri giudici. Con questo 
mezzo, quasi sempre, è assolto. Ah, l'imparzialità 
dei giudici umani ! 

Ma ecco, la Corte ha terminato l'orazione e ri- 
mane a giudicare nella saletta. La folla si stipa 
contro la porta e guarda: è introdotto un uomo 
con una donna velata. 

L'uomo vuole divorziare. — Perchè ? — Perchè 
questa donna è uscita una volta di casa senza il 
mio permesso. — E sia pure : la donna ha parenti 
presso cui ritornare ? — Sì. — Così il divorzio è 
concesso: costa sei franchi appena. 

— Ho speso appena trenta franchi per isba- 
razzarmi di cinque donne — mi dice la guida, che, 
come sapete, ha divorziato appunto cinque volte... 

E si passa ad un altro giudizio: ora entra una 
donna sola, che, se non fosse invisibile, potrebbe 
sembrare bella e giovine : mormorio di compassione 
nella folla. — Che cosa vuole la donna ? — Ri- 
correre contro la sentenza di divorzio. — Perchè ? 

— La guida che traduce dall'arabo non ha ben 
compreso e tarda un poco a rispondere: intanto 
vedo la donna allontanarsi piangendo sotto il nero 
velo. — Poveretta ! Perchè ? — Perchè voleva 
che il marito le assegnasse una pensione annua. 

— E il ricorso ? — È stato respinto 



III. PER LE VIE DI TUNISI 37 

Ahimè ! Anche le lagrime della donna araba 

erano lagrime di cupidigia delusa Usciamo. E 

andiamo al Tribunale civile. 

Il tribunale beylicale non è tribunale religioso, ed 
ha un'apparenza affatto moderna: siamo in una 
grande aula dalle pareti a smalto. Nella parete di 
mezzo, dietro il tavolo coperto dal tappeto verde, un 
trofeo di bandiere. E, nel centro, il busto del Bey 
attuale: la riproduzione dell'imagine umana sa- 
rebbe proibita dalle leggi del Corano, veramente. 
Nel primo banco stanno gli avvocati, vestiti al- 
l'europea, con il fez in capo. Uno, dall'aspetto 
intelligentissimo, si alza tosto a parlare, e assi- 
stiamo alla sua arringa, che pare eloquente e si- 
cura della riuscita. Il giovane avvocato parla con 
rapidità grandissima, e l'interprete lo segue a 
stento. Si tratta di un israelita al quale avevano 
chiesto un prezzo esagerato per l'acquisto di una 
area in un cimitero. L'avvocato parla in nome 
del cliente, che ha depositato la somma esagerata 
richiesta, ma che vuole ottenerne la riduzione, ci- 
tando numerose prove di fatto. E sullo sfondo di 
questa storia appare, imagine tragicomica, la spoglia 
del morto che attendeva invano la propria sepoltura 
da lungo tempo, ora fuori della casa del compratore, 
ora fuori di quella dei venditori Quando l'avvo- 



38 PARTE PRIMA — VIST; 'XI D'AFRICA 

cato ha terminato il suo discorso, presenta ai giu- 
dici un lungo memoriale: lo guardo. Sono parecchi 
fogli di carta bollata; tutto il mondo è paese 

Usciamo anche da questo tribunale ed entriamo 
nello studio del notaio che stende i contratti di 
divorzio: l'egregio uomo è seduto su una stuoia 
con le gambe incrociate, ed attende i coniugi an- 
noiati del matrimonio. Ci accoglie molto gentil- 
mente e ci mostra vari contratti, tempestati di 
timbri e di marche da bollo. 

Prima di salutare offre la carta da visita: la 

prendo e la conservo. Non si sa mai Anzi ve 

la trascrivo: 

.UIMIvD R. GOBRANE 

xt.rAikK 

Rue Essairia, 26 TUNIS 

Kcco un amico lasciato a Tunisi. 



* 



Quando il sole cala, in direzione della Krumiria, 
si fa notte rapidamente a Tunisi : le ultime pendici 
illuminate sono quelle delle montagne dei Due 
Corni (all'estremo del Golfo), sotto la quale si 



III. PER I,E VIE DI TUNISI 39 

stende il grazioso villaggio di Hammam Lif. 
Questo ed altri villaggi simili sono oggi sede di 
stabilimenti balneari frequentatissimi: i ricchi tu- 
nisini amano vivere con lusso. Il che appare anche 
dall'aspetto serale della città, animata sempre e 
riccamente illuminata. Palazzi sfarzosi con illu- 
minazioni fantastiche, grandi caffè europei ed 
orientali gremiti di folla che beve, che gioca e 
che si fa vento: ecco l'aspetto esteriore della me- 
tropoli tunisina di notte. E nelle vie recondite del 
quartiere arabo e di quello israelita la stessa folla 
che si agita ad una luce più fioca, che giuoca e 
beve nelle taverne, o lungo le strade in cui le donne 
si tolgono il velo dal viso. Vi è a Tunisi una via 
caratteristica in cui le donne della mala vita espon- 
gono i loro lettucci nell'atrio delle case, aperte 
a tutti i passanti. Le donne stesse, immobili come 
statue, inguainate in abiti coperti di scintillanti 
armi Ile di falso argento, si appoggiano allo stipite 
della porta e guardano silenziosamente. Non un 
grido, non uno schiamazzo, mai. 

La prostituzione acquista in questi luoghi vera- 
mente l'antico aspetto sacro, l'aspetto che aveva 
presso molti popoli d'Oriente, dove la dedizione 
sembrava un'offerta e un sacrifizio alla divinità. 

E chi passa per questa via non prova, certa- 



40 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

mente, un senso di disgusto o di nausea, che pure do- 
vrebbe apparir naturale. No. Ma ciò non toglie che 
la fisionomia generale di Tunisi notturna sia triste. 

Triste, come quella di tutte le grandi città colo- 
niali, in cui si avvertono molte strane abitudini 
d'ozio e d'oblio forzato, contratte da questa gente 
sradicata dalla propria terra e costretta a vivere 
lontano, in un porto di mare, sotto un cielo immite. 
Triste il connubio che esiste tra la razza araba in- 
fiacchita e degenerata e la popolazione europea 
non sempre maestra di civiltà: s'ingenerano per 
questa vicinanza accostamenti strani e repugnanti. 
Io ho provato un senso di vera repugnanza, do- 
vuto forse ad un giusto orgoglio di razza, nello 
scorgere gli orridi negri del Sudan e le nostre donne 
di Toscana e di Sicilia che s'incontravano ur- 
tandosi per i vicoli di Tunisi E questo dolo- 
roso aspetto della vita coloniale, che è troppo 
spesso vita di abbrutimento, appare meglio, nella 
città notturna. 

Quale spettacolo invece nel contemplare, di 
notte, Tunisi illuminata e adagiata presso al mare, 
dall'alto del Belvedere ! Grandi solchi luminosi 
corrono a traverso le tenebre, e sono le arterie 
principali della città; fanali ondeggianti in mare 
indicano i luoghi d'ancoraggio delle navi. Una luce 



III. PER LE VIE DI TUNISI 41 

tenue e diffusa avvolge poi in un bagliore unico 
il cielo circostante: talora si vedono rosse 
fiaccole attraversare rapidamente la città da un 
capo all'altro, come lucciole che si spostano nel 
buio: sono gli zuavi che eseguiscono la famosa 
Retratte auxflambeaux.^SiììoTSiV incanto è completo. 

Ma bisogna salire al Belvedere anche durante 
il giorno, quando il sole ardente illumina i viali 
del Parco e le piante spiccano come ombre oscure : 
bisogna salire in alto, entrare nella « cuba » ma- 
ravigliosa, un capolavoro dell'arte moresca, che 
ha più di un secolo di esistenza, e guardare il 
panorama fuori dagli archi stretti. Stendersi sotto 
le colonnine del padiglione bellissimo, fissare ora 
il soffitto, che è un solo lavoro di traforo, ora la 
campagna e le case di Tunisi, che appaiono lon- 
tane; accendere una sigaretta e sognare: ecco 
l'ideale dell'abbandono contemplativo per un mus- 
sulmano. 

E francamente io credo che molti europei si 
sentirebbero nati, in questa divina regione del 
sole, per una religione di abbandono che fosse 
contemplazione della natura ed esercizio della mi- 
steriosa arte del sogno. 



IV. 

Nell'Africa Romana* 

Da Cartagine alle catacombe di Hadrumetum. 

La stazione di Salammbo ! — Il colle della Byrsa 

re santo e un cardinale imperialista — L' ombra di Di- 
done — La Nike di Cartagine — L'ora francese — Vento 
di mare — Beduini a bordo — Susa moderna — Susa 
araba — Susa antica — I primi cristiani nelle catacombe 
— Inno al sole. 

La ferrovia elettrica corre, attingendo forza 
dalla terza rotaia, con una velocità di sessanta 
chilometri all'ora, su la diga che costeggia il ca- 
nale. Presso le case di Dar-el-schott un nome mi 
stupisce, gridato ad alta voce : « Salammbo ! ». La 
stazione di Salammbo ! La guida non sa darsi ra- 
gione della mia maraviglia, ma certo essa non ha 
mai letto l'indimenticabile romanzo cartaginese 
del Flaubert; e non ha mai spiritualmente amato 
la fiera sacerdotessa di Tanit, Salammbo 



44 PARTI' PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Il treno riprende la corsa lungo la linea semi- 
nata di paeselli dai nomi infranciosati (i padroni 
sono ovunque gli stessi: l'italianissima Goletta 
è ora divenuta La Goulette). Nel carrozzone nep- 
pure un francese: arabi, ebrei, italiani in quan- 
tità. 

— Mo' vado a giocare a scopa — esclama uno 
di essi, rivolto al compagno, e scende. 

Scendo anch'io. Dove mai andrà a giocare a 
scopa quell'uomo ? Siamo alla stazione di Car- 
tagine . 

Si incomincia ad ascendere lentamente un colle : 
il colle antico della Byrsa, ove sorgeva un tempo 
l'acropoli cartaginese. Ma su queste aree i Padri 
bianchi del cardinale Lavigerie hanno fondato una 
grande chiesa e un convento, e la guida tenta atti- 
rarmi verso quegli edifìci e vuole condurmi alla 
cappella dedicata alla memoria di Luigi il Santo, 
re di Francia, morto qui mentre si accingeva a 
partire per una Crociata. 

Dio s'abbia in gloria l'anima del Re Luigi e del 
cardinale Lavigerie, che voleva fondare intorno 
alla sua Chiesa una nuova Cartagine: non voglio 
pensare oggi alle imprese medioevali dei sovrani 
cristianissimi, Luigi IX e Carlo V, e neppure alla 
Cartagine cristiana, feconda di dottissimi padri 



IV. NELL AFRICA ROMANA 45 

della Chiesa. Come si può non essere pagani su 
questo colle d'un sì gran nome nomato ? La Car- 
tagine di Didone, la Cartagine di Salammbo, la 
Cartagine della moglie d'Asdrubale, ecco quella 
che eternamente vive. Siano lodati perciò i Pères 
blancs che hanno intrapreso l'opera degli scavi, 
e Gastone Boissier che ha parlato così dottamente 
di Cartagine nel suo noto libro: L'Afriquc romainc. 
Su le traccie segnate da costoro possiamo aggi- 
rarci fr amezzo alle rovine. Non forse ci sarà dato 
ritrovare la grotta che accolse Enea e Didone du- 
rante la tempesta ? 

Speluncam Dido dux et troianus eamdem 

Devcuimit 

Ecco invece le mine del tempio d'Esculapio, 
del dio Eschmoun: siamo su le alture dell'antica 
città. Come doveva estendersi immensa ai piedi 
dell'acropoli l'urbe magnifica ! Vera galea anco- 
rata su le sabbie della Libia — come la definisce 
il Flaubert — la grande repubblica tendeva sul 
mare le braccia avide, e, assordata dal rumore del- 
l'onda, non udiva dietro se il passo del dominatore 
che si avvicinava. Qui sotto forse, dove sono ora 
sterpi e cespugli, fiorivano i giardini dei ricchi, 
presso i palazzi di Mégara. E allora come oggi 



46 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

quei gruppi di case apparivano laggiù con gli 
stessi nomi antichissimi: Tunisi, Radcs, Ariana. 
Furono, durante la rivolta dei mercenari, le rocche 
dell'insurrezione; Cartagine li schiacciò. Oggi 
invece i barbari hanno trionfato, Cartagine è 
deserta. 

E una grande tristezza in queste rovine, una 
desolazione indicibile. La natura risplende gloriosa 
intorno, come ai tempi in cui il lago di Tunisi 
accoglieva dugento galere della Repubblica; l'opera 
dell'uomo è stata distrutta. Qualcosa rimane nei 
musei di Cartagine e di Tunisi: antiche lapidi ed 
inscrizioni fenicie, spade, gioielli, statue mutilate. 
Quando si rivedono gli oggetti bellissimi che 
furono elei dominatori di Cartagine, la città 
non rivive più nella leggenda soltanto, ma 
anche nella storia 

Cartagine ha avuto un poeta, Vergilio, che ne 
ha immortalato le origini, cantando Didone, la 
divina creatura d'amore, prima regina dei Fenici. 
Chi conosce Y Eneide e non sente qui, sponta- 
neamente, ricorrergli alla mente i versi del quarto 
libro, è un uomo senza intelletto o senza cuore: 
Didone a Cartagine mostra ai nostri occhi tutta 
la potenza evocatrice della poesia. Il nostro entu- 
siasmo si accende su questo colle, dove s'innalzò 



IV. nell'africa romana 47 

la fiamma del rogo che consunse la regina punica 
in cospetto del mare. 

Ma alla leggenda tien dietro la storia. E noi 
non andiamo a ricercare in Sallustio le pagine 
scultorie che parlano della guerra giugurtina, e 
neppure rievochiamo le vicende delle guerre 
che portano lontano il nome di Cartagine e dei 
Barca, ma ritorniamo con l'immaginazione ai giorni 
dell'ultima disperata difesa, quando si compì il 
voto di Catone e furono abbattute le mura che 
videro poi il pianto di Mario. 

Le sortite disperate dei brulotti incontro alla 
flotta romana; la maravigli osa costruzione di cin- 
quanta triremi e di un nuovo canale; l'entrata di 
Scipione nella città, il quale spinge dinanzi a sé 
su la Byrsa gli ultimi difensori : tutto rivive nella 
memoria, fino al giorno fatale in cui Asdrubalc 
si arrese. 

E allora la sua donna, la sua eroica donna, salì 
al tempio di Esculapio — qui, dove si toccano 
ancora le pietre dell'edificio — e l'incendiò : ma- 
ledisse il marito, gittò nelle fiamme i figliuoli 
e scomparve nell'ardore terribile del fuoco. Car- 
tagine non era più. 



48 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 



* 
* * 



Il colle della Byrsa è ormai lontano: mi volgo 
a guardarlo ancora. Anche Enea, quando veleg- 
giava nel mare 

con gli occhi 

da la forza d'amor rivolti indietro 
rimirava a Cartago. 

Saranno sempre rovine al posto della città 
antica ? 

Forse Cartagine attenderà la risurrezione. 

fin che perfezion di tempi veglia. 



Fra le statue trovate nelle rovine di Cartagine 
ve n'è una bellissima ed intatta: una statua ro- 
mana della Vittoria. La Vittoria dev'essere il sim- 
bolo augurale di Cartagine nel tempo. 

Ed io penso ad un'altra sera simile a questa, 
magnificata dalla tradizione e dalla poesia, quando 
dinanzi al sole calante ed a Cartagine ebbra di 
entusiasmo, il salvatore della città dai barbari 
bevve da una pàtera d'oro al genio di Car- 
tagine. Ma accanto a lui morì fulminata la donna 
che aveva osato violare, sacrilegamente, i misteri 



IV. nell'africa romana 49 

della dea protettrice della città, della terribile 
Tanit... 

Non vi è chi viola oggi la terra sacra all'erede 
di Roma? 






Ho trovato, a Tunisi, due fatti strani ed inattesi: 

Il mutamento d'ora e la fresca temperatura 

africana. Due fatti che, come si vede, riguardano 
quanto, con appellativo unico, si dice vol- 
garmente il tempo. E se la prima circostanza mi 
apparve inattesa per la mia ignoranza immemore, 
sostengo che la seconda mi apparve inattesa perchè 
contraria realmente alla fama. Eppure è così: in 
Africa fa fresco. 

Scendendo a Tunisi, il primo giorno, al tocco 
del mio orologio, ho avuto la piacevole sorpresa 
di veder segnato su gli orologi pubblici il mezzo- 
giorno. Un'ora guadagnata ! È una delle conquiste 
più desiderate da ogni uomo: e qui il fenomeno 
si compie perchè in Tunisia vige l'ora di Francia, 
benché la longitudine si opponga a questa impo- 
sizione arbitraria e imperialista, che arruffa sempre 
più i calcoli di chi vuol confrontare l'ora reale 
con quella astronomica. 

4 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli, 



50 PARTE PRIMA — VISIONI D 'AFRICA 

Naturalmente viene il momento (è proprio il 

caso di dire il minuto ) in cui la conquista si 

sconta: ce ne siamo accorti partendo da Tunisi 
un'ora prima di quella stabilita ! 

Questa nuova condizione oraria ci segue per 
tutti i porti della Tunisia; e ci segue anche una 
deliziosa frescura, dovuta ad un buon vento di 
mare: cosicché l'Africa in settembre non ci appare 
troppo calda. Ma il vento provoca altre commo- 
zioni in mare e per questo, nei dintorni del Capo 
Bon, molti passeggeri lasciano il ponte, e pochi 
rimangono a conversare col comandante ed a 
passeggiare sopra coperta. 

Abbiamo a prua un vero accampamento di 
arabi, che si sono trasportati su la nave: stendono 
le loro stuoie, si avvolgono completamente nei 
mantelli, e, sdraiati, compiono pacificamente la 
traversata. Si destano all'ora dei pasti e allora 
siedono a circolo, con le gambe incrociate : allun- 
gano le braccia e continuano a mangiare ani- 
malescamente, arraffando quanto più cibo è pos- 
sibile. Solo qualche negro dal viso camuso e dal 
colorito veramente pìceo, e qualche beduino ap- 
poggiato all'inseparabile ed interminabile fucile, 
se ne sta in disparte. 



IV. NELL AFRICA ROMANA 



* 



Il primo porto che si tocca, dopo Tunisi, è 
quello di Susa. Anche in questo luogo i francesi 
hanno saputo costruire lunghe gettate, rendendo 
accessibile il porto ai grossi vapori. La citta- 
dina europea, che sorge fuori del recinto turrito 
della città araba, è linda graziosa nuovissima; 
è sorta regolarmente, con larghe strade e grandi 
edifici, quasi tutta dopo il 1881, cioè dopo l'occu- 
pazione francese. 

« Noi, che siamo nati qui — mi diceva il cavalier 
Pignatari, uno degli italiani più benemeriti della 
colonia — non crediamo talora ai nostri occhi 
vedendo il cambiamento che la città ha subito 
dopo l'Si per merito dell'iniziativa francese e del... 
lavoro italiano ». vSusa moderna ha terminato in 
questi giorni anche la costruzione di un elegan- 
tissimo teatro, che permetterà ai cittadini di sen- 
tire qualche buona opera italiana. 

La Susa araba, dentro le mura, non ha nulla 
di notevole all'infuori del mercato e della kasbah : 
conserva il carattere pittoresco di tutte queste 
città della costa africana. Ma Susa merita oggi di 
essere conosciuta per le catacombe scoperte a 



52 PARTE PRIMA — VISIONI D'APRICA 

pochi chilometri dalla città, oltre le caserme dei 
soldati francesi. Ne parlo di proposito perchè 
nessun italiano ha scritto fino ad oggi qualcosa 
intorno a queste catacombe adrumetine, che 
pure sono assai note in Francia e in Germania. 



* 



Narra la leggenda che Hadrumetum, città della 
costa che sorgeva un giorno al posto di Susa (la 
quale ha conservato in un museo le reliquie della 
gran madre) fosse un tempo una grotta miste- 
riosa. I Cristiani resero realtà quella che era favola 
e scavarono, ai tempi delle persecuzioni, lunghe 
gallerie di catacombe. Le gallerie sterrate sino 
ad oggi si svolgono per 3500 metri : i lavori furono 
intrapresi nel 1903 per cura dell'abate Leynaud 
e condotti a termine in pochi anni. 

Ci s'inoltra ad una discreta profondità, sotto 
volte strette e basse parecchio : « si va al centro 
della terra », mormora annoiato un amico burlone. 

Ma a poco a poco la galleria s'ingrandisce e si 
rischiara alla luce di una lampada, che la guida ha 
tolta forse dal medesimo ripostiglio in cui la mette- 
vano gli antichi. Poi incominciano ad apparire 
lapidi tombali, impronte di varia natura e calchi, 



IV. NEW/ AFRICA ROMANA 53 

per così dire, dei corpi che furono qui sepolti. Su 
una tomba leggo il nome d'una donna greca accolta 
nel grande ricettacolo comune a tutti i cristiani. 
Teodora en tade koimade; su altre tombe sono 
incisi simboli interessanti: la colomba e l'ancora, 
oppure la figura del buon Pastore con una folta 
barba orientale ed una pecorella su le spalle : la 
figura è, in questo luogo, oltremodo suggestiva. 
E ritornano alla mente le parole con cui l'abate 
I^eynaud volle ricordata la devozione che lega i 
cristiani tunisini dell'oggi con questi antichissimi 
morti della loro fede. 

Nella cappella centrale, modestissima, sboccano 
sei gallerie; presso all'altare si conservano fram- 
menti deteriorati delle antiche pitture. 

Ci aggiriamo a lungo sotto le volte non grandi, 
che si sono però fatte almeno capaci, e ad ogni 
angolo troviamo un'impronta, un segno che ci 
ricorda la passata esistenza di questi primi cristiani. 

Troviamo finalmente una tomba coperta da 
una vetrina, nella quale sono gli scheletri di una 
giovine donna e di tre bambini : due sul seno della 
madre, ed uno a lato. « L,e dernier nous l'appelons 
son fils aìné » — mi dice la guida — « car il nous 
semble de les connaitre tous, et de voir encore sa 
mère penchée sur lui, qui est le plus grand », 



54 PARTE PRIMA — VISIONI D AFRICA 

Che frase gentile in bocca a quel rozzo custode, 
che vive in una diuturna comunione con i morti ! 

Ed i morti rimangono oggi testimoni del- 
l'importanza di Hadrumetum antica, di tutte le 
città dell'Africa romana, specialmente nei primi 
secoli del cristianesimo: città fiorentissime che 
scomparvero sotto la prima bufera dei Vandali 

Ma quale triste cosa, in verità, si è la visita 
nell'ardente terra africana a queste sotterranee 
dimore dei morti ! Sono uscito con un'esclamazione 
di sollievo dalle catacombe, ed ho visto il cielo 
risplendere in una nitida infinità d'azzurro. 

Ed ho pensato ai versi di Giosuè Carducci, alla 
Certosa di Bologna luminosa in un mattino d'e- 
state, alla mia Italia lassù, come a una dolce 
cosa lontana 

« Oh caro a quelli che escono da le bianche e tacite case 
de i morti, il sole! Giunge come il bacio di un dio: 
bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso 
cantano le cicale l'inno di messidoro ... 



V. 
Islamismo e romanità in Tunisia» 

Dalla Città Santa all'Anfiteatro d'El Giem. 

Xel treno di Kairuan — Rebecca alla fonte — L,a tomba 
del Barbiere — Notti d'Africa — L,e colonne del Para- 
diso — Alba sn le paludi — In automobile su la via del 
Colosseo — Una carovana — El Giem — « Aere gallico, 
ansu romano » — Turismo africano — Sfax, i fosfati e i 
negri. 

« Direction de Keruan, en voiture, s'il vous 
plait ». Il grido è lanciato da un conduttore fran- 
cese di questa linea ferroviaria tunisina, che si 
spinge nell'interno, da Susa a Kairuan. 

E il treno si mette in moto celeremente a tra- 
verso gli oliveti dell'Oued I^aia. Desidero andare 
un poco nell'interno della Tunisia per conoscere che 
cosa sia questa terra africana oltre le dune della 
spiaggia. E vado a Kairuan, la città santa della 
regione, che conserva, unica, il carattere antico. 
« Chi vuole sognare ad occhi aperti vada per una 



56 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

notte a Kairuan », ha detto Domenico Tumiati, 
uno dei più entusiasti ammiratori dell'Africa ro- 
mana, ed eccomi in treno alla volta della Mecca 
tunisina: incomincio il pellegrinaggio in ferrovia ! 



* * 



In treno si trovano facilmente amici : stavo con- 
versando con un lavoratore italiano che si recava 
alla costruzione delle nuove ferrovie interne, 
quando ho scorto un arabo che gli toglieva gentil- 
mente di mano un giornale illustrato. Tò ! Un 
arabo che legge l'italiano: lo osservo con compia- 
cenza. 1/ arabo sorride: legge le cartoline del 

pubblico. 

Non tardiamo a divenire amici ; ed egli mi chiede 
premurosamente notizie di Vittorio Emanuele, el 
Rey d'Italia Si vede che l'arabo ha una pro- 
fonda conoscenza degli italiani, perchè — appena 
gli presento un amico — ne ripete il cognome 
così : « Signor X Y, mangiatore di macaroni » ! 
O arabo impertinente ! Questa te l'hanno inse- 
gnata i francesi 

Ma l'amico tunisino lusinga anche il mio orgoglio 
latino, additandomi ad ogni momento rovine 
antiche nella pianura ed esclamando : « Antèques 



V. ISLAMISMO E ROMANITÀ IN TUNISIA 57 

roumanis », antichità romane, volendo tradurre il 
suo gergo.... 

Nella pianura scorgiamo anche, lontana, una 
capanna isolata: là sta un marabut, mi spiega 
l'arabo, ed esprime la sua devozione per il santo 
che vive là pregando e lavorando; dopo Sidi el 
Hani scorgiamo all'orizzonte una lunga linea bianca 
sfavillante: sono saline, commenta ancora l'arabo, 
fiero di queste cognizioni che lo innalzano sopra 
di me. 

Incomincio distrattamente a fischiare sotto voce : 
l'arabo tende l'orecchio, m'interrompe e riprende 
per conto suo a fischiare ad alta voce la Mattchiche! 
Ed è un arabo che abita a Kairuan, la città santa 
ancor poco nota agli europei ! Chi sa che cosa 
devono essere gli abitanti della costa: più .... 
civili degli europei ! 

A Sidi el Hani ho visto scendere dal treno una 
bellissima ebrea, col volto naturalmente scoperto. 
Vedere una bella donna col volto scoperto non è 
cosa facile in Tunisia : e questa era bella davvero, 
con i grandi ornamenti d'oro al collo ed alle orecchie, 
col viso incorniciato da una folta chioma corvina ; 
tutta avvolta in un manto bianco sottile come 
un peplo antico. L,e donne siriache d'un tempo 
non dovevano essere diverse. 



58 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

IV ebrea è scesa dal treno con una piccola anfora 
in mano, si è avvicinata alla fontana della stazione, 
ha immerso l'anfora, l'ha sollevata tenendola con 
le due mani, e ha bevuto. Un piccolo quadro: 
Rebecca alla fonte. 



* * 



Kairuan, finalmente ! Siamo scesi all'albergo 
modesto, che porta il nome pomposo di « Hotel 
Splendide », e che è, come la stazione ed il palazzo 
del governatore, fuori della cinta della città araba. 

Poi siamo entrati nella città santa ed abbiamo 
incominciato la visita delle Moschee. Kairuan, 
per chi non lo sappia, è la città santa della Tunisia 
perchè vi si conserva la tomba del barbiere di 
Maometto: chi va in pellegrinaggio tre volte a 
Kairuan può dispensarsi dall'andare alla Mecca. 

Per questo la città conserva tuttora un carat- 
tere spiccatamente arabo: l'elemento indigeno vi 
ha il sopravvento completo. Qui i francesi poco 
hanno fatto dopo l'8i; ce ne accorgiamo cam- 
minando per le vie sporche e polverose. 

Ce ne accorgiamo quando, alla Moschea del 
Barbiere, siamo invitati gentilmente a toglierci le 
scarpe per non contaminare i tappeti sacri: oc- 



V. ISLAMISMO E ROMANITÀ IN TUNISIA 59 

corre acconsentire. La tomba del Barbiere non 
ha, naturalmente, nulla d'interessante per noi: 
bellissimo invece è il cortile moresco che vi dà 
adito. 

Ma nella Moschea di un altro santone si con- 
servano reliquie più curiose: una pipa lunga due 
metri, una spada colossale (tornata di Francia 
or è poco), che appartennero ad un guerriero 
gigantesco; ed infine le antiche porte della città, 
che portano, scolpite sul legno, le sur e del 
Corano. 

Il maomettano passa e si inchina; l'europeo 
passa e sorride. Ma quando l'europeo si trova 
dinanzi alla Grande Moschea non può rattenere 
un grido di stupore: l'arte e la fede maomettana 
non hanno elevato in queste regioni monumento 
più grandioso: cinquecento colonne sorreggono il 
porticato del grande cortile e le navate del tempio : 
è una fila di steli marmorei a perdita d'occhio. 
Bisogna vedere questo grande tempio il venerdì 
sera, quando tutti i fedeli di Kairuan si accol- 
gono qui a pregare, oppure quando il cortile e 
la Moschea sono completamente deserti : un senso 
di sgomento ci coglie allora, perchè ci sentiamo 
affatto estranei a questa fede lontana che non 
ha saputo adornare di icone le pareti nude della 



6o PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

casa di Dio : questa fede non può parlare al nostro 
cuore. Uno strano senso nostalgico ci invade nella 
città completamente araba, a molte miglia dal 
mare. Essa non può essere per noi la città ospitale. 



* 



Kairuan, la Santa, si domina tutta dal minareto 
altissimo della Grande Moschea: chi ha visto un 
tramonto a Kairuan da quel minareto ha provato 
veramente tutto il fascino che possono inspirare 
le città d'Africa. 

Ricorrono spesso, troppo spesso, in queste mie 
note, i nomi di alba e di tramonto : ma veramente 
la vita africana non è come la nostra. 

Qui si vive poco di giorno: la vera vita è not- 
turna e si estende dal tramonto all'alba. E poiché 
noi europei conserviamo l'abitudine di dormire 
durante alcune ore almeno della notte, conside- 
riamo l'alba ed il tramonto come i momenti mi- 
gliori della giornata. 

Il tramonto dà al cielo e alle case di Kairuan 
i colori più vivi e più pittoreschi : la tonalità bianca 
degli edifici si attenua in una soffusa tinta rosea 
dopo il calar del sole, e il cielo diventa d'un azzurro 
cinereo che i nostri orizzonti d'Europa non cono- 



V. ISLAMISMO E ROMANITÀ IN TUNISIA 6l 

scono. Allora anche i palmizi si fanno più oscuri e 
incominciano a tremolare per la brezza di terra. 
Tutto tace nella città; soltanto qualche grido 
di bimbo, e l'ululato fastidioso di un cane : è una 
sera d'Africa. Poi, a poco a poco, la luna inco- 
mincia a salire, e le stelle appaiono, ad una ad 
una. L,a città bianca dorme. Ed io guardo il 
cielo : vi sono nella Grande Moschea tre colonne 
serrate : chi passa a traverso le colonne ha aperta 
la strada al paradiso ! « Io sono passato a tra- 
verso le colonne del tempio, ed ora vi chiedo, 
o Allah: mi concederete anche in un giorno 
lontano, di dimorare nel vostro padiglione d'az- 
zurro ? ». 



* 
* * 



Quale intenso chiarore conserva, anche nella 
notte, il cielo d'Africa ! Abbiamo lasciato Kairuan, 
la città santa, poche ore dopo la mezzanotte, 
quando il firmamento appariva ancor punteggiato 
da miriadi di stelle, eppure nessuna oscurità era 
per le strade : soltanto un freddo pungente intri- 
rizziva le membra. 

Il freddo notturno ha durato finche, di su le 
paludi che circondano Kairuan, non è sorto il sole. 



62 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Il sole è venuto su, come un gran disco fiammante, 
ed ha inondato di luce la grande pianura acqui- 
trinosa che avvolge la città santa; il paesaggio 
desolato, privo di vegetazione come se un'immensa 
lama avesse falciato ogni arbusto dal terreno, ha 
mutato aspetto, ed il sole ha giuocato co' suoi 
riflessi nelle chiazze stagnanti della morta gora. 
Poi le tinte calde dell'oro hanno incominciato a 
ritingere le sabbie, ed il giorno si è levato su 
l'Africa. 

Siamo tornati a Susa nel treno che ha sostituito 
da pochi anni il tram a cavalli (come da poco, si 
dice, i servitori umani hanno sostituito... le scimmie 
nell'albergo di Kairuan). Nelle ferrovie tunisine 
vengono a chiudere la loro carriera elementi di 
ogni specie, balzati da tutti i canti del mondo in 
queste imprese dell'industria coloniale. Così ho 
potuto entrare terzo in una conversazione inte- 
ressantissima fra un capotreno ed un viaggiatore: 
il primo era un provenzale che portava al petto 
la medaglia del Madagascar, ed il secondo un 
tunisino che, con i tirailleurs d'Algerie, aveva fatto 
nel 1900 la campagna di Cina contro i Boxers. 
« Sono stato a Tien-Tsin, mi diceva, a fianco dei 
marinai d'Italia» e mi mostrava sul braccio ta- 
tuato emblemi guerreschi di ogni specie. 



V. ISLAMISMO E ROMANITÀ IN TUNISIA 63 



* 
* * 



Chi va in Tunisia senza vedere le moschee di 
Kairuan e l'anfiteatro d'El Giem, può dire di non 
aver visto nulla che valga la pena del viaggio. 
Eccomi dunque in cammino alla volta di El Giem. 
E come passare dai capolavori dell'arte moresca 
al massimo monumento africano di Roma impe- 
riale, nello spazio e nel tempo ? Non c'è che un 
mezzo: filare verso El Giem in automobile, per 

rendere l'anacronismo più completo, e il viaggio 

più comodo ! 

La Tunisia è il paradiso degli automobilisti; 
non credo esistano in Europa strade più belle, più 
regolari, più comode di quelle che il genio civile 
ha tracciato a traverso le lande steppose della 
Tunisia: possiamo ben dire che queste magnifiche 
arterie stradali furono compiute aere gallico, ausu 
romano. 

La nostra automobile — una Peugeot 16 HP — 
fila a 50 km. all'ora, sollevando soltanto rari 
nembi di polvere: nessun ostacolo, nessun rilievo 
interrompe gl'interminabili rettifili, lunghi pa- 
recchie migliaia di metri. Una volata fantastica a 
traverso le lande africane (le regioni che attra 



64 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

versiamo non sono molto fertili) su una strada 
limitata a tratti da filari di alberi esotici ; qualche 
accampamento di beduini e qualche tenda di 
marabut interrompe ogni tanto la monotonia del 
paesaggio; la linea luccicante del mare all'oriz- 
zonte abbacina l'occhio di chi guarda questa 
piana distesa infuocata. Fuggiamo correndo le 
vampe di calore. 

Si prosegue così di corsa per molto tempo, 
quando siamo costretti ad una fermata improv- 
visa. Stop ! Iya macchina si arresta. Che è ? Una 
carovana di trenta cammelli, montati da beduini, 
sbarra il passaggio all'automobile. Mentre noi, 
inebriati dalla corsa, gridiamo concitati: Barrai 
barra ! via, via ! — i beduini si accingono lenta- 
mente a lasciare il passo. Una trentina di animali 
tardigradi non si muove facilmente, ed occorre 
parecchio tempo prima che i pacifici animali ab- 
biano sgombrato la strada. In groppa ad essi le 
beduine, dai grandi mantelli turchini, risuonanti 
per le molte armi Ile d'oro appese alla stoffa, 
guardano estatiche 

Riprendiamo la corsa ; ma, di nuovo, che è quella 
maccma nera là in fondo ? In pochi minuti il pro- 
filo si fa più distinto, diventa una gran massa 
oscura, s'ingrandisce e s'illumina dinanzi alla mac- 



V. ISLAMISMO E ROMANITÀ IN TUNISIA 65 

china che si avvicina rapidamente; dò un grido: 
— Il « Colosseo », l'anfiteatro d'El Giem ! 

Siamo arrivati ormai ai piedi della grande mole 
dorata. I/impressione che si prova arrivando a 
El Giem da Kairuan è indimenticabile: Kairuan 
è costrutta in una grande pianura desolata, dice 
il Boissier, senza vegetazione. Si vede che chi 
l'ha fondata era l'adepto d'una religione fatalista, 
che non si preoccupava delle condizioni della vita. 
Lanciava una sorta di sfida alla natura, pensando 
che la Provvidenza divina avrebbe poi provveduto. 
Bisogna allontanarsi molto da Kairuan per abban- 
donare il deserto. 

Quando le prime pianure fertili appaiono, El 
Giem è vicino. 

L'anfiteatro che ivi sorge apparteneva all'antica 
città romana di Thysdrus, città importantissima 
dove si univano sei grandi strade. 

« E un monumento enorme, che appare tanto 
più grandioso in quanto che ogni cosa è umile e 
bassa tutto intorno. Lo si scorge da tutti i lati a 
una distanza superiore alle dieci leghe, e non si 
scorge altro. Poiché nulla distrae l'attenzione del 
viaggiatore, questi non ne allontana mai lo 
sguardo. Il piccolo villaggio indigeno, da cui non 
esce rumore di sorta, scompare sotto l'ombra di 

5 — CASTELLISn, Tunisi e Tripoli. 



66 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

quell'immensità. Quella solitudine e quel silenzio 
aumentano l'impressione che si prova accostandosi 
al monumento ». 

Il maestoso colosseo d'El Giem, di poco inferiore 
per grandezza all'anfiteatro Flavio di Roma, con- 
teneva circa settantamila spettatori; è lecito de- 
durre da questa cifra l'importanza che Thysdrus 
doveva avere, che tutta l'Africa romana aveva 
raggiunto negli ultimi secoli dell'impero. 

Dinanzi al grandioso edilizio, uno dei più vasti 
e dei meglio conservati dell'epoca romana, ho 
sentito rinascere in me l'atavico orgoglio latino. 
Il sole brillava su i grandi archi semplici e maestosi, 
che luccicavano per una tinta dorata superba. 
E la pietra africana, è il sole che dà a questo Co- 
losseo un aspetto aureo così glorioso ? Non so : 
ma certo poche altre costruzioni romane riten- 
gono tuttora un colore così vivo, così caldo per 
i baci del sole. E l'impressione che si prova arri- 
vando oggi in automobile a traverso l'Africa 
deserta, dinanzi al grande simbolo della potenza 
e della fecondità antica, diffusa per tutte le spiagge 
più inospiti e per tutti i mari, è indimenticabile. 
Poiché non si può paragonare a nessun' altra im- 
pressione. Neppure le Piramidi nel Deserto hanno 
tanta potenza significativa: qui Roma ha saputo 



V. ISLAMISMO E ROMANITÀ IN TUNISIA 67 

creare non sepolcri fastosi isolati, ma una grande 
città dov'era il deserto, dove nessuna nazione 
europea avrebbe oggi l'ardire di fare l'eguale. Per 
ciò lo stupore è quivi il nostro dominatore naturale. 
Una sola nazione ha saputo sino ad oggi di- 
mostrarsi erede non indegna della madre latina 
in queste regioni : la Francia ; ed ha saputo uscire 
dallo stato d'ammirazione per cercar d'imitare la 
madre antica con i grandi lavori dei porti e delle 
strade. Come sempre dinanzi al nemico possente, 
lo invidio e lo ammiro. 



* 
* * 



Un'altra strada degna di Roma ci conduce fino 
a Sfax : dopo aver attraversato la Tunisia in quasi 
tutta la sua lunghezza, lasciamo l'automobile su 
le banchine del porto. Un buon porto moderno 
anche questo, come tutti gli altri. E intorno al 
porto la consueta città francese, e dentro le mura 
la consueta città araba: monotona e pulita la 
prima, pittoresca e sporca la seconda. 

I due principali edifici di Sfax sono il nuovo 
palazzo del Municipio, e la sede della società dei 
fosfati. Sfax vive oggi soltanto dell'industria dei 
fosfati, che si vanno a scavare lontano, sino a 



68 PARTE PRIMA — VISIONI D' AFRICA 

Gafsa, lungo una linea ferroviaria privata. Ogni 
giorno partono da Sfax parecchi vapori carichi 
di fosfato: i negri del Sudan agevolano il lavoro 
di caricamento automatico e faticano in modo 
bestiale. 

Non ho mai sorpreso espressione di angoscia 
umana più atroce di quella che avevano dipinta 
in volto quelle povere creature da soma. I negri 
sono sfruttati poiché, ancor oggi, ben pochi li 
considerano uomini. Purché il commercio prosperi 

e la Tunisia renda i milioni spesi per essa E 

questo sfruttamento triste e immorale degli in- 
digeni è, in ogni impresa africana, il doloroso ro- 
vescio della medaglia. 

I pacifisti e gl'internazionalisti non guardano 
che il rovescio delle questioni e se ne servono 
come di un'arma. Impareremo a ritorcela contro 
di loro 



VI. 
Tripoli d'occidente* 

Nella Piccola Sirte — L'oasi fantastica — L'isola di Calipso 
— Dal Brennero a Tripoli — Un nido di corsari — In- 
dolenza turca e italiana — vSoldati e ufficiali — Il 

quartiere israelita — Il mercato dei cammelli — Marco 
Aurelio e il salumiere — Gli iconoclasti al caffè. 

Giungiamo a notte alta nella piccola Sirte. Gabes 
ci appare all'alba, velata di vapori rosei, ed è la 
prima terra tunisina in riva al mare che non rechi 
le vestigia della modernità gallica. L'adombra 
tutta un'aria selvaggia e africana. Gabes è l'ul- 
tima terra tunisina al confine della Tripolitania; 
la Francia vi lascia una forte guarnigione : perchè, 
se non si cura della Tripolitania ? 

Della Tripolitania no, ma si cura invece dello 
hinterland tripolino, limitato dalla famosa conven- 
zione anglo-francese, per cui molte oasi dell'interno 
vengono sottratte all'influenza della costa e de' suoi 
eventuali possessori. Ed è a Gabes infatti che do- 



yo PARTE PRIMA — VISIONI D'APRICA 

vrebbe terminare la futura ferrovia Gadamès- 
Gabes, apportatrice alla Tunisia del commercio 

di molte carovane tripoline 

Qui a Gabes, nell'oasi ridente dove passeggio 
in questa chiara mattinata settembrina, a tra- 
verso un paesaggio di sogno. Chi mi avrebbe detto 
un giorno che avrei camminato davvero in questi 
viali silenziosi ed oscuri, ombreggiati da palmizi 
giganteschi, che mi pareva dovessero esistere sol- 
tanto nella fantasia di novellieri arabi ? 



* 



Due colpi di campanello, un grande stridore 
di macchine, uno spumeggiare d'acque tutto in- 
torno: siamo ancorati dinanzi a Gerba, l'antica 
isola della maga Calipso. Grandi barche dalle 
bianche vele spiegate — barche di pescatori ita- 
liani — simili ad uccelli svolazzanti, vengono 
intorno al piroscafo, dall'isola del mito e della 
poesia. A sera si lascia l'isola abbandonata dal- 
l'incantatrice divina, e si riprende la navigazione 
dalla terra della leggenda verso la costa della 
realtà. Questa notte passeremo il confine della 
Tripolitania. 



VI. TRIPOLI D'OCCIDENTE 71 



* 
* * 



Curioso caso quello che mi guida, in una stessa 
stagione, dalle settentrionali pendici del Brennero 
alla rada meridionale di Tripoli ! Ho attraversato 
così nella sua lunghezza tutta questa « più grande 
Italia» che vorremmo florida e potente. Ed è stata, 
giù giù, una corsa per le regioni dell'Alto Adige e 
del Trentino, della Lombardia e della Liguria, e una 
breve navigazione nel mare che dovrebbe essere 
il Mare nostro, intramezzata da una sosta in 
Sardegna, finche non sono giunto a queste terre 
d'Africa, la Tunisia e la Tripolitania, che vado ora 
con italico fervore visitando. 

E se nazione d'Europa ha diritto al possesso 
o al protettorato di queste terre, tale nazione è 
l'Italia. Italiani che soffrono, delusi, sono gli abi- 
tatori nostri della Tunisia; italiani che attendono, 
conculcati, sono i coloni nostri della Tripolitania; 
ed è a studiare le loro condizioni ed a conoscere 
i nostri diritti ed i nostri doveri che io mi fermo 
qui. Vediamo prima come appaia all'esterno Ta- 
rabulus el Garb, dopo aver appreso a conoscere 
fugacemente la Tunisia rinnovata; e soffermia- 
moci poi a discutere — su i dati de' più auto- 



72 PARTE) PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

revoli studiosi — le condizioni reali di queste 
terre, che appaiono oggi a' nostri occhi come gli 
estremi lembi della auspicata più grande Italia. 



* 
* * 



Tale quale appare oggi al mio sguardo, Tripoli 
dovette apparire allo sguardo dei corsari che vi 
tornavano periodicamente al riparo, ne' secoli 
scorsi. 

Una grande linea bianca, circondata da palme 
altissime, si solleva improvvisamente dal mare e 
dà l'unico rilievo alla costa delle Sirti in questo 
punto. 

Tripoli è un'antica fortezza cinta ancora di ba- 
stioni altissimi e di grandi castelli, un nido sel- 
vaggio d'insidiatori del mare: tutto parla delle 
imprese corsare dalle sue mura turrite, e un epico 
vento soffia da quei baluardi lontani. 

Ma come il piroscafo si avvicina a Tripoli l'in- 
canto cade: le mura terribili si rivelano deboli 
bastioni, che al primo colpo di cannone precipite- 
rebbero in mare. Spenta ogni potenza navale degna 
della memoria del gran Sidi Dragut: una risibile 
cannoniera turca, che ha, piuttosto che cimi- 
niere, fumaioli di cucina, sta pacificamente an- 



VI. TRIPOLI D'OCCIDENTE 73 

corata nel porto. Il porto ? Che cos'è mai il porto 
di Tripoli ? Un meschino specchio d'acqua co- 
sparso di boe galleggianti, malsicuro ancoraggio 
per poche navi: non l'ombra di una banchina o 
d'un molo, che riparino l'ancoraggio, naturalmente 
indifeso. Tripoli non ha la fortuna di avere una 
rada od un seno chiuso che possa accogliere le 
navi al sicuro. Bisogna stare ancorati al largo, a 
qualche chilometro dalla spiaggia. 

Eppure parecchi scogli che emergono a fior 
d'acqua, potrebbero — se collegati da una get- 
tata — offrire sufficiente sicurezza e comodità 
al porto: ne occorrerebbe, a detta dei competenti, 
una spesa troppo forte per tale lavoro. Ma benché 
Parmenio Bettoli avesse da lunghi anni richiamato 
l'attenzione degli italiani su tale stato di cose, 
nulla s'è fatto. Soltanto quando parve nel 1905 
che la Francia dovesse assumere l'impresa, vi fu 
un poco d'allarme; scongiurato il pericoloni le- 
varono al cielo alte grida di gioia, e Tripoli rimase 
— qual'è — immota. Purché gli altri non tocchino 
quella terra, non la toccheremo neppure noi. Ecco 
la parola d'ordine con cui nel secolo xx ci facciamo 
custodi dell'impotenza turca: con quanto van- 
taggio della civiltà, lascio pensare ai lettori. Co- 
sicché, mentre tutti i porti tunisini, tranne 



74 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Gabes, offrono al naviglio mezzo d'attraccare, 
non uno dei porti tripolini offre tale comodità. Ed 
essendo tutte le cose pubbliche di questa regione 
sistemate in tal modo, è meraviglia se la Tripo- 
litania e la Cirenaica, non meno fertili della Tu- 
nisia, hanno un rendimento meschino ? 






Questi pensieri occupano naturalmente la mente 
del viaggiatore italiano che scende a terra ; bisogna 
rassegnarsi a percorrere queste regioni con un 
senso di profonda amarezza, quando si ami davvero 
l'Italia. 

Ecco che, allo sbarco, siamo accolti con diffi- 
denza e interrogati su Tesser nostro dagli impiegati 
turchi. Gli italiani, per la strana politica di timi- 
dità e di loquacità alterna tenuta dal loro Governo, 
non sono ormai più accolti favorevolmente in 
questo paese. Che la Turchia tema sempre 
qualcosa si comprende anche scorgendo il gran 
numero di soldati che passeggiano per le vie di 
Tripoli. Ad ogni angolo di strada s'incontrano 
fantaccini, poliziotti, soldati di cavalleria e d'arti- 
glieria, che certo non sono qui soltanto per andare 
a spasso. I soldati, se non molto robusti, ap- 



VI. TRIPOLI D'OCCIDENTE 75 

paiono però assai migliori di quanto comune- 
mente si dice : le uniformi, pratiche e moderne, 
non sono lacere; la cavalleria è ben montata. 
Gli ufficiali appaiono tosto, quali sono, militari 
di primo ordine. 

Ad ogni istante un suono stridulo di tromba 
vi fa volgere di qua o di là. Sono soldati che si 
esercitano nelle caserme numerose che circondano 
Tripoli e che si addentrano fin presso al quartiere 
arabo. Il quartiere arabo non troppo rigorosa- 
mente limitato e distinto, come in altre città, si 
aggruppa intorno alle moschee piccole e bianche 
dai bei cortili misteriosi, chiusi ai profani, ed 
ai souks. Le strade interne di Tripoli assomi- 
gliano a quelle delle altre città arabe e non sono 
neppure come mi si era dato ad intendere molto 
più sporche. Più caratteristiche, ed affollate 
oltre misura da negri del Fezzan; ma Tripoli 
non si presenta oggi in uno stato barbarico o sel- 
vaggio; pochi lavori di rinnovamento stradale 
ed edilizio basterebbero per renderla simile alle 
città tunisine, e superiore a molte di esse per 
l'aspetto pittoresco che mi ha reso così cara la 
bianca città africana. In alcuni quartieri, del 
resto, l'intelligente operosità dell'ultimo Vali del 
vecchio regime — il famoso Regieb Pascià (morto 



76 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

poco dopo essere stato chiamato dai Giovani Turchi 
al Ministero della Guerra) — ha saputo mutare l'a- 
spetto antico: strade regolari e costruzioni mo- 
derne non mancano nelle vicinanze della marina. 



* 
* * 



Non bisogna uscire però dalla città sperando 
di trovare ancora strade: orride traccie sabbiose, 
dove il piede affonda, tengono luogo di vie; oh 
come sono lontane le magnifiche massicciate delle 
strade tunisine ! Anche l'inaffiamento stradale non 
è tale da poter dare un'alta idea della civiltà 
tripolina : non ho potuto trattenere le risa vedendo 
uno sgangherato carretto percorrere le vie, mentre 
un ragazzo arabo correva dietro al veicolo ed agi- 
tava furiosamente un tubo di tela. Il tubo di tela 
usciva dal carretto-botte e spargeva l'acqua sul 
terreno in modo alterno, per le scosse oscillatorie 
impartite dal ragazzo allo strumento 

Il carretto proseguiva maestosamente per le vie 
principali, mentre dall'alto lo contemplava la mole 
grandiosa del palazzo del Vali (l'antico castello 
dei principi Caramanli) e dal basso lo vedevano 
procedere lentamente gli ufficiali turchi, seduti al 



VI. TRIPOLI D'OCCIDENTE JJ 

caffè, ed intenti a fumare, con orientale indo- 
lenza, dal narghilè. 

Un altro cantuccio interessante di Tripoli è il 
mercato, e particolarmente il mercato che si stende 
lungo la spiaggia : ivi si adunano diecine e diecine 
di cammelli, carichi soltanto di sparto, che pro- 
vengono dall'interno della Tripolitania ; talora il 
numero dei cammelli è così grande che forma una 
vasta macchia giallo-bruna, visibile dal mare a 
grande distanza. 

Tripoli possiede anche un fiorente quartiere 
israelita; la comunità israelitica ha eretto anzi 
da poco una grande sinagoga, che ho visitato, e 
che serve ad un tempo come casa di Dio e come 
edificio scolastico per i bambini. Centinaia di vispi 
ragazzetti convengono nell'ampio edificio mo- 
derno ad apprendere i primi elementi della reli- 
gione, e la comunità israelitica può rimanere così 
sempre più forte ed unita: è questa la base della 
sua potenza in tali paesi. Tutto intorno alla sina- 
goga si svolgono strade brevi e tortuose, abitate 
dagli ebrei ; s'intravede ad ogni passo un bel cor- 
tile luminoso con le pareti rivestite di piastrelle 
in maiolica: su le porte stanno e guardano curio- 
samente, le donne adorne di monili e di grandi 
collane auree 



yS PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 



* 



Come terminare un primo giro per le strade di 
Tripoli, senza dare un'occhiata all'arco di Marco 
Aurelio ? Il grande arco massiccio, dalla caratte- 
ristica forma quadrata, si nasconde fra le basse 
casupole arabe e conserva ancora i fregi guerreschi 
che lo rivestono tutto; ma il glorioso monumento 
è abbandonato all'incuria turca. Fino ad ieri una 
bottega di salumiere ne occupava all'interno le no- 
bili pareti: da poco vi è stabilito un ufficio 
del Banco di Roma. E forse questa dimora d'im- 
piegati italiani sotto le mura auguste è l'unica 
maniera di salvaguardare l'arco glorioso 

Che rirpetto possono avere i turchi per la 
nostra civiltà latina ? Nel giardino del Ciicolo 
degli ufficiali, a Tripoli, sono raccolte tutte 
le statue romane trovate nei dintorni; ebbene, 
a tutte quelle immagini bellissime i barbari ico- 
noclasti hanno troncato il capo E le povere 

statue latine se ne stanno là mutilate, dinanzi 
agli ufficiali turchi, con le spalle volte al mare 
che bagna le antiche prode del Lazio 



VII. 



L'Oasi ed il deserto* 

Iv'Kden — Sanie della Mensola — I/orlo del deserto — 
L'assassinio di Gastone Terreni — Un albergatore patriota 

— I tedeschi e l'acquisto dei terreni — Il Banco di Roma 

— Donne d'Italia. 

Tarabulus el Garb, come la chiamano i Turchi, 
è fasciata da una larga zona di palmizi e di 
giardini: sono i giardini della Menscia, le palme 
dell'Oasi. Si stendono queste sanie fiorenti di ver- 
zura, queste piccole oasi ombrose per un lunghis- 
simo tratto della costa fin verso Honis e Misratà. 
E quando accade di camminare a lungo tra due 
fitte siepi di alberi e di fronde, in una giornata 
di caldura forte e serena, l'imagine che più sem- 
plice e più pronta soccorre è quella dell'Eden: il 
Paradiso terrestre non doveva essere dissimile 
dalle belle oasi che cingono Tripoli d'una superba 
zona di palme e di fiori. 



80 PART1C PRIMA — VISIONI D' AFRICA 

Subito fuor della città abitata è la Menscia, 
la dolce regione de' giardini; questi vanno man 
mano digradando nell'oasi che stende le radici 
delle sue piante fino ai lembi del deserto : il deserto 
selvaggio che assedia Tripoli con le sue sabbie, 
spinto su su dalle dune arenose del Sahara. 

È facile recarsi dalla marina di Tripoli alle prime 
arene del deserto, percorrendo una delle princi- 
pali vie carovaniere battute dai cammelli che ven- 
gono da Musruk o da Gadamès. Fermiamoci, pas- 
sando, in uno dei giardini arabi che, limitati da 
muri d'argilla, vediamo sorgere sopra il piano stra- 
dale : troviamo al centro il caratteristico pozzo pro- 
fondo, dal quale si estrae l'acqua col diuturno lavoro 
di un bove che — scendendo e risalendo continua- 
mente in una cavità sotterranea — tira la fune 
alla quale è legata la secchia. Nei piccoli viali 
regolari olezzano fiori e frutti simili a quelli della 
nostra flora, e spicca tra il verde cupo ii nostro 
arancio dorato. 

Ma, come si prosegue verso il deserto, la natura 
ritorna più selvaggiamente africana : sotto le grandi 
piante dell'oasi si scorgono solamente gli accam- 
pamenti dei nomadi beduini. Non ci rasentano più 
le donne tripoline (non velate di nero come le 
tunisine ma celanti il viso con i lembi dell' holi 



VII. l'oasi ed il deserto 8l 

bianco) : ci si fanno incontro invece le beduine 
drappeggiate liberamente neìVerdè azzurro, col 
viso neramente scoperto e con qualche bruno mar- 
mocchio al collo. A poco a poco una luce diffusa, 
sempre maggiore, penetra a traverso le palme; 
ancora pochi passi ed eccoci, nettamente, al con- 
fine della vegetazione, sull'orlo del deserto. 



* 
* * 



Il grande Deserto visto per la prima volta ! Chi 
può ridire il sentimento dell'europeo che ancora 
non conosce quest'Africa terribile e fatale ? Una 
grande linea piana ininterrotta, che non è il 
mare, all'orizzonte; una grande distesa increspata 
e ondulata dinanzi agli occhi: e non è il mare. È 
una distesa gialla abbacinante ferma, una distesa 
desolata arida immobile, che nulla ha di comune 
col mare, tranne l'immensità. O immensità del 
deserto libero e torrido che si stende di qui fino 
al Fezzan e poi, senza interruzione, comunica con 
le sterminate arene del Sahara, fino al Sudan da 
una parte ed al Senegal dall'altra ! Il vero signore 
del Deserto è il sole, che lo avvolge in una appa- 
renza uniforme, che gli dà quella tinta dorata in- 
dimenticabile e quell'arsura implacabile che non 

6 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli. 



82 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

trova mai ostacolo propizio all'ombra, il sole che 
ride di giorno nello specchio azzurro del cielo, 
sopra il mare immoto di sabbia, e si effonde la 
sera in un grande nimbo roseo, pervaso di fulvi 
riflessi, su la zona oscurata dalle luci del crepuscolo. 

Chi non vuole partire dal Deserto con gli occhi 
pieni di un religioso orrore, con la mente oppressa 
dal ricordo degli eroi che primi ne violarono il mi- 
stero senza confini, salga su la collina di El Hani, 
prima di ritornare in città, e si empia gli occhi 
di una luce più mite, di un paesaggio più verde; 
il panorama dell'oasi in tutta la sua grandezza 
si stende sotto la collina. Il Deserto è alle spalle: 
su l'estremo orizzonte un punto nero è apparso, 
che poi è andato ingrossando ed avvicinandosi. 

Un cammello — il primo d'una carovana — 
si è profilato su l'azzurro netto del cielo ed è poi 
divenuto figura distinta. I mercanti, con la caro- 
vana, si avviano verso la città, dopo intere gior- 
nate di cammino. 

* * 

Seguiamoli, discorrendo. È con noi l'ottimo Fe- 
derico Milul, uno dei buoni italiani della no- 
stra valorosa colonia tripolina, livornese di na- 
scita, ha fatto il servizio militare a Milano e se 



VII. l'oasi ed il deserto 83 

ne vanta, perchè pochi di quanti si chiamano ita- 
liani in queste colonie hanno in realtà soddisfatto 
ai loro impegni civili e militari. Pratico degli scali 
levantini sin dall'infanzia, è stabilito a Tripoli da 
molti anni. Conosce l'arabo e il turco perfetta- 
mente, e sa farsi rispettare dagli indigeni. Era 
grande amico del povero Gastone Terreni (il se- 
condo italiano ucciso nel 1098 in Tripolitania) 
e, come lui, è profondo conoscitore di questi 
luoghi. Intorno alla morte del Terreni mi narra 
particolari notevoli che mi sono confermati da 
altre fonti. Il Milul, del resto, deve aver contri- 
buito alle ricerche fatte dal Consolato dopo la 
morte del Terreni. Nella popolazione tripolina — 
egli narra — regnava da alcun tempo un vivo 
fermento per la lunga sosta di una nave da 
guerra italiana nelle acque delle Sirti. Il Terreni 
si assunse il mandato di dimostrare infondato l'al- 
larme, recando agli arabi e ai turchi le prove 
delle vere intenzioni italiane. E partì un giorno 
alla volta di Homs, per portare anche là copia dei 
giornali del Regno — secondo alcuni, — di circo- 
lari ministeriali — secondo altri. A mezza strada, 
verso sera, decise improvvisamente di ritornare, 
com'è noto, a Tripoli. Ricoveratosi in un fonduk, 
fu ucciso a tradimento. 



84 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Il Terreni — mi dice il Milul — fu imprudente 
neir agire senza ragionare e nell' andarsene così, 
quasi solo, a cavallo, con carte di tanta impor- 
tanza. 

Infatti il sistema del governo turco in questi 
paesi (mi fu detto e confermato da più parti) non 
consiste mai nell' aizzare direttamente gli indigeni 
contro un individuo malviso, ma nel far compren- 
dere chiaramente che il Governo non si farebbe 
mai persecutore di un ipotetico assassinio. 

— Quando il partito dei Giovani Turchi sorse 
anche qui, mi dice il livornese, corse voce per 
Tripoli che quegli arrabbiati nazionalisti m'avreb- 
bero fatto la pelle : ma ci vuol altro ! — Il Milul 
è infatti un uomo ardito che, anche nella sua 
qualità d'albergatore, ha la franchezza simpatica 
di dirvi : — Io ho aperto il mio albergo e rimango 
qui in attesa dell'occupazione/ — E intanto il 
suo ragazzo passeggia per le vie di Tripoli col 
nastro della Curtatone (la nostra stazionaria nel 
levante) al cappello 

— Ma per incoraggiare gli italiani, egli dice, 
bisogna parlar bene di questo paese e dire 
quello che vale in realtà: non pubblicare sempre 
notizie sconfortanti o inesatte o allarmanti. Già 
noi perdiamo continuamente terreno fra gli indi- 



VII. I/OASI ED IL DESERTO 8$ 

geni: non è possibile sperare nelle facilitazioni 
d'un tempo. Anche i turchi sono sospettosi: la 
compera dei terreni è diventata difficilissima e 
bisogna ingaggiare spesso vere lotte con i tedeschi 
che si avanzano. Fortunatamente noi abbiamo 
in molti luoghi diritti di priorità, e siamo informati 
di ogni tentativo dalle nostre spie. 

Così, chiacchierando, giungiamo al suo albergo, 
l'Hotel Transatlantique. È un simpatico albergo 
italiano, modesto ma pulito, e più che sufficiente 
per un'ottima dimora a Tripoli : vi si mangiano 
dei deliziosi maccheroni alla napoletana ! Ma, 
mentre mangio, vedo accanto a me in un'altra 
sala, alcuni forestieri. 

— Quelli sono tedeschi — avverte il Milul — 
in parte qui residenti, in parte viaggiatori di com- 
mercio. Ed ora pare che i tedeschi vogliano co- 
struire a Tripoli un grande albergo ! 



* 
* * 



Lasciando l'albergo italiano per ora unico, che è 
pure una delle istituzioni italiane di Tripoli, an- 
diamo a visitare le altre : il Console generale Pesta- 
lozza è disgraziatamente assente, ed il suo ufficio 
viene retto degnamente da un abile vice-console. 



86 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Diamo invece una capatina al Banco di Roma, 
il fiorente istituto finanziario che ha sede in uno 
dei più belli edifici di Tripoli ed ostenta, nelle 
eleganti sale della direzione, i ritratti dei sovrani 
d'Italia. Il cavalier Bresciani, direttore del Banco, 
ci accoglie con la consueta cortesia. Egli mi scon- 
siglia dall'intraprendere gite a cavallo nei dintorni 
di Tripoli per l'inclemenza della stagione e per 
la nessuna sicurezza delle vie, in quest'anno poco 
propizio per gli italiani. Certamente — egli dice — 
è peccato che non si possano vedere così le regioni 
più fertili di quest'Africa, che ha nell'interno 
aspetto ben differente da quello che presenta, 

veduta dal mare, fino alla prima linea di dune 

E devo promettere al cavalier Bresciani di ritor- 
nare in Tripolitania, per visitare gli scali della 
Cirenaica : manterrò la promessa ? — Per la Cire- 
naica, com'è noto, il Banco di Roma ha istituito un 
servizio di navigazione, ed allora il Governo otto- 
mano, per fare la concorrenza agli italiani, ha 
disarmato una vecchia fregata e ne ha fatto 

un trasporto per il commercio costiero Così, 

appena aperto il Banco di Roma, i tripolini sono 
stati invitati a trattare i loro affari alla nuova 
sede della Banque imperiale ottomane : due episodi 
della lotta sorda e accanita che il cavalier Bre- 



VII. I/OASI ED II, DESERTO 87 

sciani deve quotidianamente combattere in Tri- 
politania. 

Uscendo dal Banco passiamo dinanzi ad altre 
benemerite istituzioni italiane, quali l'Ambula- 
torio chirurgico, le scuole numerose e fiorenti 
(quasi tutti i corrispondenti dei giornali del Regno 
sono insegnanti nelle nostre scuole di Tripoli), la 
Chiesa cattolica. I reverendi padri sono qui tra i 
più fanatici difensori dell'italianità. 



* 
* * 



Dall'alto del campanile europeo che torreggia 
fra i minareti arabi, si gode il panorama di Tripoli 
adagiata tra l'oasi ed il mare. Iye bandiere dei con- 
solati, issate su le aste, danno a Tarabulus uno 
strano aspetto di città nemica, sempre vigilata dalle 
nazioni civili. Scendiamo dal campanile dinanzi alla 
porta della Chiesa : è il meriggio della domenica, e 
dalle navate escono in folla i fedeli. Il più nume- 
roso gruppo consiste in un gaio sciame di signore 
sorridenti e candide negli abiti estivi : e un pensiero 
ci fa reverenti dinanzi a quelle madri, a quelle spose, 
a quelle giovinette, pioniere gentili della patria 
lontana: sono le donne d'Italia che passano. 



Vili. 
Epilogo nel Mediterraneo» 

Da Malta a Siracusa — Campane cristiane — Burrasca di 
mare — Scheletri d'eroi — Fantasmi di corsari — Nella 
terra della poesia — L,a fonte d'Aretusa — Sicilia 
greca e garibaldina — Dalla cupola dei Benedettini - — 
Taormina ellenica — La porta sull'Oriente. 

Che è quel rumore che s'ode lontano, indistinto 
ancora ? 

Un'armonia sonora alla quale l'orecchio non è 
più assuefatto, un'armonia dolce e grandiosa. 
Sono le campane: le campane di Malta che suo- 
nano a festa. Ed ecco, mentre la nave si avvicina 
ed entra come in un ancoraggio fatato nel grande 
seno naturale dell'isola, il lieto frastuono cresce: 
le campane suonano gloriosamente. 

Questo è il saluto soave che, dopo sedici ore 
di navigazione agitata, ci dà la prima terra cri- 
stiana, al nostro ritorno in Europa. Ieri abbiamo 
salutato a Tripoli i minareti delle ultime moschee, 



90 PARTE PRIMA — VISIONI D AFRICA 

ed oggi — dopo tanti giorni di dimora in terra 
mussulmana — vediamo ancora i nostri campanili 
gotici, sentiamo lo scampanio delle nostre chiese. 
È la patria. 



* * 



L,a patria appare subito come un rifugio. Siamo 
entrati nel golfo dopo una traversata burrascosa. 
Ieri, al tramonto presso a Tripoli, il mare — op- 
presso da una caldura torbida ed afosa — ha mu- 
tato colore : è stato il segnale. Brevi folate di vento 
hanno incominciato a correre su la superfìcie delle 
acque. Di notte, al chiarore lunare, si è destata 
la tempesta, una di quelle burrasche che agitano 
d'estate il Mediterraneo. 

E il nostro piroscafo lungo e sottile come una 
lancia, ha incominciato a lottare vigorosamente; 
le onde frangenti correvano, correvano verso la 
prora. A tratti questa scompariva sotto il nembo 
d'acqua che si precipitava; a tratti s'innalzava 
ed oscillava nel vuoto mentre le onde fuggivano 
sotto la carena. L'intera notte ha durato la lotta 
sul ponte, spazzato d'ogni ingombro, battuto dai 
colpi di mare e dai potenti soffi divento. I marinai, 
vestiti di cerate impermeabili, hanno salutato lie- 



Vili. EPILOGO NEI, MEDITERRANEO 91 

tamente l'urlo del mare. La nave procedeva len- 
tamente, con una velocità ridotta da tredici a 
cinque miglia all'ora : tutto intorno era un mare 
bianco di spume, ribollente di fervore, agitato 
dagli spruzzi d'argento. 

Quando Malta è apparsa, stamane, il vento ha 
soffiato ancora dalle gole selvaggie, e si è chetato 
poi dinanzi alla Valletta, improvvisamente. Al 
suono delle campane una grande pace è ritornata 
su le acque, su la nave, su gli uomini. 



* 
* * 



Malta è veramente italiana, per la bellezza di- 
vina della sua terra. È un grigio scoglio di roccia, 
nudo e inaccessibile, se visto, lontano, dal mare. 
Ma quando le navi si accostano all'isola misteriosa, 
due golfi st lettissimi si aprono dinanzi ai naviganti. 
E par di entrare al sicuro in un'isola incantata, 
perduta nell'Oceano immenso. L'isola non è in- 
cantata ne deserta. 

L'uomo ha saputo coronare di fortezze e di 
case le grandi murate di scoglio, ed ha fatto na- 
scere i fiori nei giardini di questa terra sterile. 

Siamo in un porto inglese: lo si vede subito. 
Appena avete posto piede in terra, vi guidano 



92 PARTE PRIMA — VISIONI D'APRICA 

dinanzi ad una cabina oscura e vi spingono dentro. 
E subito un capace ascensore s'innalza veloce- 
mente dal suolo, sale, si ferma. Vi aprono la porta : 
uscite. E siete, a più di cento metri dal mare, nel 
giardino della Baracca. Malta intiera è ai vostri 
piedi. 

Pare una sultana adagiata su uno scoglio, in 
mezzo al Mediterraneo sonante, che le lambisce 
i piedi. 

Malta è la fortezza d'Europa che resse i periodici 
assalti dei corsari : qui convenivano da ogni parte 
del continente, dai castelli di Galles o di Bretagna, 
dalle rocche di Turingia e di Campania, i giovani 
guerrieri cristiani per cingere la spada di ca- 
valiere. 

I cavalieri di San Giovanni han combattuto per 
molti secoli su questo baluardo, che vide nelle 
proprie acque, dopo le navi rostrate di Regolo 
e le galee puniche i velieri di Carlo V e di An- 
gelo Emo, i sambuchi dei corsari e le fregate di 
Bonaparte. Il Mediterraneo ha portato con le 
sue tempeste, su queste spiaggie, l'eco di tutta la 
storia d'Europa. Oggi non più: su le corazzate 
moderne, nel porto, vegliano soltanto i fanti di 
marina ed i marinai dell'Impero Britannico. 



Vili. EPILOGO NEI, MEDITERRANEO 93 



* 
* * 



Un giovine prete mi ha guidato nei sotterranei 
della Chiesa degli scheletri e mi ha mostrato, tri- 
stemente, una legione di cranii dalle occhiaie 
vuote, negli scaffali neri. 

« Sono le teste di tutti i cavalieri morti alla difesa 
del forte di Sant'Elmo, durante il terribile assedio 
corsaro del 1565 : centinaia di morti. Ed oggi — mi ha 
detto il prete guardandomi fissamente — ricorre 
appunto l'anniversario di quella disperata difesa ». 

Non ha detto altro ed è uscito. Avevo già visto 
nella grande armeria della Valletta la scimitarra 
di Sidi Dragut, il pascià di Tripoli che trasse 
nel 1565 lo sforzo barbarico contro Malta, ed ora 
vedevo qui, nel sotterraneo degli scheletri, le vit- 
time falciate dalla lama turchesca. La visione era 
triste e perciò sono uscito lentamente e mi sono 
recato nei giardini della Floriana. 

Dappertutto aranceti verdi e dorati, e un grande 
fiorire di rose : nei giardini passeggiano le donne 
di Malta, e nascondono la testa, per ripararla 
dai soni del vento, in un drappo di seta nera 
che sembra lo scialle delle veneziane, innalzato dalle 
spalle sul capo. 



94 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

Venezia e Malta ! Due porti di mare agli estremi 
d'Italia, e pure hanno le loro donne sorelle nell'a- 
spetto e nel costume Ma è Malta ancora 

italiana ? Oh sì ! Questi fieri isolani non riescono 
a fondersi con gli inglesi e resistono vigorosamente : 
la loro è una difesa disperata: Italia madre in 
questo caso non può troppo intendere né sperare. 
La piccola isola, la formidabile fortezza, ci fu rapita 
dalla sorte e soltanto la sorte la può ridare a noi. 

Usciamo ora, a notte fatta, dal porto, mentre 
i fuochi ardono sul forte di Sant'Elmo. 

Ed io rivedo, in una visione medioevale, le 
navi e le armate nemiche cozzanti presso quegli 
spalti, e lo spettacolo bieco degli scheletri nella 

chiesetta antica E mi si ridesta in cuore la 

memoria di tutti i byroniani racconti letti intorno 
ai cavalieri di Malta, ed a questa strana popola- 
zione maltese che ha un suo rappresentante, volta 
a volta marinaio commerciante o briccone, in 
ogni romanzo d'avventure 

* * 

Da Malta a Siracusa sono otto ore di naviga- 
zione. Sul castello di prua, mentre il piroscafo 
fende velocemente le onde e lascia dietro a sé una 
scia luminosa, si discorre. 



Vili. EPILOGO NEIy MEDITERRANEO 95 

E poiché un amico ha ricordato i versi del poeta 
triestino : 

Vicn con la nave carica d'olive 

a Siracusa il figlio di Cirene 

e dice: il sole in questo frutto vive, 

un altro ricorda le odi di Pindaro. E legge di Sira- 
cusa possente, « divina nutrice di generose menti » 
e della « corrente placida del sacro Alfeo », nelle 
odi Olimpiche e nelle Pitie; legge della colonia 
antica, dellV equestre Cirene, ricca eli belve e di 
feraci piante, dolce giardino d'Afrodite » patria 
agli eroi celebrati dal poeta. 

Il confronto tacito tra lo splendore della antica 
« reggia da l'aurato trono » che mandava in Sicilia 
le sue ricchezze, e la terra schiava di Bengasi che, 
vegliata dagli europei immobili, giace ancora in 
mano dei barbari, suscita pensieri mesti in un 
altro amico, che esclama: — No ! gli italiani 
meritano oggi il saluto che il Carducci mandava 
in quel suo verso corrucciato e senile a tutti gli 
Europei, bianchi ed immobili custodi all'harem 
del Pascià ! — 

Ma io preferisco a quel crudo verso di sconforto 
l'ammonimento e la speranza che è nel grido del 
poeta triestino, nel grido di Riccardo Pittéri: 
Non dite male della patria nostra ! 



96 PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 



* 
* * 



E come si può dir male della patria nostra, pe- 
rennemente grande nella memoria ? Sono sceso 
questa mattina per tempo a Siracusa, e mi pareva 
di vivere nel regno della poesia. Ritorna incon- 
sciamente alle nostre orecchie il ritmo dell'ode 
trionfale di Pindaro e dell'idillio soave di Teocrito : 
pare di vedere tra le pietre antiche lo stadio nei 
giorni dei ludi, o il tempio d'Apollo al quale mo- 
vevano le donne siracusane, ciarlando, col fan- 
ciulletto per mano, così come Teocrito le ha dipinte. 
Ritorna alla mente la leggenda ellenica dei pri- 
gionieri d'Atene, liberati dai cittadini attoniti per 
la soavità del loro canto; e la ballata dello Schiller 
intorno all'amicizia: 

Da schimmern in Abcndroths Stranieri 
Yon ferne die Zinnen von Syrakus... 

« Luccicano da lontano, ai raggi del tramonto, 
le sommità di Siracusa ». 

E Siracusa ellenica rivive, la città sterminata. Al- 
l'arte e alla tradizione greca appartengono i più bei 
monumenti e le più caratteristiche memorie di Sira- 
cusa: le Latomie del Paradiso; l'orecchio del ti- 



Vili. EPILOGO NEL MEDITERRANEO 97 

ranno Dionigi, terribile carcere sotterraneo, presso 
al quale veniva a spiare ogni giorno il sovrano; 
ed il teatro infine, scavato nella pietra, in faccia 
al mare. 

Nessun monumento siracusano può stare a pari 
del teatro greco: ne pure l'anfiteatro romano. I 
conquistatori della città, difesa dal genio d'Ar- 
chimede, non hanno potuto gareggiare con gli 
abitanti della Magna Grecia. E a poco a poco 
la città sterminata si è ristretta entro mura più 
anguste: l'anfiteatro romano è già più vicino al 
centro abitato di quello che non sia il teatro greco ; 
le catacombe, che pur sono più vaste in alcune 
parti di quelle di Roma, ricordano l'epoca triste 
della decadenza. 

Mi sembra una profanazione per questa terra 
della bellezza e della luminosità ellenica entrare 
nei sotterranei: una guida ignorante mi conduce 
dinanzi ad un affresco scolorito, nella cappella 
maggiore, e mi dice: — Questa è la fotografia di 
San Pietro, e fu fatta quando il Santo venne qui 
a predicare. 

I forestieri tedeschi ed inglesi non capiscono 

ma guardano ed ammirano. 



Castellini. Tunisi e Tripoli, 



98 PARTE PRIMA — VISIONI D' AFRICA 



* 
* * 



Siracusa moderna si è ritirata ancor più vicino 
al mare, entro la penisoletta d'Ortigia, un sob- 
borgo della città antica. Ed ha ormai la vita 
insignificante della piccola città provinciale, ab- 
bandonata all'estremo della Sicilia. Soltanto la 
memoria antica fluisce perennemente nella vena 
d'acqua della fonte Aretusa, che mormora e zam- 
pilla presso al mare. 



* * 



Nell'anno di grazia millenovecentootto io mi 
trovo a Catania, su la cupola della chiesa dei 
frati, all'ora del tramonto, e vedo laggiù distesa 
la grande città etnea. E penso ad un'altra visita 
che, nel 1860, un'altr'uomo faceva a questi con- 
venti catanesi, ch'ei chiamava « l'anticamera del 
Paradiso ». Quell'uomo era un garibaldino e si 
chiamava Giuseppe Cesare Abba. Veniva a guar- 
dare il panorama con questi buoni frati, durante 
una tregua d'armi, ed annotava in un suo piccolo 
taccuino : il taccuino divenne poi un libro mirabile, 
le Noterelle d'uno dei Mille. Come gli appariva questo 



Vili. EPILOGO NEI. MEDITERRANEO 99 

lembo della Sicilia sognata, della Sicilia schiava 
ridesta a libertà ? Certo la città era in apparenza 
festosa a quei giorni, e brulicante di cittadini e di 
camicie rosse. Vorrei ricordare i giorni di quella 
primavera d'Italia verso i quali tende il nostro 
spirito rinnovato. Ma non posso. Nulla è qui che 
ridesti gli ardori patrii: Catania è sopita tra il 
mare ed il cono del grande Etna fumante, linda 
e maestosa soltanto se vista da lontano. Il lun- 
ghissimo corso Stesicoro e la verdeggiante villa 
Bellini appaiono come centri di vita nella città. 
Fuori delle porte si agglomerano, simbolo di per- 
petua minaccia, le scorie delle lave. 

Non qui si ridestano le memorie della Sicilia 
ellenica o della primavera garibaldina. Nella vSi- 
cilia corre oggi un fervore strano, che serpeggia 
fortunatamente soltanto negli animi di pochi irre- 
sponsabili e nelle colonne di cattivi giornali. Ma 
basta per istringere il cuore: con quale ama- 
rezza io ho scorso le stolte e velenose recrimina- 
zioni di alcuni fogli autonomisti ! Quale opera di 
pietosa assistenza fraterna, di rigenerazione ma- 
teriale e morale noi dobbiamo compiere in questa 
florida terra, eternamente giovane, travagliata da 
una crisi malsana ! Dobbiamo fare, ed è perciò 
ch'io chiudo queste visioni d'Africa con un'appa- 



IOO PARTE PRIMA — VISIONI D'AFRICA 

rizione siciliana, dobbiamo fare di Siracusa una 
grande stazione navale di fronte a Tobruk; e di 
Catania, situata sulla via dell'Oriente e del Mez- 
zogiorno, un deposito commerciale, una sicura 
sede alle espansioni coloniali per i mari del Levante 
e delle Sirti 

* 
* * 

« Taormina ». Tutta la poesia della Sicilia elle- 
nica è qui. 

Dalla stazione di Giardini, lieta d'una fioritura 
eterna, si vede Taormina biancheggiare sul colle, 
intagliata nell'azzurro. Si sale con un fervore an- 
sioso, con gli occhi pieni di luce, di troppa luce di 
sole. E quando si è qui in alto, sul colle, di fronte 
alla meraviglia dei secoli, al teatro greco — gli 
occhi aperti alla luce si chiudono per troppo ve- 
dere. Si riaprono nella terra dei miti. Tutto è mito 
quello che si vede di qui: l'Etna immenso digra- 
dante al mare, fucina antica elei dio Vulcano; gli 
scogli dei Ciclopi nell'acque; il mare delle Sirene. 
È il mare Ionio una distesa placida, mossa da un 
tremolio continuo. Una serie alterna di promontorii 
brevi e di seni lunati frastaglia lo specchio azzurro, 
per tutte le coste. E dal mare sale sempre, sensibile 
ma infinito, un divino effluvio di fiori salini. 



Vili. EPILOGO NEL MEDITERRANEO IOT 



* 
* * 



Gli elleni nell'antichità, i frati nel medio evo 
hanno saputo trovare, per i loro edifizii, i più 

bei luoghi della terra E dove i primi ergevano 

al sole gli ampi teatri aperti, i secondi hanno 
costruito all'ombra delle piante i chiusi conventi : 
quello di Taormina, che prende nome da San Do- 
menico, sorge a picco sul mare, in un promontorio 
verde. 

Nell'epoca moderna i pellegrini che salgono a 
questi incantevoli romitaggi sono i tedeschi. I 
teutoni invadono oggi anche la Trinacria lontana. 
E coprono di firme, di versi infantili e di spirito- 
sità scipite gli « albums » dei visitatori : in una 
pagina chiara, fra tante firme germaniche ignote, 
ho trovato anche tre nomi italici. Erano quelli 
di tre esteti saliti insieme a Taormina nel 1899: 
Enrico Panzacchi, Benedetto Croce e Corrado Ricci. 



* 
* * 



Abbiamo lasciato Messina al tramonto; navi- 
ghiamo verso il Faro. Sulla costa sicula i villaggi 
di Pace e di Faro: sulla calabrese Reggio, 



102 PARTE PRIMA — VISIONI D' AFRICA 

Villa San Giovanni, vScilla, nomi sonanti nel- 
l'epopea garibaldina. Messina dietro a noi, in- 
tatta, poiché non ancora il terremoto l'ha colpita, 
lya palazzata superba è uno scenario di pietra sul 
mare. E il mare è agitato di fantasimi; vicino al 
Faro risorge la visione garibaldina: camicie rosse 
ovunque. Annotta, e mi pare di sentire un tuono 
sulla costa calabrese. I primi lumi si accendono a 
Villa San Giovanni: non è in quella barca il fan- 
tasma di Giacomo Medici, avvolto in un mantello 
oscuro, che scruta l'orizzonte ? 

Nulla: « vanio la vision raggiante». Siamo 

ormai all'uscita dello stretto, fra lo scoglio di 
Scilla e il gorgo di Cariddi. Il nostro piroscafo, il 
Po, procede lentamente in direzione di Napoli. 
I^a corrente, formata dai vortici insidiosi che 
hanno gli strani nomi di bastardi e di garofani, 
tende a far deviare la nave dalla sua rotta. Ma 
questa, con un lieve sforzo, si mantiene diritta. 
Il vortice pericoloso, che lo Schiller canta nella 
sua ballata, lo stretto di mare dalle memorie 
odissèe, sono oltrepassati. 

Una grande chiarità lunare illumina le acque 
chete, dà al mare un colore di latte e d'argento. 
Messina non è più che un punto luminoso 
lontano. 



Vili. EPILOGO NEI, MEDITERRANEO 103 

Due ore dopo l'uscita dallo stretto, è sorto repen- 
tinamente dalle acque, netto ed oscuro in mezzo 
allo splendore argenteo del mare, il profilo di 
un'isola montuosa: lo Stromboli, il vulcano. Un 
piccolo chiarore di fiamma lo coronava. 

Mi è parso di vedere nel vulcano notturno sor- 
gente sulla gran calma di questo mare italico, il 
simbolo della latente energia di nostra stirpe. 
E dalla tolda del bastimento, umile naviglio mer- 
cantile, reso a' miei occhi in quel momento sacro 
come un tonante naviglio di guerra, è salito 
spontaneo il voto di gloria. 

Federico Nietzsche ha detto ai popoli : « Man- 
date i vostri vascelli nei mari inesplorati ». Saremo 
noi sempre sordi al messaggio superbo di do- 
minio imperiale ? 



PARTE SECONDA 

Gli italiani in Africa 
nell'ora presente* 



IX. 
Tradizioni italiche in Barberia* 

Il Passato. 

Roma nel Mediterraneo — Le due eredi latine — Un araldico 
«bon mot» — Vicende di Tunisi e di Tripoli — L'ammiraglio 
Rino a Tunisi Giorgio Mameli a Tripoli — Il trattato 
del Bardo e il grido di Garibaldi I francesi a Tunisi — 
L'incognita di Tripoli. 

Non è possibile uscire dalla cerchia granitica di 
El Giem senza che l'imagine di Roma si levi 
innanzi ammonitrice: questo io confessavo a me 
stebso, abbandonando la mole dorata del Colosseo 
di Thysdrus. Ma poi che « in Africa il passato è 
la garanzia del presente », come ha detto un uma- 
nista francese, lo studio della maravigliosa pro- 
sperità di queste regioni ai tempi di Roma, è arra 
sicura della loro fortuna avvenire. 

« Quattro elementi aveva il romano per roma- 
nizzare il mondo: il sangue, l'acqua, il ferro e la 
pietra; la pietra per edificare, il ferro per combat- 



Io8 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IX AFRICA 

tere e per arare, il sangue per combattere e per 
prolificare, l'acqua per fertilizzare. Ubicumque 
vicit, ha scritto Seneca, romanus habitat ». Questo 
ripete, a ragione, Enrico Corradini. 

Roma aveva saputo estendere a tutta l'Africa 
mediterranea il suo dominio, dalla Mauretania 
all'Egitto, tenendo gli indigeni a se soggetti. 
vSeppero gli indigeni riacquistar l'indipendenza con 
l'aiuto degli arabi, ma quando perdettero ancora 
la libertà sotto il giogo turco, s'avvidero che un'altra 
nazione latina s'avanzava per raccogliere l'ere- 
dità della gran madre antica: l'Italia. 

L'Italia si era diffusa per tutte le prode del Me- 
diterraneo. Ed erano in prevalenza italiani nel- 
l'Egitto, a Tripoli e a Tunisi. Ed erano italiani, 
insieme con ispagnuoli, i colonizzatori dell'Al- 
geria e del Marocco. 

Per quali dolorose vicende siano stati troncati 
in Algeria, in Egitto, nel Marocco, i rami della 
rinascente pianta latina, non occorre ricordare: 
appena sorti ad unità di nazione, abdicammo — 
ebbri — ad ogni dignità di Stato. Fenomeno ana- 
logo accade, od è per accadere, in Tunisia ed in 
Tripolitania. Consideriamone le vicende ed i danni. 

Un'altra nazione latina ha raccolto l'eredità di 
Roma nell'Africa mediterranea: la Francia. Ed 



IX. TRADIZIONI ITALICHE IN BARBERIA IOQ 

uno spiritoso scrittore ha detto che la Francia 
ha trovato anche la ragione araldica per giustifi- 
care la sua politica africana. La nazione gallica 
ha trovato a Cartagine l'ombra del santo re cro- 
ciato, che da molti secoli attendeva i fratelli 
inconscio pioniere della Francia borghese e repub- 
blicana del secolo xix. 

Così come il generale di Saint Arnaud, percor- 
rendo nel 1850 l'Algeria, trovava le traccie di una 
precedente spedizione romana e s'inorgogliva ad- 
ditando nella Francia l'erede diretta di Roma. 



* 
* * 



Ora, non vien fatto di sorridere confrontando 
il bon mot dei francesi con la tradizione italica in 
Barberia ? 

Abitata dai Berberi nell'antichità, la Tunisia 
fu aperta successivamente alle invasioni fenicie, 
romane, bizantine, arabe, turche. L'impero di Car- 
tagine, sorto nel ix secolo a. C, trasformò il paese 
— fu detto bene — in una grande fattoria. Ma 
Cartagine fu abbattuta dopo la secolare lotta con 
Roma, nel 146 a. C. E Roma, latinizzatrice mira- 
bile, fece della Tunisia, nonostante la resistenza 



I IO PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

di Giugurta, cosa sua. Nel 200 Cartagine con- 
tava mezzo milione d'abitanti: circa sei l'intera 
regione. 

Occupano il paese i Vandali dal quinto al set- 
timo secolo: i Bizantini, eredi temporanei di 
Roma, non ne sanno seguire le tradizioni e devono 
cedere dinanzi agli arabi. I conquistatori si avan- 
zano. Vincono a Sbeita nel 647, fondano Kairuan, 
la città santa, nel 669 ; occupano Cartagine nel 695. 

Agli Aglabiti, che innalzano le sorti del paese, 
tengono dietro i Fatimiti che lasciano ai Berberi 
Zeridi, loro vassalli, la terra di Tunisi. Vita nazio- 
nale rigogliosa ha la regione sotto la dinastia degli 
Hafsidi. El Mostanser Billah, l'avversario di 
San Luigi, nel milledugento, è il sovrano del Rina- 
scimento tunisino. 

Ma al Rinascimento tien dietro rapida la deca- 
denza. Tunisi, occupata dagli spaglinoli nel 1535, 
vien in mano dei Turchi nel 1574, e i turchi l'ab- 
bandonano a un Padiscià. 

Il pascià, il dey, il bey — governatori dai poteri 
non ben definiti — lottano per secoli nella regione, 
straziandola; mentre la pirateria si annida su le 
coste. La dinastia di Hussein ben Ali, che, fon- 
data nel 1705, è tuttora nominalmente al potere, 
apre le porte agli europei. Le date del 181 9 e del 



IX. TRADIZIONI ITALICHE IN BARBERIA III 

1846 ricordano la pirateria soppressa e la schia- 
vitù abolita. Di pari passo con le riforme proce- 
dono però gli sperperi, e ne sa qualcosa Ahmed 
Bey, il principe riformatore. Nel 1870 una Com- 
missione internazionale s'impadronisce delle fi- 
nanze paesane, per tutelare i crediti esteri. E il 
segno della contesa. Inghilterra, Italia, Francia 
aspirano al primato. Vince, come vedremo, la 
sottigliezza francese. 



* 
* * 



Le esplorazioni del Duveyrier, del Largeau, del 
Cowper assicurano che la Tripolitania, la terra 
delle Sirti, fu sede d'una primordiale civiltà neo- 
litica, pari a quella iberica e britannica. 

Alla Tripolitania estese la propria influenza 
coloniale Cartagine fenicia, che si trovò a lottare 
con Cirene, erede nella parte orientale dell'antica 
schiatta indigena. Cirene — colonia greca dal 
600 a. C, e centro della Pentapoli — ebbe fioritura 
d'arte e di pensiero magnifica, e soltanto nel 
96 a. C. cedette a Roma. Intanto aveva stabilito 
nel più profondo seno sirtico, alle famose Are 
dei Fileni, il confine. 



112 TARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

Tutta la regione ebbe, prima dell'avvento del 
Cristo, periodi di splendore. Se per conoscer la 
grandezza dell'Algeria e della Tunisia romane 
basta scorrer le pagine di quel superbo libro evo- 
catore che è l' Afrique romaine del Boissier, per 
inebriarsi della grandezza antica della Tripo- 
Ktania, basta ricordare che da Tacape (Gabes) 
a Cydamus (Gadames), da Oaea (Tripoli) alla 
terra de' Garamanti (Fezzan), da Leptis (Homs) 
all'oasi del Tibesti, si dipartivano tre grandi 
strade commerciali: e una di queste — o gloria 
antica ! — è segnata ancora da pietre miliari 
romane. 

Poiché, caduta Cartagine, Roma fu anche qui 
signora. Tripoli spediva ogni anno alla metropoli 
il tributo di diecimila quintali d'olio: le comu- 
nicazioni col Sudan erano frequentissime e facili. 
Roma appunto impose alla Zeugitania e alla 
Sirtica il comune nome di Tripolitania. 

Le regioni gemelle subirono il dominio dei Van- 
dali e dei Bizantini. L'introduzione del cristiane- 
simo fomenta nella Cirenaica, ch'era già stata 
sede della famosa setta aristippica dei voluttuosi, 
eresie strane: talché la setta di Carpocrate tra- 
sforma il cristianesimo in una comunione di donne 
e di beni. 



IX. TRADIZIONI ITALICHE IN BARBERIA 113 

A Tripoli scendono gli Arabi nel 648. Quat- 
tordici sollevazioni in un secolo tentano i Berberi : 
invano. Ruggero, il re normanno di Sicilia, tiene 
Tripoli dal 1146 al 1158; Pietro di Navarra, per 
la Spagna, l'occupa nel 1510, e Carlo V imperatore 
la dà nel 1530 ai cavalieri di Malta, cui la toglie 
temporaneamente il famoso corsaro Kaireddin 
Barbar ossa. 

Nel 1551 l'occupano i Turchi, per sempre. 
Ahmed Caramanli promuove nel 17 14 una solle- 
vazione generale delle tribù arabe, ma compie 
in fine atto di sottomissione a Costantinopoli, che 
investe lui ed i suoi del governo della regione. Il 
beylicato dei Caramanli, turbato dalle contese 
continue con le flotte d'Europa, cade nel 1835, 
poiché la Porta assume di nuovo la sovranità 
assoluta, e la estende a Gadames e al Fezzan nel 
1842 (non ostante la rivolta di Rhuma nel Gebel) 
e all'oasi di Ghat nel 1875. 

Cirene, fatta araba con Tripoli, passò poi sotto 
i Mammalucchi egiziani, finche nel 1540 non fu 
soggiogata dai Turchi, che l'unirono al padi- 
sciato di Tripoli, estinguendo nella regione ogni 
vestigio ellenico. È diffìcile imaginare governo 
che assopisca e perverta più di quello degli 
ottomani. 

8 — CASTELLLM, Tunisi e Tripoli. 



J 14 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 



* 
* * 



Prima che la potenza romana, educata a scuola 
di tenacia dalla volontà di Catone, occupasse 
queste regioni, erano dunque i Fenici nella Tu- 
nisia, i greci a Cirene. Ma non sono le guerre Pu- 
niche tradizione massima nella gloria di Roma e? 
nella poesia di Vergilio ? Non sono le dolci regioni 
di Cirene, illuminate dai canti di Pindaro e di 
Callimaco, sorelle alla nostra antica Magna Grecia ? 

Quando il console romano attraversava queste 
terre con i legionari di Cesare, sorgevano in ogni 
luogo burgi, strade, teatri, a significare la forza 
di Roma. E, come nel terzo secolo fu vinta da 
Tertulliano la contesa per i cristiani d'Africa, 
una nuova civiltà sorse, latina e cristiana, e si 
diffuse per tutti i lidi, dalla basilica di Cartagine 
alle catacombe di Hadrumetum. vSant'Agostino 
illuminava di vivida luce il cielo d'Ippona. 

L,a romanità di queste regioni fu affermata in 
modo incancellabile. Sussiste ancor oggi di fronte 
agli arabi commisti con i berberi, deboli autoctoni. 
Passò la bufera dei Vandali con la meteora di 
Genserico, pa^sò la cavalcata di Abdallah, vinci- 
tore dell'esarca di Oriente su le murate di Tripoli. 



IX. TRADIZIONI ITALICHE IN BARBERIA IT5 

Tunisi e Tripoli rimasero in mano di Bey deboli o 
sanguinarti, vassalli del Sultano di Stambul, m 
mano di avventurieri e di corsari. Non fu più 
luce di civiltà, dopo i regni degli x\glabiti e degli 
Hafsidi, nelle regioni selvaggie. 

Se qualche consigliere europeo trovava grazia 
presso le corti dei Bey, il consigliere era italiano. 
La preponderanza degli italiani dava anzi ai 
nostri una sorta di diritto al monopolio degli alti 
impieghi. E con questo mezzo la nostra gente, 
specialmente in Tunisia, s'impadroniva del reg- 
gimento della cosa pubblica nel periodo del risor- 
gimento, mentre i patrioti non esuli affrettavano 
iu Italia il compimento dei voti comuni. 



* 
* * 



I piccoli stati d'Italia avevano pure una tra- 
dizione militare, dinanzi alla quale i Bey di Tunisi 
e di Tripoli s'inchinavano. Erano lontane le me- 
morie delle repubbliche marinare, lontane le 
memorie della spedizione, in gran parte italiana, 
con cui Carlo V tolse Tunisi a Kaireddin, l'In- 
fedele chiamato dai francesi. 

Ma più recenti erano quelle delle squadriglie 
mandate a combattere i corsari. Venezia aveva 



II 6 PARTK SECÓNDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

chiuso la sua storia navale nel mar delle Sirti, 
aveva combattuto i barbareschi nel 1749, aveva 
ottenuto soddisfazione da Tripoli nel 1764, da 
Algeri nel 1767. 

Nel 1783 il Bey di Tunisi osò dichiarare guerra 
a Venezia per una contesa avvenuta nel porto di 
Sfax. L'ammiraglio Angelo Emo giunse con ven- 
tiquattro vele repubblicane e pose il blocco alla 
costa. Bombardò Susa nell'84, Sfax nell'85. In- 
ventò le famose batterie galleggianti, e riuscì a 
far sgombrare il forte della Goletta. Avrebbe 
continuato la campagna in terra, se Venezia non 
gli avesse negato i diecimila uomini richiesti. Si 
ridusse ad armeggiare lungo le coste sonanti di 
vittorie venete, che noi oggi percorriamo imme- 
mori, e morì a Malta, deluso. Venezia tramontava. 

Sorgeva l'astro di Savoja. Nel 1805 la squadretta 
sarda del Des Geneys si spinse fino a Tunisi; 
nel 1808 un bastimento sardo ne catturò uno 
tunisino sotto le batterie del capo Bon. Un altro 
scontro avvenne nel 181 1, nelle acque del capo 
Malfatano. 

Osò nel 1825 H Bey di Tripoli dichiarare guerra 
al Re di Sardegna per una contesa di denaro: il 
Re mandò il comandante Sivori dinanzi a Tripoli. 
Il Sivori armò dieci barche, agli ordini di Giorgio 



IX. TRADIZIONI ITALICHE IN BARBERIA 117 

Mameli, per bruciare la flotta tripolina nella notte 
del 26 settembre. E il Mameli riuscì nell'intento: 
il Bey si arrese. Conduceva una delle barche il 
guardiamarina Persano. Da quel giorno uno degli 
incrociatori della nostra marina reca il nome, 
sempre rinnovantesi sugli scafi, di Tripoli. Sarà 
nome di buon augurio ? 

Volle ripeter l'impresa nel* 28 il Re di Napoli, e 
mandò il capitano di vascello Carafa con una 
grossa squadra. Questo inetto sparò sì da lungi 
che i proiettili cadevano in mare. Soltanto per 
merito del De Cosa fu evitato l'assalto dei barba 
reschi alla squadra. 

Cosicché nel 1833 il re di Napoli si unì al re 
di Sardegna per minacciare il Bey di Tunisi: 
bastò l'invio delle due squadre del De Viry e del 
Caracciolo perchè il Bey cedesse. 

Da allora il prestigio d'Italia rimase inalterato 
presso i barbareschi. Ma venne a disilluderli, 
pronto, il nuovo Regno. 



* * 



E necessario ricordar ora le vicende dell'in- 
sediamento francese in Tunisia ? 



Il8 PARTE SECONDA — GIJ ITALIANI IX AFRICA 

Anche i francesi vantavano i ricordi della loro 
marina nelle acque di Tunisi, i nomi del duca di 
Beaufort, del maresciallo d'Estrées, del Duquesne, 
e se ne valsero. Ottennero nel 1802, mediante 
una convenzione, il trattamento della nazione 
favorita. Occupata l'Algeria, assillarono di con- 
tinuo il Bey di Tunisi per ottenerne concessioni 
e favori. I consoli di Francia a Tunisi, Mathieu 
de Iyesseps, Roche, Roustan, lottarono d'influenza 
con i nostri: le contese fra il console Maccio e il 
Roustan sono rimaste leggendarie. Squadre fran- 
cesi, nel '36 e nel '37, protessero lo statu quo tuni- 
sino contro le velleità turche che volevano rista- 
bilita la sovranità assoluta di Bisanzio su Cartagine. 

E venne il 1876. In quell'anno il Bey concesse 
ai francesi la linea Tunisi-Dablet Jandouba, che 
conduce alla frontiera algerina. Con l'apertura 
di questa linea di 190 chilometri la valle della 
Megerda diveniva vassalla della Francia. 

Due anni dopo, al Congresso di Berlino, il dele- 
gato francese Waddington non chiese l'occupa- 
zione di Tunisi, mentre l'Austria e l'Inghilterra 
chiesero ed ottennero quelle della Bosnia e di 
Cipro. Fu tacciato d'improntitudine. Pareva a 
tutti evidente che le potenze d'Europa avessero 
lasciato mano libera all'Italia. 



IX. TRADIZIONI ITALICHE TX BARBERI.* MO 

Non mancarono in seguito i pretesti per l'oc- 
cupazione alla Francia, che nel '64 ed anche nel '78 
sarebbe stata lieta di spartir la Tunisia con 
l'Italia — così come l'Italia era desiderata dal- 
l'Inghilterra alleata in Egitto. La tribù tunisina 
dei Krumiri faceva scorrerie al confine algerino; 
la missione francese Flatters era massacrata nel 
Sahara: il Bey era sul punto di dare agli italiani 
una concessione ferroviaria. La Francia comprese 
che era il momento d'agire. 

La doppiezza del cancelliere tedesco, la scal- 
trezza del ministro francese, la cecità del ministro 
italiano furono le determinanti dell'azione: l'Italia, 
naturalmente, credeva di poter mettere un veto 
su Tunisi non occupandola 

Lo stato di guerra durò dal 22 aprile al 16 lu- 
glio 1881. « La storia della colonizzazione — dice 
il Leroy- Beaulieu — non ha ancor presentato 
un caso di origine così pura ». 

I francesi occuparono Biserta, poi Tunisi. Il 
12 maggio fu imposto al bey Mohammed-el-Sadok 
il trattato detto di Kasr-el-Said o del Bardo. La 
repubblica garantiva l'integrità del territorio tu- 
nisino di fronte allo straniero, e assumeva la re- 
sponsabilità dell'ordine interno. 

II 28 giugno Sfax insorse: fu bombardata e 



T20 PARTE SECONDA — GIJ ITALIANI IN AFRICA 

vinta. I francesi entrarono a Kairuan, la città 
santa, e si spinsero contro Alì-ben-Kalifa, accam- 
pato con i ribelli ai confini di Tripoli. Dai confini 
d'Algeri a quelli di Tripoli, la Tunisia era per noi 
perduta. 

1/ opinione pubblica in Italia finalmente insorse. 
La bandiera italiana fu in Francia insultata. « La- 
vare la bandiera italiana trascinata nel fango per 
le vie di Marsiglia, e stracciare il trattato, tolto 
con la violenza al Bey di Tunisi : solo a tal patto 
gl'Italiani potranno tornare a fraternizzare coi 

francesi ». Questo il grido di fiera che si ribella, 

lanciato da Garibaldi moribondo. 

Garibaldi morì, il trattato fu accolto, il sogno 
italiano fu spento. Il trattato del Bardo però, 
dice il Leroy-Beaulieu, non appagava la Francia : 
pareva volesse eludere la possibilità d'una tra- 
sformazione della Tunisia in colonia francese. E 
il residente generale Cambon provvide ad ottenere 
nuove concessioni. Il io luglio 1882 le concessioni 
straniere furono abolite, la tutela finanziaria del 
paese data alla Francia; la convenzione della Marsa 
del 9 giugno 1883 e il decreto del 4 ottobre 1884 
fecero il resto. Le truppe tunisine furono licenziate. 

Dopo che l'Inghilterra ebbe ceduto, anche l'Italia 
il 31 dicembre 1883 dovette rinunciare ad avere 



IX. TRADIZIONI ITALICHE IN BARBERIA 121 

un Tribunale consolare proprio. Era stata l'ultima 
ad abbandonare questa superstite forma di so- 
vranità, ma l'abbandonò. 

Dal 1884 la Tunisia è un protettorato francese. 
Ma oggi, commenta il Leroy- Beaulieu — questo 
magnifico sostenitore dei diritti della sua nazione, 
economista politico polemista — oggi vi è un 
forte partito che vuole l'annessione di Tunisi alla 
Francia. E l'otterrà. 



* 

* * 



Tripoli non ha una storia recente ; ha un capitolo 
vasto nelle vicende politiche contemporanee. E, 
più che mai, un'espressione geografica, come 
era un giorno l'Italia che attende di trasfor- 
marsi in un dominio concreto. Nessun mutamento 
formale, dopo gli ultimi narrati, in questa pro- 
vincia vassalla della Turchia: ove se ne tolgano 
le conseguenze della convenzione del '99 fra 
Inghilterra e Francia, che ne delimita l'hinterland] 
gli allarmi continui per voci di sbarchi italiani, 
per tentativi di penetrazione reale da parte di 
altri ; la ripercussione locale della rivoluzione turca 
del 1908. E di tutto diremo a suo tempo, nel capi- 
tolo dedicato all'avvenire. 



122 PARTE SECONDA — Gl,I ITALIANI IN AFRICA 

Negli annali diplomatici Tripoli appare per le 
frequenti menzioni che se ne fanno a Roma: 
Menzioni che diventano più frequenti dal '99 in 
poi. Ricordo le dichiarazioni dei ministri Cane- 
varo, Visconti- Venosta e Prinetti, nel 1899, nel 
1900, nel 1901, nel 1902, determinate spesso da 
interrogazioni degli on. Guicciardini e De Martino ; 
le successive dichiarazioni del ministro Tittoni, 
in riguardo alle interrogazioni degli on. De Martino 
e Vigoni nel 1905, e in seguito ; e quelle del mi- 
nistro Guicciardini nel 1910. E sempre si allude 
ad accordi con la Francia e con l'Inghilterra per 
questioni di confine, e ripetutamente si afferma 
essere necessario il rispetto dello statu quo in Tri- 
politania. Ma non mai le dichiarazioni remis- 
sive furono formulate come le formulò Ton. Di 
San Giuliano, che il 2 dicembre 1910 parve an- 
nunciare alla Camera una rinuncia d'Italia a' suoi 
diritti su Tripoli — ipotecata, nell'opinione pub- 
blica europea, a favore del nostro paese. 

Al ministro Di San Giuliano rispose, il giorno 
dopo, l'apertura del Congresso nazionalista di 
Firenze, che risollevò l'opinione pubblica interna; 
un mese dopo gli incidenti italo-turchi che hanno 
occupato l'opinione pubblica d'Europa. 



Italiani e Francesi in Tunisia 

Il Presente. 

Una città italiana occupala dall'esercito francese — La Tu- 
nisia... senza confini - 7/ amministrazione del protettorato 
— Operai italiani e capitalisti francesi Gente e lingua 
— Le scuole italiane — L'incidente di Bu-lisha e le lagrime 
d'un ministro — La convenzione del 1896 — L'irreden- 
tismo di Tunisi — Italia e Francia. 

Percorrendo le vie di Tunisi, ha detto Domenico 
Tumiati, si ha l'impressione di essere in una città 
italiana occupata dall'esercito francese. 

Domenico Tumiati ha perfettamente ragione. È 
accaduto a me più volte di trovarmi di buon mat- 
tino nel mercato di Tunisi e di illudermi d'essere 
in un sobborgo di Palermo o di Catania. L,a Tunisia 
è in realtà una piccola Sicilia africana che dista 
dall'isola poche ore di navigazione. E l'emigrazione 



124 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

nostra ha ormai assunto proporzioni enormi in 
questa regione. 

Impariamo a conoscere da vicino la terra e la 
gente. 



* * 



Il massiccio montuoso tunisino, bipartito dal 
nume Megerda, termina a sud senza limiti esatti, 
con grandi lagune (sciott) e regioni desertiche. 
La superficie della Reggenza si calcola dai 120 ai 
125.000 kmq. ; la Sardegna è a 170 km. dalla 
Tunisia, la Sicilia a 140. I confini con Tripoli e col 
Sahara sono indeterminati: nominalmente il con- 
fine verso Tripoli è a Ras Agir, ma non è segnato 
da alcuna convenzione, sì che Francia gode di 
poterlo spostare a quando a quando. 

Le oasi di Gadames e di Ghat, appartenenti 
all'hinterland di Tripoli sono ambitissime dalla 
Reggenza : « non possono tardare — dice il geo- 
grafo francese Pelet — a rientrare nella zona di 
azione della Tunisia, che per mezzo loro sarebbe 
congiunta al Sudan ». 

Intermedio tra quello mediterraneo e quello 
sahariano è il clima, ed instabile: predomina lo 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 125 

scirocco. Poverissima di acque, la Tunisia offre 
invece un buon frastaglio di coste. 

In questo saggio — che non è geografico, ma 
puramente espositivo — la fauna e )a flora non 
ci riguardano, se non per ciò che concerne la pesca 
e le coltivazioni. La cultura dell'olivo, special- 
mente nella Krumiria, assume grandi propor- 
zioni. Il Leroy-Beaulieu calcolava a 11.222.525 
gli olivi della Tunisia. Anche datteri e viti abbon- 
dano, e costituiscono anzi, con la precedente, 
una delle ricchezze del paese. 

La cultura de' cereali coprirà fra poco un milione 
di ettari, ma la cultura dell'olivo rimane la più 
caratteristica (sono famosi gli oliveti di Sfax) 
insieme con quella della vite, che dà un prodotto 
di 200.000 ettolitri all'anno. Vigneti, naturalmente, 
francesi e viticultori italiani. 

Il bestiame, scarso, non tocca i due milioni di 
capi ; la pesca in compenso è oltremodo fruttifera : 
dalle sardine di Tabarca, a traverso il corallo di 
Biserta e al tonno di Susa, fino alle spugne di 
Gabes, tutta la costa tunisina è disseminata di 
pescatori. Più di duemila sono italiani. 

Le miniere, di ferro e di zinco, non sono 
ben conosciute, ma i fosfati di calce (celeberrimi 
quelli di Gafsa) costituiscono una delle risorse del 



[26 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

paese, occupando circa duemila persone e dando 
un rendimento di circa sette milioni. 

Non mette conto di parlare delle industrie indi- 
gene. Ma edificante è l'esame de' commerci tu- 
nisini: prima dell'8i non superavano i 27 milioni. 
Nel 1906, cioè in venticinque anni, il commercio 
era quintuplicato. 

Ecco alcune cifre relative alla navigazione 
negli ultimi anni: 



Tonnellate', 
di stazza 



Nari 



, Tonnellate 
1 di merce 
Navi che entrano ed escono ddi , — 

porti Tunisini ! 718.000 | 3075922 ] 11.542 

Che se le navi francesi erano 1900 soltanto, la 
metà circa del tonnellaggio apparteneva a quelle. 

Ed ecco altre cifre relative al commercio pro- 
priamente detto: 

Importazioni (1903) .... Pr. 83.612.877 
Esportazioni (»).... »» 71.398.643 

Le importazioni principali sono rappresentate da 
cotonate, grani, farine, lavori in ferro, macchine, 
zucchero, carbone, lane. Si esportano invece grano, 
orzo e fosfati per cifre nientissime; e ancora 
bestiame, avena, sparto, olio, zinco, piombo, tes- 
suti di lana. 

Dal punto di vista nazionale le importazioni 



x. italiani E FRANCESI in Tunisia 127 

maggiori vengono dalla Francia e dall'Algeria, per 
50 milioni. L'Inghilterra importa in Tunisia per 
9 milioni, la Russia per 7, l'Italia per 6. 

Le esportazioni sono di eguale importanza per 
la Francia e per l'Italia, ma non le importazioni. 
Nel commercio siamo dunque battuti. Poiché vi 
è chi ricorda gli scambii che avvenivano fra Italia 
e Tunisia prima dell'instituzione del protettorato, 
quando il veneto Pistoretti era il padrone di Susa... 



* * 



La ragione di tutto ciò ? La Francia ha saputo 
fare della Tunisia una magnifica colonia che il 
Lero3"-Beaulieu vorrebbe rendere sempre più co- 
lonie d' exploitation , visto che la Francia non può 
farne una colonie de peuplement. La Francia, dal 
1890 in poi, ha l'incapacità fisica di mandare in 
Algeria e in Tunisia più di 8.000 persone all'anno. 

Ma la Francia, con pochi uomini, ha saputo 
trasformare la Tunisia. L'ha dotata di un ottimo 
servizio postale, sopprimendo a poco a poco tutti 
gli uffici italiani ; di 3500 km. di linee telegrafiche 
e di 400 km. di linee telefoniche; di 2000 km. di 
ruotabili ottime, di servizi automobilistici intensi, 



128 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

e di iooo km. di ferrovie che serpeggiano in tutta 
la regione: molte linee, di utilità grande per le 
miniere, non costarono un centesimo al bilancio 
della Reggenza; per le altre furono fatti prestiti 
coraggiosi. 

La rete ferroviaria è ormai tale che, quando 
sarà compiuta, taglierà in tre parti tutta la regione 
e l'allaccierà da ogni lato. Vi era una volta una 
piccola linea italiana da Tunisi alla Goletta. E il 
Beaulieu in proposito cinicamente scriveva: La 
società italiana concessionaria, « questa stessa im- 
plorerà il riscatto; non abbiamo che ad attendere 
le offerte, senza premere; dobbiamo imporre sol- 
tanto, in attesa, la lingua francese agli im- 
piegati e all'amministrazione ». 



* 
* * 



Tutta l'amministrazione francese è studiata 
in modo perfetto. Accanto ad ogni autorità indi- 
gena la Francia ha posto un rappresentante che 

è il padrone. Il Bey conserva le apparenze for- 
mali della sovranità, ma il residente generale di 
Francia (in rapporti continui col Ministero degli 
esteri, dal quale la Tunisia dipende) è presidente 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 129 

del Consiglio e Ministro degli esteri di diritto. Il 
comandante delle forze di terra e di mare è mi- 
nistro della guerra. I tredici « controlli » della re- 
gione sono affidati ai caia: ma accanto ad ogni 
caid è un controllore civile francese. 

Parimenti mista, come vedemmo di fatto, è l'am- 
ministrazione della giustizia, e i tribunali crimi- 
nali sono essenzialmente in mano della Francia. 

Ma il nerbo della buona amministrazione con- 
siste nel riordinamento delle finanze del protet- 
torato, che è incontestabile. 

Se il regime fiscale è male ordinato (sì che l'im- 
posta personale grava quasi tutta su la popola- 
zione rurale), la destinazione dei fondi è ottima. 
L,e entrate e le uscite si aggirano costantemente 
intorno ai trenta milioni. Ma spessissimo somme 
enormi vengono ad aggiungersi al bilancio per 
le spese straordinarie, somme che superano quelle 
del bilancio normale e che vengono presto coperte 
dal rendimento dell'impresa cui sono destinate. 
Ne mancano i provvidi fondi di riserva, talché la 
Francia — in trent'anni — ha potuto costruire 
quattro porti, Biserta, Tunisi, Susa, Sfax; ha pro- 
tetto le coste del paese, ha fornito d'acqua potabile 
le città, ed ha aperto al traffico strade e ferrovie. 

La Francia, che teoricamente è una grande na- 

9 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli. 



130 PARTE SECONDA — GI,I ITALIANI IN AFRICA 

zione su la via della decadenza, progredisce an- 
cora perchè sa ritrovare salde tempre di uomini 
nella sua scarsa semenza. L'Italia, che teorica- 
mente è una grande nazione su la via dell'ascesa, 
cammina ancora a tentoni perchè non ha trovato 
i suoi uomini. 



* * 



Ed eccoci finalmente a parlare di politica e di 
scuola, di gente e di lingua. 

L'emigrazione nostra in Tunisia ha ormai assunto 
proporzioni enormi: nel 1881 gli italiani erano 
30.000; nel 1898 erano 67.000; oggi sono 130.000 
circa di fronte a 35.000 francesi. 

Quando, secondo la relazione Carletti, tocca- 
vano appena gli 80.000 (nel 1900) si noveravano 
65.000 cattolici e 14.500 israeliti. La metà di 
questi coloni popolava Tunisi; e colonie di 5000 
individui erano a Susa e a Biserta; di 3000 a 
Ferryville, a Begia, a Sfax, alla Goletta. 

Il 73 % degli italiani è dato da siciliani delle 
Provincie di Trapani e di Palermo; il 16 % da 
toscani (ebrei delle provincie di Lucca, di Pisa 
e di Livorno) , il 5 % dal Mezzogiorno ; il 3 % dalla 
Sardegna, il 2 % dal Settentrione (Liguria). 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 131 

Degli italiani il 40 % consta di operai; il 15 % 
di artigiani e piccoli industriali; il 15 %, in con- 
tinuo aumento, di agricoltori. 

La popolazione italiana ha dunque una grande 
maggioranza operaia e una minoranza borghese. 
Fenomeno opposto presenta la popolazione fran- 
cese. De' trentacinquemila, io mila sono impiegati ; 
15 mila industriali e commercianti. Gli operai e 
gli agricoltori non toccano i cinquemila 

Sono queste le cifre date da un francese, Jules 
Saurin, modesto ma tenace apostolo della coloniz- 
zazione gallica. Ma — osserva bene il Corradini 
nel suo superbo Volere d'Italia, in cui sono lu- 
meggiati di scorcio i nostri massimi problemi — 
la Francia povera di popolazione non può ripetere 
neppure lo sforzo fatto per l'Algeria. « L'Algeria 
è l'estremo sforzo, la Tunisia è al di là di ogni 
possibilità ». E un altro francese, il Cattan, fornisce 
argomenti al Corradini, avvertendo chela Francia, 
invasa, non può invadere: svizzeri, tedeschi, 
belgi, italiani, spagnuoli la invadono a centinaia 
di migliaia. 

Di fronte a costoro stanno gli italiani: siciliani 
la più parte, che passano il mare in barca e ven- 
gono a posarsi di qui. « v Sono durissimi al lavoro 
e sobrii ; dispersi, ciascuno abbandonato al 



132 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

suo destino, ma se un giorno la cecità italiana 
potesse essere illuminata, e se ciò che oggi è 
dispersione potesse diventare forza unita, allora 
razza di cui si fanno i popoli veramente coloniz- 
zatori ». 

Senonchè il Corradini dice forse troppo quando 
scrive che, sotto la dominazione francese, essi rosic- 
chiano il suolo tunisino. Gli italiani non sono che 
lamanod'opera. Certamente il protettorato francese 
ha rialzato le sorti della Reggenza, e ne è prova 
anche l'aumentata emigrazione italiana. D'altra 
parte ogni progetto del Governo francese sarebbe 
stato vano, se fosse mancata la mano d'opera 
italiana: quella indigena è inefficace. 

Italiani e francesi in Tunisia hanno avuto reci- 
procamente bisogno di aiuto. Noi eravamo gli indi- 
spensabili: abbiamo saputo essere i vinti. In quale 
modo i francesi trattano oggi gli italiani ? Cercando 
di servirsi di noi come di mano d'opera, tentando di 
estinguere nei nostri la nazionalità o l'indipendenza 
economica. Gli agricoltori italiani sono per la mas- 
sima parte de' salariati : soltanto 50.000 ettari appar- 
tengono ad italiani, per un valore complessivo di 
circa 40 milioni. Ei proprietari sono novecento! 
Piccoli proprietari per lo più, sono, soltanto in 
qualche raro caso, ricchi possidenti della Sicilia o 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 133 

consorzi del regno. Il Loth accusa apertamente il 
governo italiano di appoggiar troppo queste ini- 
ziative consorziali, e cita il Florio come un lati- 
fondista della Tunisia. 

La verità si è che i latifondi sono in mano de' 
francesi, i quali possiedono 626.000 ettari, e che 
dopo la legge del 1902 fu vietato agli italiani lo 
acquisto dei terreni ricchi d'olivi e delle proprietà 
demaniali. 

Noi siamo a Tunisi gli eterni minori. I nostri 
coloni sono in gran quantità costruttori, poiché 
l'edilizia sopratutto, in questi primordi di vita 
coloniale, ha bisogno di braccia. E gli italiani 
seguono la tradizione dei loro padri, che furono 
sotto i Bey costruttori ed architetti valenti. Ma 
quando potremo dar opera concordemente alla 
costruzione del nostro massimo edificio: la co- 
scienza nazionale italiana ? 



* 
* * 



Quali sono dunque i lavoratori d'Italia in Tunisia? 
Il L,oth, nel suo magistrale lavoro, deve riconoscere 
insieme col Beaulieu la superiorità della prestazione 



134 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

compiuta dall'italiano, la sobrietà dei nostri con- 
nazionali. E conclude implicitamente con un con- 
cetto : la concorrenza di fronte a simili lavoratori 
è impossibile. 

Or vediamo come ci si comporti di fronte a 
questi lavoratori indispensabili. 

Iva valorosa Unione di Tunisi riassumeva nel 
1909 molto efficacemente le colpe della Francia 
di fronte all'Italia. 

È noto che nel 1868 era stata stipulata una 
convenzione fra il Bey Mohammed-el-Saddok e 
Vittorio Emanuele II, la quale doveva durare ven- 
ticinque anni. Scadeva nel 1896 : i francesi se ne 
valsero per tenderci un laccio. 

I^e nostre debolezze africane si iniziano con l'a- 
bolizione delle capitolazioni, e, per l'Italia, della 
condizione di nazione privilegiata. Ne conseguono : 
diminuzione di agevolezze doganali postali e com- 
merciali; controllo poliziesco per gli stranieri; 
teorico divieto d'instituzione di nuove scuole 
italiane; esclusione degli italiani dai benefìzi del 
credito agrario, dalle gare per le opere pubbliche, 
dagli acquisti presso la congregazione degli Habous 
(congregazione di carità) ; limitazione dei diritti 
di pesca; decreto contro le agglomerazioni pub- 
bliche; contro l'ammissione al Foro degli avvocati 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 135 

laureati in Italia; contro l' ammissione de' licen- 
ziati dal Liceo italiano alle Università di Francia. 

Il catalogo è edificante: ora si tenta di dare 
lo sgambetto ai medici italiani, e per certo vi si 
riuscirà. (Noi accogliamo, a braccia aperte, i 
medici tedeschi in Italia). 

Il più curioso si è — ed è esempio significantis- 
simo nella storia della colonizzazione italiana — 
che questi successivi decreti di impedimento sono 
spesso contrarii alla convenzione del 1896. L'Italia, 
per tema, tace. 

L'asprezza francese in Tunisia (seguo sempre il 
Corradini) si complica per una tristissima condizione 
di cose. Poiché gli italiani sono per la massima parte 
lavoratori, il governo francese si giova degli elementi 
di conflitto fra capitale e lavoro per ischiacciare 
l'operaio, cioè l'italiano. Nelle miniere gli usurai 
strozzano gli operai, pagandoli per lo più in gettoni 
che al cambio perdono spesso il 5 e anche il io %. 
In questo modo si legano i lavoratori al luogo della 
loro fatica. Alle pene consuete si aggiunge dunque 
— fu detto bene — la sopratassa della fame. 

I guadagni che percepiscono le società d'assi- 
curazioni francesi sono favolosi. E il premio del 
capitale francese su la fatica italiana. 

Nel lago di Tunisi la pesca era una volta libera 



136 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

ai pescatori italiani della Goletta. La concessione 
fu data in appalto ai francesi, e sta bene. Ma (e 
questo prova come la sopraffazione sia sempre 
intenzionale) nella zona adiacente, rimasta libera 
agli italiani, furono imposte norme così vessatorie, 
dice il Corradini, che la pesca fu quasi resa im- 
possibile. Oggi gli italiani sono ritornati nel lago 

di Tunisi temporaneamente soltanto perchè il 

governo è in lite con la società concessionaria. 

Questa, dei pescatori, è una delle questioni ti- 
piche della Tunisia: sopraffazione del lavoratore 
con minaccia di snazionalizzazione. All'infuori del 
monopolio del corallo e della pesca delle spugne 
esercitata dai greci, la pesca era in mano degli ita- 
liani. Era quasi un feudo nostro. Una famiglia ge- 
novese, quella dei Lomellini, ha sin dal 1500 un 
castello a Tabarca; la famiglia siciliana dei Raffo 
è padrona ancora di grandi tonnare. Circa tremila 
pescatori visitano annualmente le coste ricchissime. 
Il Loth si augurava molto francamente nel 1905 
che una legge severa abolisse per gli italiani questa 
felice condizione di cose. Ed il Loth è esaudito. 

Quando la violenza è eccessiva, si ricorre al sot- 
terfugio sistematico. Gli italiani, per esempio, sono 
allontanati dalle aste dei lavori pubblici. Il con- 
sole reclama presso il Direttore generale; il Diret- 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 137 

tore generale presenta il reclamo al Residente ge- 
nerale; il Residente generale raccoglie. 

E si ritorna daccapo, ridiscendendo. Si indicono 
gli appalti, ma per somme così forti ed in zone 
tanto lontane dall'abitato dei nostri, che gli ita- 
liani rimangono virtualmente esclusi. 

Fra i molti rapporti consolari che ho sfogliato, 
mi piace scegliere per concludere, il più recente e 
il più caratteristico: quello del vice-console Ugo 
Sabetta, poiché il rapporto del Sabetta insiste 
sul fenomeno sociale-nazionale che si verifica in 
Tunisia, e che prova splendidamente la verità 
della teoria di Enrico Corradini in riguardo al 
parallelismo delle nazioni e delle classi proletarie. 
Dal 1880 in poi l'emigrazione italiana laggiù è 
andata aumentando, ed il nostro prestigio commer- 
ciale in compenso è andato scemando. Vi è un rap- 
porto inverso semplicissimo. 

Prima dell'occupazione francese gli italiani erano 
una colonia commerciale; oggi sono una colonia 
operaia. « Se la Tunisia oggi, nonostante la scarsa 
immigrazione dei nostri, è prospera — scriveva 
nel 1904 la Tunisie francaise — si deve in gran 
parte al buon mercato del lavoro operaio ed agri- 
colo straniero: sopprimete questo buon mercato, 
e i capitali francesi che ci assicurano insomma il 



138 PARTE SECONDA — GII ITALIANI IN AFRICA 

dominio, non avranno più alcuna buona ragione 
per venir qui, e si allontaneranno ». I^a confessione 
è esplicita. 

Ed il Sabetta dimostra a chiare note quello che 
già accennammo, e che cioè Francia è in Tunisia 
sinonimo di governo e di capitalismo realmente 
sfruttatore; Italia di servitù e di plebe operaia. 

« Capitalisti e imprenditori hanno goduto e go- 
dono tuttora in Tunisia i benefici di una legisla- 
zione speciale che li protegge e possono, volendo, 
coalizzarsi, mentre la mano d'opera la si costringe 
per legge a viver disorganizzata, e in balia di un 
regime di libera concorrenza falsato a favore degli 
altri due fattori. Altro che legislazione sociale ! » 

Il Corradini commenta ancora: il Sabetta ha ra- 
gione, ma egli, e il Ministero per il quale scrive, ed 
il Governo dal quale dipende, hanno torto, poiché 
non comprendono che è fatale che ciò avvenga ad 
un popolo, il quale emigra in un paese di conquista 
altrui. 



* * 



Senonchè noi non dobbiamo acconciarci alla 
fatalità. Tenterò di mostrare più innanzi i van- 
taggi che deriverebbero a noi da una colonizza- 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 1 39 

zione diretta in terra italiana, fatta nella Tripo- 
litania. Vediamo ora con quali armi ci sia dato 
combattere in una regione che non è nostra, ma 
che è abitata dai nostri. 

Una Tarma, per ora: la scuola. 

« C'è in Tunisia — avverte il Corradini — una 
borghesia italiana, una borghesia di commercianti, 
d'industriali, di professionisti, come dappertutto, 
la quale fa il possibile per tenersi unita con la fa- 
miglia italiana del regno Il dottor Cattan 

chiama questa borghesia « ammirevole per la sua 
devozione patriottica ». Ed è veramente così. Bi- 
sogna rammentarci che avanti l'occupazione fran- 
cese la Tunisia era fortissimamente italianizzata 

in alto e in basso Gli italiani formavano la 

classe dirigente e dominavano. Sicché quando 
venne l'occupazione francese, fu creato un nuovo 
paese irredento ». 

Abbiamo a Tunisi scuole, associazioni, banche, 
giornali, ospedali, camera di commercio italiane; 
abbiamo il console d'Italia, che rappresenta il 
nostro paese. E sono queste buone armi per chi 
le sappia usare. Ma la Francia, subdola e scaltra, 
come sopraffa il proletariato, così tenta di amicarsi 
la borghesia con una politica democratica, e vuole 
snaturarla. Per ora non ottiene troppo: le natu- 



140 PARTE SECONDA — GIJ ITALIANI IN AFRICA 

ralizzazioni nel 1901 furono trentaquattro! Ma in 
seguito ? 

Ricopio qui, per cominciare, la tavola delle 
scuole italiane in Tunisia, care piccole aule che 
ho visitato con commozione più viva di quella 
che destino in me le caserme o le università del 
Regno. 

Biserta : Maschi Femmine 

Scuola coloniale eleni, masch. Umberto I . . . 168 

Goletta : 

Scuola elena, masch 137 — 

Scuola eleni, femminile — 145 

Giardino d'infanzia 80 64 

Kram : 
Scuola mista Sant'Oliva 20 20 

Sfa* . 

Scuola elementare maschile 134 — 

Scuola elementare femminile — 258 

Scuola serale per adulti 70 — 

Slisa : 

Scuola elementare maschile, e museo comm. 159 — 

Scuola elementare femminile — 123 

Giardino d'infanzia 60 no 

Scuola serale per adulti 132 — 

Tunisi : 

R. Liceo-ginnasio Vittorio Emanuele II ... . 67 — 

Scuola tecnico-commerciale Umberto I, e 

museo commerciale 82 — 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 141 

Scuola eleni, rnasch Principe di Napoli . . 660 — 

Scuola eleni, rnasch. Giovanni Meli 632 — 

Scuola eleni, rnasch. Umberto I 275 — 

Scuola eleni, femin. Margherita di Savoia . — 781 

Scuola elem. femm. Gius. Turrisi-Colonìia — 900 

Giardino d'infanzia Garibaldi 400 352 

Giardino d'infanzia Francesco Crispi .... 310 250 

Scuola ser. per adulti Principe di Napoli . 704 — 

Scuola ser. per adulti Umberto I 185 — 

Scuola serale della Dante Alighieri 335 — 

Convitto italiano 79 — 

Orfanotrofio Margherita di Savoia delle 

Francescane — 70 

Scuola della soc. ginn. Italia 52 — 

Alunni delle scuole italiane in Tunisia: 7814. 

Scuole Governative Scuole Sussidiate 

Maschi 4087 Maschi ....... 654 

Femmine .... 2983 Femmine .... 90 

Queste sono le cifre che l'annuario elei 19 io sug- 
gerisce. Ma vi sono anche dei commenti che l'an- 
nuario non fa. Ottomila italiani frequentano oggi 
le nostre scuole, e sta bene: ma chi sa che sette- 
mila, cioè quasi altrettanti, frequentano le scuole 
francesi ? Nelle cinque principali scuole francesi di 
Tunisi, scriveva il Temps quasi con orgoglio, 11 36 
italiani sono di fronte a soli 674 francesi. Disertori, 
inconsci e incolpevoli spesso, ma pericolosi 

Come siano combattuti i nostri laggiù si può 
constatare leggendo un noto libro francese: Le 



142 PARTE SECONDA - - GLI ITALIANI IN AFRICA 

peuplement italien en Tunisie et en Algerie di 
Gaston Loth. 

Pur non occupandomi della parte del poderoso 
volume che tratta della questione italiana in Al- 
geria (ormai a tali dolorose rinuncie siamo assue- 
fatti !) ho tratto dal volume del Loth copia grande 
di notizie. L'autore si è giovato di molti studi ita- 
liani e stranieri, ha riassunto le belle relazioni del- 
l'ex-console italiano a Tunisi, il Carletti, ed ha 
preparato una miniera inesauribile di documenti. 

E doloroso leggere le vicende di queste rocche 
dell'italianità nel freddo libro del Loth, che con 
l'eloquenza delle cifre si compiace di mostrare ad 
ogni passo come l'egemonia morale sia passata 
dagli italiani ai francesi. 

Le scuole resistono tenacemente, specialmente 
nella città di Tunisi, ed accolgono anche arabi ed 
ebrei nelle prime classi. Ma i disertori, ho già 
detto, sono numerosissimi negli istituti secondari. 
Poiché un italiano non può vivere senza la laurea 
francese, si prepara spesso a conseguirla con una 
licenza francese. 

Contro questi istituti i vicini d'oltr'alpe conver- 
tono tutti i loro sforzi e lo confessano. Pare talora 

che il Governo della Reggenza sia stato a scuola 

dai pangermanisti. A Tunisi si esercitano le vio- 



X. ITAUANI E FRANCESI IN TUNISIA 143 

lenze che i tedeschi tentano introdurre nell'Alto 
Adige. 

Il Loth vorrebbe attirare alla Francia gli ita- 
liani di Tunisi per via di interessi. Tanto che ad 
un certo punto dimentica che la Tunisia è ancor 
oggi un protettorato, e non un dipartimento fran- 
cese, e propone che in Tunisia (come in Algeria) 
tutti gli italiani che non hanno soddisfatto agli 
obblighi di leva nel Regno — e sciaguratamente 
sono parecchi — siano considerati come tunisini 
e incorporati nei reggimenti della Reggenza. 

Il Loth riassume, al termine delle sue pagine, 
il suo pensiero così : ottima cosa sarebbe, natural- 
mente, l'attirare in Tunisia popolazione francese, 
ma poiché ciò non ci è dato, serviamoci della mano 
d'opera italiana indispensabile al paese; assimi- 
liamo lentamente gli stranieri, sopprimiamo le 
loro ^istituzioni nazionali e facciamo in modo 
che la lingua e il commercio francesi prosperino 
soli in Tunisia. 

Il Beaulieu rincalza : « Ci siamo ben assimilati 
gli alsaziani di origine tedesca; potremo anche, 
per mezzo dell'educazione e della lingua, avvici- 
nare a noi, a poco a poco, la popolazione d'origine 
italiana che è indispensabile alla nostra opera colo- 
nizzatrice Il Governo non deve trascurare alcun 



144 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

mezzo d'influenza su la popolazione italiana in 

Tunisia Se vogliamo — ed è per noi questione 

di vita — assimilarci i coloni spagnuoli in Algeria 
e gli italiani in Tunisia, dobbiamo mantenere in 
queste due contrade un clero francese numeroso 
ed attivo ». 

Ed altrove ricorda che, mentre il francese costa 
cinque lire (il Beaulieu scrive nel '97), il siciliano 
ne costa 2,50 e l'arabo 1,50. Perciò il francese è 
troppo caro. 

Si può parlar più chiaro di cosi ? 



* 



Ter opporci a questo disegno servono, così come 
son oggi, le scuole ? Non sempre. Lasciamo la pa- 
rola ad un visitatore, che tributa elogi alle buone 
aule, alla buona suppellettile, alla pulizia, alla di- 
sciplina, allo zelo degli insegnanti. « Possiamo noi 
dunque inorgoglirci delle scuole nostre quaggiù ? 
Ahimè, no ! Esiste una lotta tra la lunghezza del 
banco e il numero degli scolari ». Un'aula de- 
stinata a cinquanta, contiene cento alunni. Un 
insegnante che può parlare a cinquanta, deve inse- 
gnare a centoventi. Gli inscritti della 2 a sezione 
nella i a classe della scuola Meli erano nel 19 io 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA I45 

centocinquantadue ; quelli della 3 a centocinquanta- 
cinque ! 

L'asilo Garibaldi ha rifiutato quattrocento bam- 
bini (pensate, o lettori, che cosa significa questa 
semplice frase: negar l'istruzione in una scuola 
come si negherebbe l'ingresso in un teatro, in una 
sera di folla !) ; la scuola Turrisi- Colonna batte il 
record dell'affollamento, con classi di quattro se- 
zioni 

Andiamo innanzi. Il caso della scuola di Bu- 
fisha è tipico. Il Tumiati ne ha parlato per primo, 
io l'ho commentato nel 1908; il Corradini vi dedica 
due pagine di evidenza tragicomica, le quali ci mo- 
strano la contesa fra la signorina Francesca Bri- 
gnone, intenta a fondare una scuola della Dante 
per i pantellereschi di Bu-fìsha, ed il signor 
Coeytaux, rappresentante della Società franco- 
affricaine, che avverte il Farina, capo della colonia 
italiana, esser intenzione della sua società di gettar 
sul lastrico tutti i pantellereschi se la scuola si 
apre. Naturalmente vinsero i francesi, e l'inse- 
gnante d'una scuola italiana clandestina fu con- 
dannata ad un'ammenda. 

All'apertura dei corsi nel 1909 l'organo della 
colonia italiana di Tunisi doveva scrivere : « Il 
Residente generale ha dunque da sapere che ci 

10 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli. 



146 PARTE SECONDA — Givi ITALIANI IN AFRICA 

sono a Tunisi molte centinaia di fanciulli italiani 
senza scuola. Costoro hanno battuto ad ogni 
porta, ma purtroppo le hanno trovate tutte 
chiuse... Hanno supplicato, fatto appello al cuore, 
ricordato ai maestri i vivi ed i morti, ma indarno. 
In banchi di tre o quattro alunni ne sono inzeppati 
sette ». A molti si è osato rispondere che tornas- 
sero l'anno venturo o nell'ottobre del 1911. Capite? 
Il ragazzo maturi, mentre si fabbrica la scuola. A 
star ai consigli di laggiù, alcune centinaia dei fan- 
ciulli che protestavano nel 1909 dovrebbero stare ad 
attendere ancora, dopo che questolibro sarà uscito ! 



* * 



Si narra a Tunisi, correntemente, che quando 
fu a Bu-fisha l'on. Di San Giuliano, gli si videro 
spuntar le lacrime agli occhi per il patimento 
de' connazionali. E lo credo. Poiché soltanto un 
miserabile può non piangere a Tunisi o a Trento, 
in certi momenti. Ma l'on. Di San Giuliano non 
ha forse compreso che quel che accade a Tunisi 
è ferocemente logico, e che soltanto in una co- 
lonia nostra noi potremo dettar leggi: la virtù 
dell'insegnamento nazionalista sta in questo sol- 
tanto, ed è in ciò caratteristica. L'on. Di San Giù- 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 147 

liano ha osato fare alla Camera italiana il 2 di- 
cembre 1910 le dichiarazioni su Tripoli che ho 
ricordato, con lo stesso accento che avrebbe susci- 
tato gli sdegni del Carducci, quando il poeta si 
chiedeva se sul feretro del Generale noi dovevamo 
ripetere con cuor fermo che a Trento e Trieste 
avevamo rinunciato per sempre... 

Parlo amaro soltanto perchè il lettore potrà 
chiedersi: ma come il governo nostro non prov- 
vede, in tanta carestia di scuole, ad aprirne altre 
laggiù ? Il governo — si dice — non può. Nel 1896, 
la nostra annèe terrible, caduto Francesco Crispi, 
dallltalia fu firmata la famosa convenzione per cui 
c'impegnavamo a non fondare più scuole italiane. 

A questo punto giungemmo: ad ipotecare l'av- 
venire e a far professione di malthusianesimo in- 
tellettuale ! La scuola divenne un letto di Pro- 
custe, in cui ci si acconcia come si può. 

Nel momento in cui scrivo, la questione è più 
che mai viva, poiché la sezione tunisina della 
Ligue de l' cnseignement , allarmata dalle con- 
tinue proteste italiane, ha rivolto al Governo 
francese un voto « affinchè le convenzioni del 1896 
non possano essere eluse, e affinchè l'apertura di 
nuove scuole italiane in Tunisia non sia auto- 
rizzata ». 



148 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

Il famoso articolo della convenzione franco- 
italiana del 28 settembre 1896 dice: « Per quanto 
concerne le scuole italiane attualmente aperte in 
Tunisia e l'ospedale di Tunisia, lo statu quo sarà 
mantenuto ». 

I francesi sostengono che questo vieta agli ita- 
liani di aprire nuove scuole; gli italiani avvertono 
che la regola può convenire alle scuole governa- 
tive, non alle private. I francesi ribattono che 
nell'elenco esplicativo unito alla convenzione si 
poneva anche una scuola privata di Bizerta e 
che perciò la loro tesi era stata accolta implicita- 
mente anche dagli italiani. I francesi possono 
avere giuridicamente ragione, ma la necessità degli 
italiani di sfuggire alla morsa terribile è supe- 
riore ad ogni norma di diritto. 



* 



La questione è ancora sub judicc, poiché è 
questione di ieri. Ma per noi è una questione 
simbolica. Vedremo più innanzi come lo spunto 
di attualità, in Tripolitania, sia dato a queste 
pagine da eventi politici; in Tunisia il casus belli 
è dato oggi da un contrasto scolastico-nazionale. 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 149 

Né potrebb'essere altrimenti in un campo in 
cui non possiamo lottare con altre armi. Qual- 
cosa di grandioso e quasi di sacro è anzi in questa 
pacifica guerra che si combatte per il prezioso 
retaggio della lingua. 

Poche questioni, come ho accennato, differi- 
scono di più, Tuna dall'altra, delle questioni di 
Tunisi e di Tripoli. 

« Noi pagheremo col danno e col rimorso di 
molti secoli l'imprevidenza e la fiacchezza con cui 
fu trattata la questione di Tunisi », ha detto Gia- 
como Fazio, ed ha detto bene. Che cosa possiamo 
sperare oramai nella Tunisia, che va chiuden- 
dosi ai nostri commerci, dalla Francia che medita 
l'annessione ? 

Sperare che Tunisi ritorni all'Italia, com'era 
nostro diritto, è per ora folle sogno: invano si 
giunge da taluno, acceso di morboso entusiasmo, 
ad augurare la ripetizione dei Vespri Siciliani 
con mutata sede, da Palermo a Tunisi... Soltanto 
un miracolo potrebbe ridare Tunisi all'Italia, 
quando l'Italia fosse divenuta una grande na- 
zione, e nuove sventure avessero prostrata o spo- 
polata la Francia. 

Ma poiché l'ipotesi è infondata e disonesto sa- 
rebbe l'insistervi, noi abbiamo il dovere di tute- 



150 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

lare i nostri diritti, di opporci ad ogni legge re- 
strittiva francese, di tentare la conquista eco- 
nomica del paese che abbiamo dissodato. E lo- 
gico ed è umano che gli italiani debbano essere 
considerati in Tunisia soltanto come lavoratori 
salariati, e non possano divenire padroni né come 
i francesi, ne come gli arabi ? Noi dobbiamo di- 
venire esportatori d'industria e di capitale, per 
essere forti economicamente; dobbiamo tutelare 
la lingua nostra per essere forti nazionalmente. 

E perciò, conviene dirlo ben chiaro, non ab- 
biamo che a seguire l'esempio di Francia. I fran- 
cesi si sono imposti in Tunisia perchè hanno in- 
viato laggiù i loro capitalisti, perchè tentano di 
naturalizzare gli operai stranieri. I poteri pubblici 
e privati fanno a gara nel dar prova di un coraggio 
magnifico, spendendo somme che frutteranno sol- 
tanto nell'avvenire: la Francia ha speso mezzo 
miliardo per i lavori pubblici tunisini. 

Come sempre, noi dobbiamo combattere appren- 
dendo dal nemico. Qualcosa, in realtà, si è già 
fatto: i consoli, i medici degli ospedali, buona parte 
degli insegnanti e dei membri della Camera di Com- 
mercio, i membri della Dante e i migliori giorna- 
listi costituiscono a Tunisi una forte milizia ci- 
vile. I cinquantamila e più italiani che abitano 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 15 1 

Tunisi sono una colonia di nazionalisti, che 
compie nelle ricorrenze nazionali vere e proprie 
dimostrazioni irredentiste... 

Tale è oggi la condizione di cose laggiù. Condi- 
zione difficile e complicata. Non siamo soltanto 
una moltitudine d'invasori che passa il mare ad 
ogni stagione in cerca di pane (gli antichi signori 
di Cartagine non sono ancora i coolies di un qual- 
siasi pericolo giallo...); non siamo neppure degli 
irredenti in terra italiana. Ma, per le condizioni 
nostre e per lo stato d'animo, ammonisce il 
Corradini, siamo gli uni e gli altri insieme. 

Il nostro numero è così forte che ci pare d'esser 
laggiù in casa nostra, e — poiché siamo costretti 
sott' altro dominio — di emigrati ci trasformiamo 
in irredenti. 

Vi è dunque, chiederà alcuno, la possibilità 
di un irredentismo antifrancese ? Per ora, rispondo 
sinceramente, non credo. 

In teoria la Tunisia dev'essere nella sfera d'in- 
fluenza nostra; ma in fatto è troppo lontana da 
noi l'ipotesi della dominazione. Noi non siamo 
di quelli che predicano la gallofilia per inveterato 
amore alla Francia. No : non dalla Francia smidol- 
lata ci verrebbero oggi grandi aiuti. La Triplice 
intesa non si è delineata certo più salda della 



I52 PARTE SECONDA — GIJ ITALIANI IN AFRICA 

Triplice Alleanza. Noi possiamo valerci della 
nostra superba posizione, che non è una « splendici 
isolati on » ma che è la felice situazione dell'ar- 
bitro, per mostrare ad ogni confine che sappiamo 
reggerci con dignità. Come non dovevamo temere 
nel 1908 al confine orientale, così non dobbiamo 
temere di mostrarci risoluti a tutelare l'idealità 
e l'interesse dei nostri coloni lungo il canale 
della Goletta. Ciò non significa essere ostili alla 
Francia. Significa conoscere il proprio buon di- 
ritto. 

Né sarebbe il caso di compiere un tentativo 
disperato per l'egemonia di Tunisi finché ci rimane 
libera la via di Tripoli. Perduta neH'81 la carta 
di Tunisi, possiamo giuocarne un'altra: la posta 
ne vale la pena. Se riuscissimo ad avviare verso 
Tripoli gran parte dell'emigrazione tunisina, le 
nostre condizioni si allevierebbero anche lungo 
la Megerda. 

Chiaro intanto il compito nostro: nella Tunisia 
popolata da centocinquantamila de' suoi figli, 
l'Italia deve compiere oggi opera di cultura. Non 
opera politica, ma nazionale. 

Deve trasformare una colonia servile, una co- 
lonia che potrebbe imbastardirsi come l'Argen- 
tina, in una terra irredenta. Occorre che ci si 



X. ITALIANI E FRANCESI IN TUNISIA 153 

assuefaccia lentamente a considerar questa terra 
italiana di fatto, e a chiamarla semplicemente, 
come le terre del nord, terra italiana soggetta 
alla Francia. 

Quando avremo circondato il paese di regioni 
idealmente irredente, dal Brennero a Cartagine, 
potremo pensare anche alle necessarie rivendica- 
zioni. Potremo discorrere allora più serenamente 
di atteggiamenti politici. Non lo possiamo oggi, 
e nell'ora presente ci è dato discorrere in Tunisia 
soltanto di problemi nazionali. 

Chi volesse inoltrare lo sguardo nel futuro po- 
trebbe dir forse che in avvenire Tripoli sarà 
la nostra Trento africana; Tunisi la nostra Trieste. 
La prima potrà essere italiana con l'Italia; la 
seconda è forse condannata, come è condannata 
Trieste, ad essere italiana oltre l'Italia... 

Manteniamola tale. 

Poiché Tunisi irredenta c'insegna, come Trieste, 
che l'Italia fu fatta a metà. La rivendicazione 
incompiuta del 1866 prelude alla rivendicazione 
incompiuta del 1881. 



XI. 
Italiani e Turchi in Tripolitania» 

L'Avvenire . 

Il motto di Catone — Geografìa della Tripolitania — Flori- 
dezza dell'orto delle Esperidi — Bilanci turchi — Il com- 
mercio e la navigazione — Un bagno nell' « hanimam » 
— Le nostre scuole — Parole profetiche — L' « hinterland » 
di Tripoli e la transahariana — Tobruk, chiave del Medi- 
terraneo orientale — La staffa imperiale d'Italia. 

Due mila anni or sono, un uomo solo, Catone, 
poteva levarsi dinanzi al Senato ed al popolo di 
Roma ed incitare i suoi concittadini ad un'im- 
presa coloniale con una sola frase ostinata: De- 
lenda Carthago, e con una dimostrazione molto 
semplice della ricchezza della futura colonia: con 
la leggendaria ostensione delle mirabili frutta 
africane. 

Non oggi potremmo augurare all'Italia un nuovo 
Catone. Le condizioni della vita moderna sono 
tali che impedirebbero ad un solo uomo di ren- 



156 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

dersi interprete d'un sentimento generale, e non 
Catone redivivo occorre a noi, ma una opinione 
pubblica ben salda in cui sia radicata la convin- 
zione della necessità di colonizzare la Tripoli- 
tania. E non il motto antico e distruttore si ha 
da ripetere, ma un nuovo motto edificatore che 
significhi: Andiamo a Tripoli. E non un frutto 
mostrato ai cittadini può incitarli a muovere 
verso altri lidi, ma la severa esposizione delle 
condizioni di fatto della colonia futura. 

Ripetendo qui che le questioni di Tripoli e di 
Tunisi sono nettamente distinte, avverto che la 
questione di Tripoli si connette con quella di Tunisi 
soltanto per ciò: se sarà risolta nel senso che 
noi qui intendiamo, potrà agevolare le condi- 
zioni dei nostri anche nella Tunisia. Ma a Tunisi 
siamo dinanzi alla Francia civile, che ci può in- 
segnare; a Tripoli dinanzi alla Turchia barbara, 
che deve apprendere. 

Dice Enrico Corradini, in un suo bell'impeto 
di fervore imperiale: « la Cirenaica... insieme con 
la Tripolitania da tanti anni dovrebbe esser nostra 
per il nostro popolo e per il nostro lavoro ! Ma 
noi miserabile gente per bocca di più miserabili 
nostri rappresentanti ci dichiariamo contenti di 
poter fare scavi là dove avremmo dovuto metter 



XI. ITALIANI E TURCHI IN TRIPOLITANIA 157 

le nuove radici del nostro popolo e del nostro 
lavoro e della nostra ricchezza e della nostra 
grandezza ! ». 

Ora, non si addita la via dell'avvenire alla na- 
zione soltanto col rimpianto. Occorre mostrarle 
le vie della ricchezza e della forza. Ed io intendo 
molto modestamente di segnare in queste pagine, 
a grandi linee, la posizione geografica della 
Tripolitania e di analizzarne poi partitamente 
le condizioni. 

La terra che comprende il porto di Tripoli e 
la regione del Gebel, le oasi di Gadames e di Ghat 
e il deserto dell' Hammada el Homra, la fertile 
regione della Msellata e le bassure steppose e 
malsane delle Sirti, le oasi di Giofra e di Augila 
e il grande hinterland del Fezzan, infine le coste 
inabitate della Marmarica e le floridissime regioni 
della Cirenaica, offre all'esploratore contrasti sif- 
fatti, che un'opinione sintetica sul paese non si 
può esprimere. 



* 
* * 



In realtà la Tripolitania non è una regione unica : 
si distingue nettamente nella Tripolitania pro- 
priamente detta, fertile in poche parti, e nella 



158 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

Cirenaica fertilissima, divisa dal vilayet di Tri- 
poli dalla bassura sirtica. Si aggiunga la regione 
del Fezzan (capoluogo Musruk) all'interno, che 
dà maggior valore alle due terre nominate poiché 
segna la via tra le coste mediterranee e le contrade 
del Sudan. 

Né mancano altre partizioni minori. 

Un'occhiata alla carta de' luoghi spiega la si- 
tuazione. 

La Tripolitania propria può idealmente esser 
divisa dalla Cirenaica lungo il 19 di longitudine, 
2ÌYuadi che termina in fondo alla Gran Sirte, 
là dove gli antichi ponevano le Arae Philaenorutn: 
la superficie, di 270 mila km. circa, è popolata 
da circa 650.000 abitanti. 

La costa tripolina, che si stende per 1100 km., 
é generalmente importuosa: le navi non possono 
ancorarsi che ad un miglio dalla costa, in fondali 
di venti metri di profondità. Discreti approdi 
sono ad Homse a Misratà, dove sorgono pure pic- 
coli fari ; ottimo sarebbe — come ho accennato — 
il porto di Tripoli, se vi si compissero lavori poco 
costosi di scavo e di riallacciamento delle banchine. 

Zone di sabbia mobili e di steppa desertica 
costituiscono la pianura o Gefara, la quale vien 
fasciando la marina per un tratto largo 100 km. 



XI. ITALIANI E TURCHI IN TRIPOLITANIA 159 

che scompare presso Homs. Menscia si chiama 
presso Trìpoli, dov'è fiorente di verzura; Sahel 
nella parte rimanente e sabbiosa. 

Ma le oasi sono frequenti: ad occidente di Tri- 
poli celebratissime quelle di Zanzur e di Bu- 
Agila ; ad Oriente quelle di Tagiura e quelle « im- 
mense e superbe » di Sliten e di Misratà che, se- 
condo il Mathuisieulx, occupano più di 300 kmq. 

Dietro alla Gefara il Gebel, la zona dell'alti- 
piano che scendeva un tempo a picco sul mare. 
Nel Gebel, di cui il Tumiati celebra la feconda 
bellezza, si scorgono a quando a quando i cars, 
nidi d'aquila rocciosi, che furono le rocche del- 
l'insurrezione di Ruma contro i turchi, sessantanni 
or sono. 

Ma al sud della steppa in cui il Gebel declina, 
si apre la sterminata piattaforma petrosa del- 
l' Hammada-el-Homra, la terribile terra rossa della 
sete, che separa la Tripolitania dal Fezzan. 

Gli uadian della Tripolitania, spesso asciutti, 
non sono frequenti. La stagione non è temperata 
per il poco riparo che la zona montuosa offre ai 
venti del deserto. Quando soffiava dal sud il 
terribile ghebli ho visto più volte bagnare il tetto 
delle abitazioni, per attenuare l'interno calore. 
La stagione estiva, da giugno ad ottobre, e la 



160 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

stagione temperata, da novembre a maggio, non 
hanno però temperature molto differenti dalle 
nostre, tranne nei giorni tormentosi del ghebli, 
che è però attenuato lungo la costa dalla brezza 
marina. Le oscillazioni vanno da un minimo di 
4° ad un massimo di 34 . 

In compenso la salubrità di Tripoli e della 
regione del Gebel è famosa: scarse le epidemie, 
ove se ne eccettui il tracoma oculare ed il colera, 
che infierì anche nel 1910. Il De Martino addita 
molto giustamente agli italiani i vantaggi che 
si potrebbero trarre laggiù da un'applicazione ben 
intesa dell'industria del forestiere. Ci pensano, 
in vece degli italiani, i tedeschi. Quando io mi 
trovavo a Tripoli si parlava già insistentemente 
di un sanatorio e di un albergo germanico in fieri. 

Malsana è invece, naturalmente, la bassura step- 
posa delle Sirti. Ma da questo regno della febbre 
ci accostiamo alla florida Cirenaica, che — con 
900 km. di costa protesa verso il mar di Sicilia 
— si stende dal 19 al 25 di longitudine Est, 
dalle are de' Fileni al golfo di Solum. 

La Cirenaica è l'antica Pentapoli, la terra di 
Cirene, di Apollonia, di Tolemaide, di Arsinoe e 
di Berenice. L'altipiano cirenaico ha una super- 
ficie di circa 50.000 kmq., ma la valutazione ne 



NI. ITALIANI E TURCH] IN TRIPOI4TANIA 101 

è contrastatissima, poiché la Turchia vorrebbe 
comprendervi le oasi di Kufra e di Giarabub, 
che in realtà l'Egitto — e per l'Egitto l'Inghil- 
terra — si attribuisce. La popolazione non tocca 
i 300.000 abitanti. 

La Cirenaica (paese di Barka, secondo gli arabi) 
si bipartisce a sua volta in Cirenaica propria, 
da Bengasi al golfo di Bomba, e in Marmarica, 
dal golfo di Bomba a quello di Solum. 

Bengasi e Derna sono rispettivamente gli anco- 
raggi piuttosto che i porti, della zona occiden- 
tale e dell'orientale della Cirenaica, mentre la 
Marmarica è la regione dell'Africa settentrionale 
meglio accessibile alle grandi navi: superbi gli 
ancoraggi del golfo di Bomba e di Tobruk. 

Il golfo di Tobruk, militarmente protetto, vasto 
come quello di Siracusa e profondo come quello 
di Alessandria, a poca distanza da Brindisi, da 
Candia, da Cipro, da Alessandria, da Malta e da Si- 
racusana una maravigliosa posizione. Lo Schwein- 
furth vide in quel porto le chiavi del Mediter- 
raneo orientale. Ma è necessario ricordare che la 
Marmarica non è abitata come la Cirenaica e 
che la situazione di Tobruk è perciò piuttosto 
isolata. 

La Cirenaica deve la sua fortuna al fatto che 

il — Castellini, Tunisi e Tripoli. 



ibi PARTE SECONDA CU ITALIANI IN AFRICA 

non è separata dal mare da una zona simile alla 
Gefara di Tripoli: è tutta un florido altipiano, 
nominato in alcuni punti la Montagna verde, che 
tiene anche geologicamente della struttura eu- 
ropea. E, insomma, come la Tunisia, una 
nuova Sicilia africana. « Boschi di ginepro, di ci- 
pressi, di lentischi, interrotti da praterie, coro- 
nano la parte centrale dell'altipiano, le cui ele- 
vazioni, a forme elegantemente arrotondate ri- 
cordano i nostri Appennini ■ — scrive Arcangelo 
Ghislieri nel suo Atlante d'Africa — e di questi 
hanno la flora, il clima e il paesaggio ». L,a tem- 
peratura è meno aspra di quella della Tripoli- 
tania: le pioggie invernali determinano la ferti- 
lità della regione. La temperatura media di Ben- 
gasi è di 23 in autunno, di 19 in primavera, e 
più vicina a quella della Sicilia che a quella del- 
l'Egitto. 

« Pochi climi possono essere paragonati a quelli 
della Cirenaica per la rarità delle temperature 
estreme e per l'invariabilità ». 

Il Fezzan, che al sud della Tripolitania e della 
Cirenaica forma il terzo anello di quel dispara- 1 
tissimo trinomio che noi amiamo chiamare ge- 
nericamente Tripolitania, è una regione mal de- 
finita, dalla superficie incalcolabile, con una pò- 



XI. ITALIANI E TIRCHI IN TRIl'OI.ITANIA 163 

polazione di forse centomila abitanti. « Politi- 
camente fa parte della Tripolitania, geografica- 
mente del Sahara... Si può pertanto considerare 
come una contrada di transizione fra l'Africa 
mediterranea e il vero Sahara », dice bene il Mi- 
nutali . 

Il P^ezzau è il grande nodo stradale delle comu- 
nicazioni tra l'Africa centrale e la zona costiera, 
e come tale può avere ancora una importanza 
grande, ma è, in ogni modo, regione che 
sfugge al controllo diretto di un dominatore e 
che si deve considerare piuttosto come zona d'in- 
fluenza annessa alla Tripolitania. Pertinenti a 
questa regione sono, in un certo senso, anche 
le oasi di Gadames e di Ghat al confine occiden- 
tale, contrastate a noi dalla Tunisia, o — per dir 
meglio — dalla Francia, come le oasi orientali 
lo sono dall'Inghilterra. 

Ma per un migliore esame della situazione geo- 
grafica limando il lettore al magistrale volume 
del Minutilli — La Tripolitania — che analizza 
la regione dividendola in sei parti e prendendo 
a considerare oltre la Tripolitania propria e la 
Cirenaica e il Fezzan, le regioni delle oasi di Ga- 
dames e di Ghat, delle oasi di Augila e di Giofra, 
e la vSirtica. 



164 PARTE SECONDA - GU ITALIANI IX AFRICA 

Lo studio del Minutilli era ben degno, per 
la sua obbiettività e per la sua profondità, 
di preludere a un'azione italiana in Tripolitania. 
Avrà questo saggio modesto maggiore fortuna di 
tempi ? 



* 
* * 



Ma il Minutilli non è il solo che abbia scritto 
della Tripolitania, come appare dalla bibliografia 
sommaria annessa a queste pagine. Ed a noi con- 
viene render conto delle principali opinioni degli 
studiosi su la regione. Vi sono i fautori dell'oc- 
cupazione di Tripoli, i quali sostengono che la 
Tripolitania dev'essere italiana per la nostra ma- 
teriale sicurezza; vi sono i fautori dell'occupazione 
che hanno esaminato a lungo le condizioni della 
regione e ne conoscono la floridezza. Quasi tutti 
questi ultimi sostengono i loro argomenti con una 
asserzione semplice e netta: occorre occupare Tri- 
poli, non foss'altro che per avere la Cirenaica. 

Domenico Turni ati, il poeta che ha dedicato 
alla nostra futura colonia un mirabile libro, lo 
conchiude con una visione di sogno. 

« Salutando le coste di Tunisi, col rammarico 
di un bene perduto, e valicando il mare, immerso 



XI. IT.VUAXI E TURCHI IX TRIPOT.ITANIA 165 

nei veli della notte, io abbracciai le terre di Tri- 
politania con l'ansia di un augurio, e con la fede 
nel futuro. Vidi laggiù, tra le oasi e le sirti, tutta 
fiorente la nuova Italia. 

Le rade di Tripoli, di Khoms, di Misrata, di 
Bengasi, di Derna, di Bomba, erano munite e 
protette, rigurgitanti di navi, porti sicuri che sca- 
ricavano ai mare le ricchezze africane, e ne as- 
sorbivano le industrie d'Italia. Una rete elettrica 
di strade si diramava da Tripoli alle grandi pian- 
tagioni di Imsellata, alle miniere di Fossato e 
di Jeffren, e di là s'inoltrava in due arterie, fino 
a Gadames e a Muzruk; mentre un'altra rete 
congiungeva a Bengasi le zolfare e le saline di 
Sert, le oasi del Barka; e si scagliava fino al con- 
fine egiziano... Le trivelle centuplicavano i pozzi 
romani, e le acque del Gebel incanalate, porta- 
vano ovunque le loro correnti; e mentre i pinna- 
coli delle officine fendevano l'aria coi loro stridi, 
a Zanzur, al Gharian, a Imsellata, a Derna 
le ville italiane cingevano di palme le loro 
logge»... 

Domenico Tumiati ha diritto di sognare così. 
Egli ha visitato passo passo la Tunisia e la Tri- 
politania, e sa che, ove la Tripolitania venisse 
in nostre inani, la colonia nostra di Tunisi si 



166 PARTE SKO>NJ>A <.I.I ITALIANI IN AFRICA 

riverserebbe nella nuova terra, e la Francia si av- 
vedrebbe della mancanza di braccia quando mi- 
rasse intisichire gli oliveti immensi dell'Oued 
Lai a. 

Ma il direttore delle dogane turche ha detto 
anche un giorno al Tumiati : « Se chi verrà, spen- 
derà in Tripolitania mezzo miliardo, potrà rac- 
cogliere, di lì a un anno, il quattrocento per uno; 
se vi spenderà cinquanta milioni, li perderà senza 
speranza ». 

La regione del Gebel apparve al Tumiati più 
verdeggiante della Toscana, e come una terra 
promessa gli apparì la zona montuosa di Imsel- 
lata. « La regione di Khoms è più fertile ancora 
di quella di Jeffren » che è simile ad una delle 
più splendide regioni d'Italia. 

K la Cirenaica è un piccolo Eden. Risalendo 
agli antichi, mi è caro ricordare che Erodoto 
avvertiva come ben tre stagioni feconde allie- 
tassero annualmente quella terra. « Per otto mesi 
continui quelli di Cirene non fanno che raccogliere». 
E, se non vogliamo essere accusati di far della 
retorica ripetendo come questa regione fosse in 
antico, per antonomasia, la Libia feconda, e come 
qui si ponessero i magici giardini delle Esperidi, 
additiamo all'attenzione comune il libro recente 



NI. ITALIANI i: TURCHI IN TRIPOUTANLA 1 67 

del senatore Giacomo De Martino, che non parla 
certo dell'argomento con leggerezza. Egli afferma 
ripetutamente, e dimostra con cifre, che la Cire- 
naica è più fertile della Tunisia. Basterebbe che 
i nostri coloni, i quali hanno già fatto miracoli 
nella Tunisia, coltivassero intensamente la re- 
gione del Barka per rinnovarne la fama e la fe- 
racità antica, la feracità dei tempi in cui Pindaro 
cantava della ninfa Cirene: 

•( Essa è destinata a essere regina nel felice orto 
di Giove, nella terra libica, di genti marine, in 
seno a una collina cinta di bei campi, adorna di 
vasti prati e di boschi e di belve ». 

Negli ultimi quarantanni la regione è stata 
studiata ed illustrata con amore. Fra gli italiani 
ne scrissero il Rizzetto, il Camperio, il Brunialti, 
il Bencetti, il Minutilli, il Grossi, il Tumiati, il 
Coen, il De Martino, il Beltramelli ed altri molti, 
tenendo fede alla vecchia tradizione per cui ave- 
vamo avuto nel Della Cella, nel 1817, un primo 
esploratore e illustratore della terra. 

11 Coen ha scritto intorno alla questione di 
Tripoli un ottimo volumetto. Egli ricorda come 
fin dall '80 e dall'84 si parlasse di una possibile 
occupazione di Tripoli. Pochi mesi prima che 
occupassimo Massaua, a Tripoli si credeva pros- 



JòS PARTE SECONDA — OI.I ITALIANI IN ÀFRICA 

simo l'arrivo dei nostri soldati. Perchè andammo 
nel mar Rosso ? 

Anche l'ammiraglio Candiani, di ritorno dalla 
spedizione di Cina, raccomandò la pronta occu- 
pazione di Tripoli per evitarne l'intedesca me rito 
e per avviarvi la nostra emigrazione. E Ricciotti 
Garibaldi preconizzava l'invasione di milioni di 
italiani nella Tripolitania, mentre Manfredo Cam- 
perio, un precursore dell'espansione coloniale, 
dichiarava nettamente che l'Italia doveva pre- 
figgersi il compito di rimettere i Caramanli sul 
trono di Tripoli. 

Ne mancano autorevoli illustratori stranieri della 
regione: inglesi, francesi e sopratutto tedeschi, 
dal Rohlfs all'Hildebrand, dall'Haimann allo 
Schweinfurth. Ho già citato le entusiastiche pa- 
role dello Schweinfurth riguardo al porto di 
Tobruk; il Rohlfs nel 1882 scriveva: «Sono per- 
suaso che fra breve volgere d'anni la Tripolitania 
sarà nuovamente italiana... è un paese che biso- 
gnerebbe riconquistare all'Italia, e per me è in- 
comprensibile che l'Italia non abbia fatto mag- 
giormente valere i suoi diritti su Tripoli. Chi 
possiederà quella terra sarà il vero padrone del 
Sudan: il possesso di Tunisi non vale per me la 
decima parte di quello di Tripoli ». Neppure 



XI. ITALIANI E TIRCHI IX TRIPOIJTANIA [69 

mancano le opinioni avverse o scettiche: fra gli 
stranieri sono, naturalmente, i francesi. Tanto il 
Pinon quanto il Mathuisieulx sono alquanto dub- 
biosi intorno alla futura prosperità tripolina. 

Fra gli italiani l'unico avversario della occupa- 
zione di Tripoli che abbia valore è il Ricchieri. 
Anche il senatore Bodio, come dirò innanzi, è 
piuttosto scettico per quanto riguarda la questione 
dell'hinterland. 

Il Ricchieri non esclude i vantaggi di un'occu- 
pazione di Tripoli a priori, ma li considera molto 
limitati e sopratutto vorrebbe che una lunga pre- 
parazione materiale e morale precedesse l'occu- 
pazione territoriale. Il Ricchieri dubita del va- 
lore strategico della Tripolitania, senza co: fini de- 
finiti, con porti pessimi lungo le coste abitate, 
ottimi lungo le coste deserte. 

Ma la polemica del Ricchieri è inefficace quando 
lo scrittor socialista vuol rispondere alla domanda : 
E se altri occupasse Tripoli ? Nessuno vi è andato 
finora — egli risponde — perchè vi dovrebbe 
andar ora ? Talché il Ricchieri conclude difen- 
dendo quasi la Turchia ed il regime ottomano, 
e sostenendo che colpevoli di provocazioni siamo 
noi. Egli cita ad esempio la spedizione Florio 
tentatane! 1902, ed osteggiata per la troppa im- 



170 PARTE SECONDA <".I.I ITALIANI IN AFRICA 

ponenza formale che aveva assunta. Ma dimen- 
tica le angherie esercitate ai danni delle successive 
e modeste carovane esploratici italiane. 






Potremo dare liberamente un giudizio intorno 
alle reali condizioni della regione, quando ci sa- 
remo fatti a considerare la potenzialità ed il ren- 
dimento economico della terra. 

Quanto è ricca la fiora, tanto la fauna è po- 
vera. I/esportazione del bestiame costituisce bensì 
una delle risorse della Cirenaica, ma nella Tripo- 
litania propria gli unici animali utili e numerosi 
sono i cammelli. 

ha, ricchezza della flora è fantastica. Crescono 
quasi ovunque le piante d'Europa, ma sopra 
tutto l'olivo, il dattero, la vite. L'olio era una 
delle principali ricchezze della regione al tempo 
di Roma, ma oggi gli indigeni non sanno più 
estrarlo. 

Si calcola che in tutta la Tripolitania vi siano 
due milioni di palme dattilifere. 



XI. n'AU\X] E TURCHI IX TRIPOLITAXIA 171 

L'erba sparto è un'ottima graminacea usata per 
la fabbricazione della carta. 

L'altipiano della Cirenaica, l'antico orto delle 
Esperidi, è un solo frutteto: viti migliori di quelle 
della Tunisia, orzo, tabacco, frumento, pascoli 
estesi l'allietano. L'industria mineraria non è te- 
nuta in conto: soltanto le saline, male lavorate, 
fruttano al governo quasi un milione di franchi. 
Eppure miniere di zolfo, di fosfati, di minerali 
preziosi e perfino di diamanti si potrebbero esplo- 
rare nell'interno della regione, e facile sarebbe la 
raccolta della gomma... 

Oggi invece le uniche risorse del paese consi- 
stono nella coltivazione di datteri e olivi, nella 
lavorazione dello sparto, nell'esportazione del be- 
stiame e nello sfruttamento delle saline. 

Diremo innanzi dell'industria e del commercio 
della regione quando avvertiremo come l'azione 
immediata d'Italia possa oggi esplicarsi in Africa 
per via del commercio e della scuola. 

Ma è bene intanto notare come ricchezze naturali 
e ricchezze artificiali siano quasi soffocate in su! 
nascere dalla sconcia amministrazione turca, di 
cui possiamo tener parola in breve : quanto ,-iamo 
lontani dall'opera compiuta dai francesi in Tu- 
nisia ! 



[72 PARTE SECONDA CU M'ALIAVI [X AFRICA 






Popolato d'indigeni Berberi, di Arabi invasori, 
di Negri schiavi, di Ebrei, di Turchi, il niayct 
di Tripoli contava anni sono soltanto 4000 eu- 
ropei: 2000 maltesi circa; 700 italiani; 600 fran- 
cesi; 500 sudditi inglesi (ben pochi originari del- 
l'Inghilterra) ; 100 spagnuoli, e poi olandesi, au- 
striaci, greci, tedeschi. Oggi gli italiani sono no- 
tevolmente aumentati di numero. La lingua loro 
è la più comunemente usata fra le europee, spe- 
cialmente a Tripoli, città di 30.000 abitanti che 
possono salire a 70.000 computandovi gii abita- 
tori della Menscia. 

Il vilayet di Tripoli, retto dal Vali, è diviso 
in sangiaccati affidati ai Mutessarif, sotto i quali 
stanno i Caimacan, capi dei cazà. 

L'amministrazione turca in questa regione senza 
strade, senza edifici pubblici, senza ferrovie, si 
riassume nell'occupazione militare e nell'esazione 
delle tasse. 

Pare che la divisione di 10.000 uomini stan- 
ziata nel vilayet debba e ser oggi aumentata ad 
un corpo d'esercito. 

L'ultima statistica a me nota dava, per quanto 



XI. ITALIANI E rURCH] IX •i'KIl ( l.ITAXIA 173 

riguarda gli introiti della regione, una somma di 
4.704.503 di franchi, di fronte a 3.661.575 fra:, chi 
di uscite. E le uscite sono per le spese di amministra- 
zione militare e civile. Per l'istruzione pubblica si 
spendono 33.000 franchi ; 278 per la pubblica sanità!! 

Non si computano nel bilancio locale gli in- 
troiti delle dogane e delle capitanerie di porto: 
fruttano quasi un milione netto e vengono spe- 
diti direttamente a Costantinopoli. 

L'Italia non dovrebbe dimenticare che, prima 
dell'occupazione francese, il bilancio della Tu- 
nisia non differiva, come potenzialità, da quello 
di Tripoli. 

Il vilayet di Bengasi, le risorse del quale sono 
comprese nelle somme sopra accennate, è retto 
da un semplice pascià, assistito però dal consueto 
consiglio amministrativo (megiUs) di cui fanno 
parte il cadì, giudice religioso, ed i caimacan sot- 
toposti. Bengasi, che conterà circa ventimila abi- 
tanti, novera oggi un centinaio e più d'italiani. 



* 



Questi italiani potrebbero essere il lievito vivo 
della regione, se fossero stimolati all'azione. Con- 
sideriamo finalmente le ragioni per le quali l'oc- 



:;-! PARTE SECONDA <".r.l [TAIJANI IN AFRICA 

cupazione italiana di Tripoli può apparire de- 
siderabile. Discorrendo del rendimento econo- 
mico della regione, possiamo vedere quali mezzi 
siano da esplicare per la penetrazione commer- 
ciale; discorrendo dello stato della coltura ve- 
dremo quale funzione possano avere le nostre scuole. 
La situazione geografica e la situazione militare 
della regione ci daranno modo infine di parlare 
della questione dell'hinterland e dei modi con cui 
occupare il paese. 

Nel 1907 visitarono il porto di Tripoli trecento- 
venti tre vapori, per un tonnellaggio di 403.025 
tonnellate. Viene prima, con metà del tonnellaggio, 
la bandiera italiana, poi l'inglese, la francese, la 
tedesca e l'ottomana. 

Le importazioni ammontano a circa io milioni 
(cotonate, tabacco, zucchero, farina sono i capi 
principali d'importazione). Ma è prima questa 
volta l'Inghilterra con due milioni di merci; poi 
l'Austria, l'Italia con un milione e mezzo, e la 
Francia. 

La cifra complessiva delle esportazioni pa- 
reggia press 'a poco la precedente. Si esportano 
sparto (per tre milioni di franchi), spugne, pelli, 
struzzo, uova. Si esporta sopratutto in Inghilterra, 
poi in Francia, in Turchia, in Italia (per 600.000 lire). 



XI. ITALIANI E TIRCHI IX TRIPOIJTANIA 175 

Nel 1903 visitarono il porto di Bengasì un cen- 
tinaio di vapori, per un tonnellaggio di 88.000 
tonnellate. Primissima la bandiera italiana. 

In Cirenaica s' importarono in queir anno 
7.000.000 di merci (un terzo dall'Inghilterra) ; e 
si esportarono ben 13.000.000 di grani, dì bestiame, 
di merci (la metà in li ghilterra) . Ma queste cifre 
variano di molto, secondo le annate. 

Incertissime poi sono le cifre del commercio 
interno e locale. A cagion d'esempio dirò che nel 
1900 dall'Uadai alla Cirenaica si fecero circa due 
milioni di scambi. 

Ripeto tuttavia che le cifre sono approssima- 
tive e non troppo recenti. Po che nel 1880, per 
esempio, si valutava a 27 milioni il commercio 
del vilayet di Tripoli, che nel 1898 il nostro con- 
sole Motta stimava intorno ai 15 milioni. Pare 
che la diminuzione sia dovuta alla decadenza del 
commercio carovaniero, di cui avremo occasione 
di dire più innanzi, accennando alla questione 
dell'hinterland. 

Concludendo, certo si è che il commercio com- 
plessivo della Tripolitania e della Cirenaica si 
può oggi calcolare intorno a una cifra di cinquanta 
milioni, cifra meschina — per certo — quando si 
pensi che nel iqoo il commercio egiziano sor- 



176 PARTE SECONDA - GU ITALIANI IN AFRICA 

passava il miliardo; quello algerino toccava i 
seicento milioni ; quello del Marocco toccava quasi 
il centinaio di milioni, e quello della Tunisia lo 
superava di molto. 

Ma il compito di ravvivare questi scambi toc- 
cherebbe all'Italia, che potrebbe iniziare attiva- 
mente la penetrazione commerciale quando fosse 
risolta... ad andare più in là. 

L'Italia occupa il secondo posto nelle importa- 
zioni nel vilayet, il quinto nelle esportazioni. Ab- 
biamo un primato incontrastato quando si tratta 
di fornire farine, filati, tessuti stampati, cordami, 
coloniali, terraglie. Ma dovremmo stimolare l'im- 
portazione di pellami, vetrerie, medicinali, can- 
dele, chincaglierie, legname da costruzione, zuc- 
chero e tessuti candeggiati, tutti prodotti dei 
quali è grande la richiesta laggiù. 

Per favorire l'esportazione dalla Tripolitania in 
Italia, che si riduce oggi alle lane, alle pelli, 
alle uova, occorrerebbe si tentasse l'introdu- 
zione nel Regno di lane e di spugne, e sopratutto 
dello sparto per la fabbricazione della carta. Po- 
tremmo trovar così le sorgenti di una nuova 
ricchezza. 

Fenomeno confortante è quello rivelato dal con- 
tinuo incremento del commercio. Promotrici di 



XI. ITALIANI E TIRCHI IN TRIPOTITANIA 177 

serie iniziative per conto nostro sono la Società 
coloniale italiana, e sopra tutto il Banco di Roma, 
che ha in Tripolitania varie agenzie, numerose 
presse per lo sparto, e che istituì, primo, un ser- 
vizio di cabotaggio lungo la costa. 

E poiché la Navigazione generale italiana aveva 
inaugurato, prima, un servizio regolare di co- 
municazioni fra la Cirenaica e l'Europa, la ban- 
diera italiana era prima in questi mari. Siamo ora 
sul punto di perdere anche questo primato. 

Se la Francia compie pure un servizio di navi- 
gazione fino a Tripoli, la Germania va più in là: 
la Deutsche Levant Linie sostituirà il servizio co- 
stiero fatto sin' ora dal Banco di Roma, cui ten- 
tava osteggiare anche un trasporto turco; e V Adria, 
la Società austro-ungarica, spingerà, a quanto 
pare, i suoi vapori fino a Tripoli. 

Così anche su questa costa d'Africa la Triplice 
alleanza sarà degnamente rappresentata ! 

E avverrà così finche in Italia non si seconde- 
ranno maggiormente le iniziative locali. Tutte le re- 
lazioni consolari, da quella del Chicco al Ministero 
degli esteri a quella del Giano al Ministero d'agricol- 
tura, affermano che non « ci curiamo di adattare 
i nostri prodotti alle richieste, ai gusti del paese; 
che troppo spesso eseguiamo male ordini, spedi- 

12 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli. 



178 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

zioni, imballaggi ed anche troppo spesso, per tra- 
scurala o mala fede, mandiamo la merce non con- 
forme al campione ». Così il Ricchieri, non certo 
tenero della nostra espansione ! 

A me fu detto che quando il Bencetti aprì in 
Tripolitania un'agenzia commerciale, si rivolse 
invano a notissime ditte italiane, per tele, coto- 
nate, legnami e medicinali, e mi furono fatti i 
nomi degli Erba, dei Feltrinelli e di molti altri, 
e mi si aggiunse che quasi tutti negavano al Ben- 
cetti il fido di dieci mesi, necessario per lavorare 
a Tripoli o a Bengasi. Il console Chicco cita — 
quasi a titolo di eccezione — la casa Paganini 
e Villani la quale, con la seria concorrenza op- 
posta alle case straniere, ha ottenuto che circa 
la metà delle droghe e dei medicinali importati 
a Tripoli fosse di provenienza italiana. 

Al contrario il Bencetti dovette spesso accon- 
ciarsi ad accogliere gli inviti di accorte ditte trie- 
stine: per ciò l'Austria è seconda nelle importa- 
zioni. I tedeschi poi sono maestri nell'arte, che 
noi ignoriamo, di adattare l'articolo ai gusti del 
paese: e fanno perciò viaggiare molto i loro com- 
messi. Gli italiani non vogliono adattarsi agli 
usi locali, come non seppero in Etiopia e in 
Eritrea. 



XI. ITALIANI E TURCHI IX TRIPOLITANIA 179 

Ma a Tripoli noi dobbiamo riparare agli errori 
compiuti in Eritrea. È logico ed è serio che, 
mentre la nostra bandiera è ancor prima nel mare 
delle Sirti, la nostra merce non lo sia ? 

L'Italia ha bisogno di trovare nella Tripoli- 
tania una colonia di sfruttamento e di popola- 
mento ad un tempo. 

Mi è accaduto un giorno, uscendo a Tripoli da 
uno degli hammam, i famosi bagni caldi dai 
quali si esce grondando vapore da ogni poro, 
di pensare che all'Italia un salutare tuffo in questa 
salubre atmosfera africana farebbe molto bene. Se 
l'Italia fosse degnamente preparata al gran passo, 
uscirebbe dalla prova più robusta e più libera, 
sgombra d'ogni meschinità e d'ogni bruttura, 
temprata veramente ad una sana impresa co- 
loniale. 



* 
* * 



Il problema della scuola è in Tripolitania assai 
meno grave che in Tunisia. La scarsezza della po- 
polazione indigena e l'esiguità della nostra co- 
lonia fanno sì che la tutela della lingua sia in 
Tripolitania relativamente facile. Non tanto però 
che non occorra stare in guardia. Nel gennaio 



l8o PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

del 191 1 fu presentata al parlamento di Costan- 
tinopoli una interpellanza per la fondazione d'un 
liceo turco a Misratà, e i giornali scrissero violenti 
articoli contro le scuole italiane sovrabbondanti. 
Ecco, tratto dall'annuario più recente, il con- 
sueto elenco delle nostre scuole in Tripolitania: 

Bendasi : MASCHI Femmine 

Scuola elementare maschile 140 

Scuola elementare femminile — yy 

Scuola serale 7'' 

Scuola della Missione Francescana [40 — 

Scuola delle Giuscppine — 131 



Der 



11 a 



Scuola dei Francescani 47 

Scuola dello Francescane — yo 

Horns : 

Scuola eleni, masch. e Museo commerc. . . loo — 

Scuola serale 8y — - 

Scuola femm. dell' Assoc. naz. ital 7- 

Tripoli di Barberia : 

Scuola tecnico-commerciale e Museo cornili. 63 7 

Scuola elementare maschile 353 — 

Scuola elementare femminile — .548 

Giardino d'infanzia 1 26 [23 

Scuola serale per adulti 246 

Scuola dell' orfanotrofio dell' Ass. naz. it. . . ti m 

Scuola eleni, masch. dei Francescani .... 166 

Scuola femminile delle Giuseppine 353 

Alunni delle scuole italiane in Tripolitania: 2796. 



XI. ITALIANI E TURCHI IX TRIPOLITANIA l8l 

Cifra fortissima e significantissima, perchè, com'è 
noto, i nostri coloni in Tripolitania non raggiun- 
gono la metà di questo numero. Sono pertanto 
numerosissimi gli indigeni ammessi nelle nostre 
scuole e sopra tutto gli israeliti. 

E l'influenza italiana è, per quanto riguarda 
la cultura, notevole. Alle scuole si aggiungono 
un Osservatorio metereologico, una Società ita- 
liana di beneficenza ed un ambulatorio medico 
chirurgico; i fiorentissimi comitati della Dante e 
della Lega navale, e un paio di giornali locali, 
L'Eco di Tripoli e la Stella d'Oriente. 

Alle nostre istituzioni i francesi contrappon- 
gono una scuola maschile e una femminile dei 
Padri Minori Osservanti Francescani, sussidiate 
dalla Propaganda Fide di Lione e le due scuole 
dell' Alliancc Israelite UniverseUe, 






Diceva ancora il Rohlfs nel 1879: « V Italia 
avrebbe il massimo interesse d'intraprendere in 
Tripolitania qualche cosa. Sfortunatamente però, 
sembra che questo Stato non voglia armarsi del- 



ì8l PARTI-; SECONDA — CU ITALIANI IX AFRICA 

l'energia necessaria a riguardo di essa ». Parole 
profetiche ! 

Che si è fatto in Italia per informare l'opinione 
pubblica ? Quale eco trovano le assennate parok- 
di uomini come l'esploratore Baldari che cinque 
anni fa si poneva angosciosamente queste do 
mande: «Che fa l'Italia che manda i suoi 
figli a soffrire la schiavitù o a morire di febbre 
tra i facenderos del Brasile ? I contadini sici- 
liani che anche i sassi hanno saputo render fertili 
in Tunisia, che cosa non saprebbero fare nella 
Cirenaica, una terra che malgrado l'abbandono 
in cui è, fornirebbe ora redditi sufficienti per le 
spese di una amministrazione, di una gendarmeria, 
di pozzi, ospedali, scuole ? Che dallo sviluppo agri- 
colo in pochi anni triplicabile, avrebbe entrate 
sufficienti per grandi opere pubbliche ? Queste 
cose si sanno, si vogliono sapere in Italia ? » 

No. Se togliamo l'istituzione degli uffici po- 
stali e delle scuole, e la sovvenzione ai servizi 
marittimi, nulla si è fatto in Tripolitania con l'ap- 
poggio del governo. Molto — è onesto il ricono- 
scerlo — fu tentato dall'iniziativa privata dei 
Bencetti, dei Baldari, dei Bresciani. Chi li ha 
aiutati ? 

L'amaro capitolo che chiude queste pagine dirà 



XI. ITALIANI F, TURCHI IN TRIPOLJTANIA 183 

quali sieno stati i rapporti di vergognosa indo- 
lenza fra l'Italia e la Tripoiitania nell'ultimo tren- 
tennio: chiudiamo questo capitolo di semplice 
documentazione con alcune considerazioni su la 
posizione della Tripoiitania. 

Si dice dunque da molti: la Tripoiitania non 
ha oggi più alcun valore, perchè ha chiusi tutti 
gli sbocchi verso l'hinterland. Non solo le oasi 
interne di Gadamès e di Ghat, il Fezzan e le oasi 
di Augila e di Giofra sono insidiate, ma anche le 
strade carovaniere che a quelle fanno capo — 
per addurre il commercio, accentrato nell'Africa 
intorno al lago Tchad, fino alla costiera di Tri- 
poli — sfuggono alla nostra ipotetica influenza 
futura, perchè i luoghi di partenza e gran parte 
del percorso sono assoggettati ad altre potenze. 
Non solo: ma la perfetta sistemazione data dall'In- 
ghilterra all'Egitto — dove non volemmo andare — 
e dalla Francia alla Tunisia — dove non sapemmo 
andare — fanno sì che ormai molte carovane im- 
portanti mettan capo direttamente agli sbocchi 
di quelle regioni. 

E realmente dopo la convenzione del 1899, 
che limita l'hinterland di Tripoli, questo fattore 
di prosperità nazionale è diminuito. Ma non come 
si dice. 



184 PARTE SECONDA — GT.I ITAIJAXI IX AFRICA 

Già una convenzione anglo-francese del 5 agosto 
1890, delimitando la zona d'influenza francese al 
sud dell'Algeria e della Tunisia, limitava virtual- 
mente l'hinterland di Tripoli. Francesco Cri spi 
protestò contro la convenzione; l'on. Di Rudinì, 
suo successore, ne prese invece atto, senza ri- 
flettere — dice bene il Grossi — che l'intenzione 
della Francia « di voler rispettare i diritti della 
Turchia nelle regioni stabilite sulla frontiera Sud 
della Tripolitania » significava soltanto il rispetto 
del territorio del Fezzaa, posto nel vilayet, e non 
già quello dell'hinterland. 

Il 15 marzo 1894, stipulandosi la convenzione 
franco-germanica, la Francia s'insediava meglio 
sullo Tchad, preparandosi così a congiungere 
Sudan e Congo francese per la via dell'hinterland. 

A una convenzione anglo-francese del 14 giugno 
1898, in cui il reale disinteresse dell'Inghilterra 
dall'hinterland appariva sempre più evidente, tenne 
dietro la famosa convenzione di Londra del 21 di 
marzo 1899, in cui tutta l'Africa centrale veniva 
spartita tra Inghilterra e Francia: delimitata a 
sud la frontiera di Tripoli dall'incontro delle zone 
d'influenza francese e inglese, fu abolito di fatto 
l'hinterland di Tripoli che si spingeva fin verso 
lo Tchad. 



XI. ITALIANI E TURCHI IN TRIPOIJTANIA 185 

L'Italia nel 1894 e nel 1899 protestò, e sopra 
tutto fece protestare la Turchia, che però diffi- 
dava di noi, e si appagò infine delle dichia- 
razioni di Francia e Inghilterra, che nulla avreb- 
bero tentato in avvenire contro la Tripolitania: 
dichiarazioni che i nostri ministri Canevaro, Vi- 
sconti Venosta, Prinetti, Tittoni, Guicciardini, 
Di San Giuliano hanno sempre ripetute. 

Intonandosi a constatazioni di eccessivo pes- 
simismo, come se la mancata zona d'influenza 
signilicasse perdita del solo territorio che può 
essere occupato, scrissero contro l'importanza 
del commercio eli Tripoli italiani e francesi. 

L'on. Bodio ammonì a guardarsi dalle esage- 
razioni. Sono sei od otto carovane all'anno che 
partono da Tripoli, il traffico complessivo non 
tocca quindi la metà della merce che transita in 
un solo giorno dalla galleria dei Giovi. Il profes- 
sore Ricchieri rincalza, e Renato Pinon ne 
L'empire de la Mediterranée parla « de la mine 
du trarre transaharien » e del fallimento di Tri- 
poli come porto del Sudan. 

Ora, è facile venire a siffatte conclusioni quando 
si parla in termini siffatti. Chi vede in Tripoli il 
porto del Sudan vola con la fantasia come chi 
vedesse su lo Tchad la gran capitale dell'Africa 



l86 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

centrale. E stato formulato anche un grandioso 
progetto di ferrovia transahariana (che, se- 
condo la nota osservazione del Roscher, do- 
vrebbe avere la probabilità di successo di tutte 
le ferrovie che seguono la direzione dei meridiani), 
ma il progetto rimase allo stadio di folle sogno. 

Un italiano, il Paladini, se ne occupò primo 
nel 1860, e dopo di lui moltissimi altri fino a Paolo 
L,eroy-Beaulieu, che fu propugnatore tenace di una 
transahariana francese, dall'Algeria allo Tchad. 
Iv'Oberti invece meditò arditamente una ferrovia 
Tripoli-Tchad, e una linea ad angolo retto con 
la precedente, dallo Tchad al Camerun. 

Progetti grandiosi e vani. Ma soltanto perchè 
vani diremo che la Tripolitania è un non-valore, 
e che altre grandi imprese non vi si possano com- 
piere ? Forse per questo scompare il vantaggio 
immenso della posizione di Tripoli, che risparmia 
settecento chilometri di strada su la via dell'Africa 
centrale ? 

Questo ragionamento m'assomiglia troppo a 
quello di certuni i quali sostengono l'impossibilità 
economica di una soggezione di Trieste all'Italia, 
perchè verrebbe a cessare il movimento commer- 
ciale dell'hinterland. O che le merci non verreb- 
bero egualmente a passar il confine, se dell'Adria- 



XI. ITALIANI E TURCHI IN TRIPOLITANIA 187 

tico c'è bisogno in realtà come di uno sbocco ? 
E Genova non è miglior porto... germanico che 
Trieste ? 

Così Tripoli. Tripoli potrebb' essere lo sbocco, 
in mano nostra, del commercio accumulato in 
altre regioni. Ea sua fortuna sta in una posizione 
che non muta. Sono sottratte alla sua influenza 
le sabbie dell'hinterland ? Vigiliamo su le oasi 
della costa. Perciò, invece che su la questione 
dell'hinterland, io vorrei richiamare l'attenzione 
de' nostri politici sui lidi prossimi. Oh, pian- 
gessimo meno sul sogno tramontato di un vasto 
impero africano, su l'impossibilità di congiungere 
con una via italiana Tripoli e l'Eritrea, e vigi- 
lassimo su le oasi di Gadames e di Ghat, che c'in- 
sidia la Francia, e su quelle di Augila e di Giofra 
che c'insidia l'Inghilterra ! 






Della Tripolitania si sono dette qui onesta- 
mente le condizioni attuali, economiche commer- 
ciali politiche, e si sono anche chiaramente ac- 
cennate le ragioni di inferiorità di fronte a tutte 



i88 PARTE SECONDA CU ITALIANI IX AFRICA 

le altre regioni dell'Africa settentrionale. Non oc- 
corre poi ripetere che la Cirenaica è terra di 
maravigliosa fecondità, e che il commercio di 
tutta la regione è oggi nelle condizioni di quello 
tunisino di trent'anni or sono. Un'azione ener- 
gica potrebbe trasformare questa terra. 

Mi sia lecito dire ancora, finalmente, che la Tri - 
politania è una colonia necessaria all'Italia. Vale a 
dire che, anche facendo teoricamente astrazione dal 
maggiore o minor valore economico della regione, 
noi dobbiamo pur considerarla come un'appendice 
africana della nostra penisola. Guai a noi se un'altra 
nazione s'insediasse a Tripoli o a Bengasi ! Sa- 
rebbe chiuso lo sbocco che, a sole trentasei ore 
di navigazione, abbiamo sul continente africano. 
vSaremmo spiati sul mare. 

Mi pare quindi che con molto senno e con punta 
retorica si sia definita la Tripolitania la staffa 
imperiale d'Italia, e la si sia paragonata alla 
Corea di fronte al Giappone. 

La Tripolitania è poco difesa verso l'interno 
dell'Africa: ma ciò accade ad ogni regione afri- 
cana, ne appaiono serie le obbiezioni mosse dal 
Ricchieri in riguardo all'occupazione e alla di- 
fesa del paese, che — secondo le indagini mi- 
gliori — potremmo ben guardare con ventimila 



XI. ITALIANI E TURCHI IN TRIPOLITANIA 189 

uomini. Ma il Ricchieri vuol anche discutere del- 
l'importanza navale della Tripolitania: eppure 
i suoi porti si potrebbero mettere nelle condi- 
zioni di quelli della Tunisia. E vi si aggiungereb- 
bero le rade magnifiche di Tobruk e di Bomba.., 

Tobruk è, senza possibilità di paragoni, il prin- 
cipal porto del Mediterraneo orientale: il Grossi 
lo confronta con quello di Biserta, che fu salutata 
chiave del Mediterraneo occidentale. Ho già no- 
tato come l'unico suo difetto consista nell'essere 
aperto su la costa poco abitata della Marmarica. 
Ma il danno non sarebbe immanente, e in ogni 
modo l'utilità della stazione navale sussisterebbe. 
Dice il Ricchieri: o la nostra flotta è battuta, e 
allora chiudendosi in Tobruk è in trappola; o 
è padrona del mare e può allora dominare la 
situazione senz'altro dalla Sicilia. Ma, chiediamo 
noi, forse che la posizione ideale non consiste 
nel possedere ambo le porte: Siracusa e Tobruk ? 

Imaginate voi che cosa sarebbero l'Inghilterra 
padrona di Gibilterra e di Melilla, o la Francia 
padrona di Biserta e di Cagliari ? 

L'Hildebrand ritiene, come noi, che cui saprà 
impadronirsi di Tobruk comanderà le porte del 
Mediterraneo orientale. E lo Schweinfurth ag- 
giunge un'osservazione economica rilevantissima: 



IQO PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

una ferrovia aperta fra Tobruk ed Alessandria 
d'Egitto gioverebbe a popolare ipso facto i din- 
torni di Tobruk ed abbrevierebbe di venti ore 
la durata del viaggio delle Indie, per la via di 
Brindisi. 

Se attenderemo ancor molto, troveremo già 
compiuta la ferrovia a cui l'Inghilterra pone 
mano, da Alessandria al golfo di Solum, ten- 
tacolo che assorbirà molte risorse della Tripoli- 
tania orientale, come potrà farlo il tentacolo di 
una ferrovia francese Gabes-Gadamès, per la zona 
occidentale... 



* * 



E termino con una domanda. Desidero che il 
lettore risponda da sé. Non io tenterò di persua- 
dere con parole che Tripoli può essere nostra: 
provvedono meglio alla risposta i fatti. 

Ma chiedo in ogni modo : che accadrebbe della 
nostra sicurezza strategica, della nostra influenza 
civile, della nostra espansione economica se un 
giorno la penisola italiana si protendesse nel 
mare nostro come in un lago di spie ? 



XI. ITALIANI E TURCHI IN TRIPOLITANIA 19 1 

Ci diremo ancora liberi e forti il giorno in cui 
alla catena della Corsica francese, di Biserta fran- 
cese, di Malta inglese, di Pola e Cattaro austriache, 
di Vallona turca, di Creta greca o turca, si 
uniranno le anella di Tripoli francese o tedesca 
e di Bengasi tedesca od inglese ? 



XII. 
Andiamo a Tripoli? 



In Tripolitania ogni giorno che passa è, poli- 
ticamente, un giorno perduto. « Non è fumando le 
sigarette che conchiuderete qualche cosa: venite 
e vi faremo vedere di che siamo capaci », diceva 
nel 1905 un arabo ad un viaggiatore italiano, e un 
altro soggiungeva: « Noi siamo una famiglia senza 
padre ». 

Ma se il così detto padre molto atteso lascia 
alla Francia matrigna la cura di rovinare econo 
micamente il vilayet, assorbendo il commercio delle 
nostre oasi, alla Germania la cura di civilizzare 
la Cirenaica, alla Turchia quella di consolidare 
sempre più la propria autorità — quale fiducia 
deve avere l'arabo in lui ? 

13 — CASTELLINI, Tunisi e Tripoli. 



194 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

L'arabo e l'israelita di questi paesi non amano 
il turco. Gli israeliti conoscono quasi tutti la 
lingua italiana; gli arabi hanno una radicata anti- 
patia per i turchi, che, cornee noto, non fanno che 
esigere tasse. I tripolini, almeno fino alla vigilia 
della rivoluzione di luglio, non si sentivano affatto 
legati all'impero ottomano e mantenevano gelo- 
samente il privilegio di non servir nell'esercito. 
Il 17 marzo 191 1 anche questo privilegio fu tolto, 
ricordiamocene. E, bandita la coscrizione, scop- 
piarono tumulti che dal Fezzan dilagano per l'in- 
tera regione, gli arabi vedrebbero con gioia l'av- 
vento di una potenza che sapesse far rifiorire il 
paese. Non invano il Camperio additava all'Italia 
come un compito quello della restaurazione dei 
Caramanli a Tripoli. 

Tre volte, nei tre ultimi anni, noi abbiamo 
avuto l'occasione propizia per scendere a Tri- 
poli, e non abbiamo osato. 

La prima si fu nella primavera del 1908, quando 
la squadra dell'ammiraglio Grenet si mosse dalle 
acque della penisola per muovere verso Oriente... 
Con quanta ansia gli italiani che conoscono ed 
amano questi paesi si sono chiesti: — Andiamo 
a Tripoli ? — ! E non si fece nulla. Avevamo 
un morto di nostra gente da vendicare, e ci siamo 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? I95 

ritirati. Un'altra potenza avrebbe fatto sorgere 
siffatte occasioni: a noi l'offrì il destino. La ri- 
fiutammo. La Turchia era debole come non mai, 
travagliata dal grande moto interno che generò 
la rivoluzione, ma l'Italia non credette opportuno 
di agire. 






La seconda occasione, meno evidente, si 
presentò nell'anno stesso, dopo la rivoluzione 
di luglio. L'opinione pubblica italiana — quella 
ineducata opinione pubblica che plaudì ai boeri 
contro gli inglesi, e ai giapponesi contro ai russi 
— briaca di parole come al solito, salutò la Gio- 
vine Turchia come una nuova conquista della 
libertà, e non riconobbe di quanta superficialità 
fosse intessuto il movimento liberale, e non com- 
prese quale atteggiamento politico i Giovani Turchi 
avrebbero assunto contro di noi ! 

Non conviene però pensare che, dopo la rivo- 
luzione di luglio, ogni speranza sia perduta: 
tutt'altro! Il rinvigorimento interno della Turchia, 
se sarà tale, favorirà l'emancipazione delle Pro- 
vincie a mala pena soggette: ogni stato che si 



196 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

rinnova in quella che è propriamente la sua re- 
gione naturale, la Patria, non può durante la 
erisi occuparsi della sorte delle colonie. Gli esempi 
di fatto, in Europa, non mancano. Così può ac- 
cadere per la Turchia. L'esempio anzi dell'eman- 
cipazione assoluta della Bulgaria, vassalla della 
Turchia, e quello della nuova agitazione di Creta 
e dell'Albania, è tipico. L'Arabia poi è conti- 
nuamente in armi. 

Ma — si obbietta — e la Camera, e i nuovi de- 
putati ? Certamente, poiché anche Tripoli ha i 
suoi deputati... Basta studiare un poco la carta 
costituzionale turca per comprendere come cri- 
stiani, arabi e turchi non potranno sedere a lungo 
l'uno accanto all'altro in Parlamento. Vico Man- 
tegazza ha mostrato a chiare note quale sia il 
disprezzo degli arabi per gli usurpatori. E come 
si potrà dai turchi dare davvero unione e pro- 
gresso a tanti popoli discordi, in un solo impero 
costituzionale ? 

Quando nei giorni 7 ed 8 d'agosto 1908 fu 
festeggiata a Tripoli la costituzione, gli scalma- 
nati furono soltanto i « giovani turchi » impor- 
tati. Ma gli arabi si opposero decisamente ai no- 
vatori, e insorsero contro le pretese dei turchi, 
che volevano infierire contro Hassuna Pascià, di- 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 197 

scendente dei Caramanli. E riuscirono ad impe- 
dire la nomina a governatore del dispotico turco 
Bechir Bey. Quali prove più chiare della scissione 
fra arabi e turchi anche dinanzi alla favoleggiata 
libertà ? 



* 
* * 



Iva terza occasione favorevole a noi si è veri- 
ficata tra il morire del 19 io ed il sorgere del 191 1, 
quando — dopo le percosse al nostro ambasciatore 
a Costantinopoli, dopo l'incidente di Hodeida in 
Arabia, e dopo gli insulti della stampa turca al- 
l'Italia — i nostri rapporti con Costantinopoli si 
fecero tesi. Ripetutamente si sparse la voce di 
una spedizione italiana a Tripoli. So di molti 
occhi vigili che mirarono con trepidazione nei 
nostri porti l'armarsi improvviso della Roma, della 
Pisa, della San Marco. Erano i giorni in cui, alla 
notizia delle imposizioni turche per l'incidente 
di Hodeida, un giornale con magnifico slancio 
scriveva : 

« Mutato il regime in Turchia, si credette in- 
genuamente nei paesi latini e nel nostro in parti- 
colar modo, che le cose andrebbero meglio. Uc- 



198 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

ciso poco prima barbaramente il padre Giustino, 
si pensò che la morte sua, rimasta fino allora im- 
punita, sarebbe finalmente vendicata e che nessun 
ostacolo si eleverebbe ormai alla nostra espan- 
sione colà. Ebbene: fu il contrario quello che 

avvenne Nel 1825, con sole quattro caravelle, 

il piccolo Piemonte seppe ridurre alla ragione il 
bey di Tripoli; oggi l'Italia, raggiunta la sua 
unità, costituita in nazione, piglia gli scapac- 
cioni della Turchia e si sottopone a certe morti- 
ficazioni alle quali si ribellerebbe la Grecia; oggi 
l'Italia, dinanzi ad una minaccia di boicottaggio, 
non sa parlare da sèi... Sembra che qualcosa di 
perturbato e di pervertito sia negli amori d'Italia, 
sia con l'alleata Austria, come con i giovani turchi 
che furono — anche poco fa — acclamati e trion- 
fanti sparecchiatori di pranzi ufficiali a Venezia, 
a Milano, a Torino, ed a Roma. 

L'Italia, può dirsi anche dal ministro degli 
Esteri, è tale femmina che per molto amare deve 
molto essere battuta ». 

Ed uno dei più acuti osservatori della politica 
internazionale dal punto di vista italiano, Giu- 
seppe Bevione, scriveva ne La Stampa all'indo- 
mani del discorso di Pichon a Parigi, nel mo- 
mento in cui appariva come la Triplice intesa 



XIT. ANDIAMO A TRIPOLI ? I QQ 

declinasse e come la Russia fosse per entrare 
nell'orbita austro-germanica, queste serene parole : 
« Mai le condizioni della politica europea sono 
state favorevoli come in questo momento ad 
un'azione nostra in Tripolitania, riconosciuta ine- 
luttabile anche dall'on. Bissolati. La Francia e 
l'Inghilterra sono impegnate a lasciarci mano 
libera in quell'estremo residuo africano del dominio 
turco ». La Germania, in tutt' altre faccende affac- 
cendata, gravitando contro la Persia in un con la 
Russia, e la Turchia stessa, dovendo parare molti 
colpi, avrebbero a Tripoli assai minore sensibi- 
lità. D'altra parte l'occupazione nostra s'impone 
poiché le condizioni d'Europa muteranno, e a 
nostro danno. « Tutti gli à touts sono in questo 
momento in mano nostra. Ma abbiamo un mi- 
nistro degli esteri che tiene molto all'integrità del- 
l'impero ottomano, ed un presidente del Consiglio 
che, in fatto di politica estera, ha dichiarato di 
adorare la viltà ». 



* 



H non è a dire che da noi si ragioni così per 
puro gusto de' calcoli machiavellici. No. Posso 
dimostrare, seguendo fedelmente l'ottima esposi- 



200 PARTE SECONDA — GI,I ITALIANI IN AFRICA 

zione che Vittorio Vettori ha tracciato nell'Idea 
nazionale dell'8 marzo 191 1 che la Tripolitania è 
da molt'anni il fulcro ideale della politica estera 
italiana, e che l'Italia ha fatto nella Triplice 
grandi sacrifici appunto per riserbarsi Tripoli. 

Il Vettori ci ha dato in proposito una docu- 
mentazione mirabile. Giuseppe Mazzini aveva 
detto fin dal 1838: «L'Africa del Nord tocca al- 
l'Italia », smentendo così in anticipazione i de- 
mocratici che fanno ancora distinzioni fra la 
guerra di difesa e di offesa; ma l'aspirazione del 
Mazzini fu vana. 

NeH'8i perdemmo Tunisi; nell'82 entrammo 
nella Triplice sperando garanzie mediterranee. 
Rinnovammo l'alleanza nel '91 senza riuscire ad 
ottenerle e c'inoltrammo sempre più nella lotta 
con la Francia. 

È dell'86 la denunzia del trattato di commercio ; 
dell'87 la perquisizione al Consolato francese di 
Firenze; dell'88 l'abolizione a Massaua delle ca- 
pitolazioni di cui godevano i francesi, e la voce 
di un attacco francese alla Spezia e il subito arrivo 
della squadra inglese; del '91 — l'anno del rinnova- 
mento della Triplice — l'incidente, seguito da grandi 
dimostrazioni, del pellegrino francese a Roma; 
del '93 l'intervento del Principe di Napoli alle 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 201 

manovre tedesche in Lorena ; il massacro di Aigues 
Mortes, e il conseguente tentativo d'assalto a 
Palazzo Farnese in Roma; del '94 l'arresto d'uf- 
ficiali e l'espulsione di giornalisti francesi; del '95 
e del '96 la vendetta francese in Abissinia, e del '96 
il secondo rinnovamento della Triplice. 

E chiaro — nota il Vettori — che nella Triplice 
« per un interesse mediterraneo l'Italia orientò la 
propria politica estera verso la guerra contro la 
Francia ». 

Ma le sconfitte del '96 ci resero avvertiti. Mu- 
tammo strada. Per salvare almeno Tripoli si 
ripresero gli accordi con la Francia. I/on. Visconti- 
Venosta volle integrata la Triplice con le ententes. 
Incominciammo a dar prova, come sempre, di 
una entusiastica buona volontà con le rinuncie 
tunisine del '96; poi riannodammo (il 21 no- 
vembre 1898) i rapporti commerciali con la Francia. 

Come sempre, con troppo zelo. Ho già parlato 
dianzi del trattato anglo-francese che, stipulato 
il 21 marzo 1899, limitò al sud l'hinterland di 
Tripoli. E il ministro Canevaro cadde sopra tutto 
per questo scacco, e per il fiasco cinese di San 
Mun. Ritornò alla consulta il Visconti- Venosta, 
tentando di salvare, dopo il suo anno d'assenza 
dal Governo (1898-99) , quanto era possibile. 



202 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

E a nuovi accordi con la Francia accennò il 
ministro Visconti- Venosta il 14 dicembre 1899 in 
risposta all'on. De Martino. 

Ministro il Prinetti, la politica francofila si 
accentuò: nel '901 il Duca di Genova andò a 
Tolone con la flotta; il 14 giugno 1901 il ministro 
Prinetti poteva dichiarare, in base agli affida- 
menti di Francia, ch'essa non aveva intenzione 
« di intercettare le vie carovaniere che dalla Tri- 
politania conducono al centro dell'Africa ». E il 
Delcassé di rimando assicurava che l'Italia la- 
sciava mano libera alla Francia nel Marocco, e rin- 
saldava Veniente con le dichiarazioni pubbliche 
del 1902, che provocavano nel Biilow la famosa 
allusione del giro di walzer. 

Così, sempre per salvare la situazione medi- 
terranea, davamo alla Triplice — rinnovata 
nel 1902 — un diverso contenuto. « Per Tunisi 
— nota argutamente il Vettori — rischiammo la 
guerra con la Francia ; per la Tripolitania abbiamo 
creato tutta una situazione internazionale che 
racchiude un gran pericolo di guerra con l'Austria, 
mandataria della Germania ». 

Avevano preceduto le intese con la Francia, altri 
accordi con l'Inghilterra, ai quali avevano alluso 
il Depretis nell'87, il Di Rudinì nel '91. Tantoché 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 20 ì, 

Voti. Prinetti poteva rispondere affermativamente 
il 13 maggio 1902 all'on. De Martino riguardo 
alle garanzie inglesi per la frontiera orientale della 
Tripolitania. 

Né mai udimmo più chiaro linguaggio di questo. 
Nel maggio del 1905 l'on. Tittoni dice in Senato : 

« Posso rassicurare il Senato, come l'hanno fatto 
i miei predecessori, poiché la questione dei confini, 
sia rispetto all'Egitto, sia rispetto alla Tunisia, è 
questione regolata, e le oasi di Chat e di Gadames, 
la cui importanza è stata tante volte rilevata, fanno 
parte della Tripolitania anche secondo l'atto inter- 
venuto tra la Francia e l'Inghilterra. Nulla c'è 
da temere a questo riguardo ». 

E aggiunge: « A mio avviso, l'Italia non dovrà 
occupare Tripoli se non quando le circostanze lo 
renderanno assolutamente indispensabile. Nella Tri- 
politania l'Italia trova l'elemento che determina 
l'equilibrio delle influenze nel Mediterraneo e noi 
non potremmo mai ammettere che questo equilibrio 
venisse turbato a nostro danno ». E conclude ac- 
cennando alle « gravi conseguenze che avrebbe per 
la Turchia la concessione di privilegi in Tripoli- 
tania e in Cirenaica a danno dell'Italia, poiché 
ciò obbligherebbe il Governo italiano a prendere 
energici provvedimenti ». 



204 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

Il 14 febbraio 1910 Tori. Guicciardini risponde 
alla Camera all'011. Di Cesarò: essere la Tripoli- 
tania per l'Italia un coefficiente di prim ordine 
nell'equilibrio del Mediterraneo, ed esser cosa pa- 
cifica che del territorio tripolino fanno parte 
anche il golfo di Solun e l'oasi di Cufra. 

Ma già l'intonazione del Guicciardini era molto 
più dimessa di quella del Tittoni ; e preludeva alla 
dichiarazione dell'on. Di San Giuliano «L'Italia 
vuole che la Tripolitania rimanga turca » (2 di- 
cembre 1910). 

In ogni modo è certo che, come ci era costata 
cara la Tunisia, ci costa oggi cara l'attesa della 
Tripolitania — obbligandoci a non fidare troppo 
nella Triplice per amore delle ententes. Ed ora, 
col ministero I^uzzatti, avremmo rinunciato, pare, 
anche a Tripoli. A che dunque la politica d'ac- 
cordi con la Francia ? 






Dimostrato così, ad evidenza, che la Tripoli- 
tania è stata per quindici anni il pernio della nostra 
politica, due volte mutata, non abbiamo che ad 
aggiungere una seconda pagina edificante. Pos- 



Xn. ANDIAMO A TRIPOLI ? 205 

siamo cioè dimostrare che la politica della Turchia 
fu verso di noi assolutamente provocatrice, tale 
da poter determinare da parte nostra ogni atto 
risoluto. Noi rispondemmo umiliandoci. Sarebbe 
follia il voler raccogliere e documentare qui tutte 
le angherie i soprusi le minacce usateci iti Tri- 
politania. 

Mi appagherò di citare alcuni dei fatti tipici 
svoltisi in questi ultimi anni ch'io chiamo gli 
anni della crisi. 

Su la Tripolitania è bensì un'ipoteca a favore 
d'Italia, ma a che giova ? Chi se ne cura ? È inu- 
tile risalire negli anni a ricercar l'episodio delle 
firme dei capi arabi invocanti la protezione 
d'Italia, sepolte — dicono — come una vergogna 
negli archivi della Consulta; l'episodio degli arabi 
di Bengasi che apprestavano le bandierine tricolori 
per accogliere le navi d'Italia... Accontentiamoci 
dei fatti negativi più recenti. 

Il 1908 insegni. Padre Giustino è ucciso in Ci- 
renaica e soltanto dopo molti mesi si ottiene il 
richiamo del Caimacan di Derna che fa ancora 
per alcuni giorni il comodo suo e poi... è destinato 
ad una sede più importante di Derna! Ben altro 
vogliono ottenere gli americani dopo l'uccisione 
dell'archeologo Dikson nel marzo del 1911! 



JOÒ PARTE SECONDA — GEI ITALIANI IN AFRICA 

Gastone Terreni, uno dei giovani che meglio 
servivano la patria in questa regione, è ucciso 
presso Tripoli, e in Italia si mette in dubbio, 
a bella posta, che il Terreni sia stato assassi- 
nato (fu trucidato come un cane !), si cercano 
scappatoie per i turchi e non si conclude nulla. 
Dio ti perdoni, umile eroe, l'ingenuità per la 
quale ti sei lasciato ammazzare in Africa nel 
nome santo della patria. Oggi l'Italia non ven- 
dica né onora i suoi morti ma su i loro cadaveri 
effonde il veleno sottile dell'ironia... 

A Msellata gli impiegati commerciali italiani 
non si sentono più sicuri e nessuno pensa a tu- 
telarli. A Tripoli il professor Di Segni è minacciato 
di morte da sei individui perchè ha osato uscire 
dalle porte della città: e contemporaneamente 
quattro inglesi e un francese percorrono indistur- 
bati la Tripolitania. Incrociano bensì nel mar 
d'Africa la Curtatone e la Varese dinanzi a Tri- 
poli, la Ferruccio dinanzi a Bengasi, ma timi- 
damente... 

A Tripoli ancora nel 1908, il Vali, nemicissimo 
degli italiani — quel Regieb Pascià che fu poi dai 
Giovani Turchi assunto al Ministero della Guerra — 
finisce col non voler più ascoltare dal nostro con- 
sole parola alcuna intorno alla compera de' ter- 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 207 

reni da parte degli italiani, mentre amoreggia 
con austriaci e germanici. E una volta bastava 
nominare il console d'Italia perchè Tripoli tutta 
tremasse ! 

Ma oggi... oggi il console Pestalozza deve la- 
sciare spesso la città, sotto il pretesto eufemistico 
di un congedo, perchè non si vede secondato dal 
Governo; e si sente rinfacciare ad ogni ora la 
sua posizione : « Non siamo più, gli si grida, 
ai tempi del console Scaniglia che comandava 
in nome d'Italia » ; e passa inosservato, tra i 
fatti di cronaca, il suo rapporto su l'assassinio 
del Terreni, in cui è detto che un caporale turco 
urlava al morente: Che m'importa del tuo console, 
cane d'italiano ? In cui è detto che il mudir 
(sindaco) di Im Sfarà confessò che si doveva 
far credere al suicidio del Terreni per ordine 
del Vali... 

Che cosa pretendiamo di più ? Queste non sono 
fantasie: sono pagine scritte dal console Pesta- 
lozza. E si dica pure che il console Pestalozza 
non è il funzionario ideale laggiù. Io non saprei giu- 
dicarlo. Il Pestalozza ha certo grande pratica di 
regioni africane, ed è a Tripoli dal febbraio del 
1906 in condizioni tali che metterebbero nell'im- 
barazzo un santo. Certamente egli ha troppo 



208 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

scarse conoscenze giuridiche, e la deficienza è 
grave in un paese che si regge con le capitola- 
zioni; certamente il suo metodo di continui in- 
fingimenti, di proteste d'amicizia e di disinteresse 
con i turchi, seguite da deboli tentativi di espan- 
sione italiana, non è il più atto a render agevoli 
i rapporti con le autorità. Ma egli porta la soma 
di tutto un sistema, e se non è abilissimo, è volente- 
roso e dignitoso, tanto che nel gennaio del 191 1 
minacciò di dimettersi se la Turchia non avesse 
concesso soddisfazione all'Italia per l'incidente 
Guzman. 

I y a verità si è che decadiamo anche nella stima 
degli indigeni. Osea Felici assicura che, sparsasi 
nel gennaio del 1909 la voce di una spedizione 
italiana, già i tripolini ci si manifestavano quasi 
ostili. Segno dei tempi... E decadiamo nel rispetto 
dei turchi. Or sono pochi mesi i medici della Croce 
Rossa nostra scesi a Tripoli durante l'infierir del 
colera furono allontanati violentemente, e il di- 
rettore dell'Eco di Tripoli fu bastonato per aver 
osato visitar di persona i lazzaretti e sorvegliare 
il trattamento dei medici. 

Non è un mistero, del resto, che al Tumiati, 
al De Martino, al De Maria sono stati opposti 
ripetutamente ostacoli gravi per i loro viaggi nella 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 209 

provincia, mentre i francesi, come il Mathui- 
sieulx, ottenevano subito gli irade imperiali. 

Ci si occupa di tutto questo in Italia ? Certo 
che no. Nessuno ha pensato a secondare gli ot- 
timi agenti che avevamo laggiù, come l'Aronne 
in Cirenaica, il Terreni in Tripolitania. Nel regno 
vi è la congiura ufficiosa del silenzio intorno ai 
pochi entusiasti che visitano questi paesi e gri- 
dano forte i loro ideali. 

A Bengasi si è tentato d'impedire ai proprie- 
tari di stabili di affittare ad italiani; si è ingiunto 
sotto pena di carcere ai sudditi ottomani di non 
frequentare le nostre scuole; si è vietato ai fun- 
zionari turchi di approfittare dell'ambulatorio e 
del medico italiano. 

Il medico italiano è stato preso a sassate ed 
urlato per le vie di Bengasi dopo la rivoluzione 
di luglio: si è minacciato del carcere un vecchio 
che aveva osato farsi operare da lui. 

Due anni si è fatta attendere dal Caimacan di 
Derna una concessione di terreni, e noi zitti ; si è 
occupato a bella posta il terreno d'un italiano 
con un deposito governativo di sale, e non lo si 
sgombra ; a Tarkuna presso Tripoli — narra Fede- 
rico De Maria — si è scoperta per opera d'una 
spedizione militare una rovina antica, e si è ordì- 

11 — Castellini, Tunisi e Tripoli. 



2 IO PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

nato di coprirla per tema che gli italiani scavas- 
sero ; si è trattato lungamente con una società 
israelitica, la Jewish Company per la cessione 
della Cirenaica ai fondatori d'un nuovo regno 
ebraico, e noi abbiamo riso ; si è concessa ad una 
società americana la facoltà di compiere scavi 
archeologici in Cirenaica, che furono a noi tardi 
accordati. Soltanto oggi si apprende che la mis- 
sione italiana Halbherr potrà compiere nuovi scavi 
archeologici a Tolemaide. E soltanto oggi si con- 
cede alla missione Sforza l'esplorazione mineraria 
dell'interno, perchè analoghe concessioni furono 
date a tedeschi e francesi. 

Il nuovo Vali, Hibraim Pascià, mandato a 
Tripoli per osteggiare ogni iniziativa italiana 
e successo a Regieb Pascià e ad Hussein Husni 
Pascià sceglie a proprio confidente il dott. Tilger, 
il console tedesco di Tripoli, e dà ai connazionali 
del Tilger ogni concessione. (Egli è dipinto come 
un uomo rozzo e fanatico, ed ha istituito a Tri- 
poli di nuovo la pena di morte). Il cabottaggioche il 
nostro Marco Aurelio compiva su la Tripoli-Ben- 
gasi-Derna-Solum, cessato il 30 di giugno 1910, 
verrà ripreso tra poco, ho detto, dall'agenzia di 
Derna della Deutsch Levant Linie. 

E andiamo innanzi ancora. Or è poco il tenente 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 211 

d'artiglieria austriaco von Kraft è sceso a Tripoli, 
per preparare la via alla grande spedizione Hart- 
bauer che attraversa la regione per recarsi nel 
Sudan e che costerà quattrocentomila corone. Chi 
lo osteggia ? Non i turchi di certo : forse i francesi, 
cui premono le mal custodite oasi del confine oc- 
cidentale. 

Che più ? Si tenta dalle autorità locali di far 
annullare un prestito che il Banco di Roma, già 
violentemente osteggiato dalla Banque imperiale 
ottomane, aveva contratto; si presentano inter- 
pellanze dai deputati di Tripoli intorno alle scuole 
turche e italiane. 

Intanto un libellista argentino, Carlo Guzman, 
sfrattato da Tripoli mesi sono per le sue diatribe 
anti-italiane, tenta di scendere nuovamente nel 
vilayet. Il console Pestalozza minaccia uno scan- 
dalo, il ministro degli esteri protesta, la flotta si 
arma, la Turchia cede e il ministro annuncia in 
Consiglio il 27 di gennaio che l'incidente è 
risolto e che i diritti d'Italia sono salvaguardati. 

Fumo negli occhi. Poiché, mentre l'Italia uf- 
ficiosa si appaga, il vice-console nostro a Tripoli 
Spanò, che aveva tentato energicamente di far 
arrestare il Guzman, è querelato dai facchini del 
porto, ch'egli aveva rimbrottato perchè non lo 



212 PARTE SECONDA — GLI ITALIANI IN AFRICA 

secondavano. E il Vali di Tripoli — pare — dà 
corso alla querela... 

Né il Guzman è il solo libellista che ci sia ne- 
mico, poiché la moglie del sanitario generale del 
vilayet, che con lo pseudonimo di Guy d'Aveline 
aveva scritto su una rivista francese parole dif- 
famatoci intorno agli italiani, nonostante ogni 
protesta nostra, è lasciata a Tripoli indisturbata. 
A questo siamo ridotti: a lasciarci insultare da 
una donna. 

Ancora una volta : che vogliamo di più ? 

Eppure, c'è qualcos'altro. Mentre queste pa- 
gine si stampano, la situazione va facendosi sempre 
più grave. Non c'è che da narrare, episodicamente. 

Il Guzman parte, sì, ma per proprio conto, e 
va in Tunisia a far gli affari dei francesi, cioè per 
conto d'un oleifìcio che deve sorgere di fronte a 
quello italiano del Baldari. I turchi si vendicano 
di noi nei modi più comici: bocciando in un col- 
loquium a Costantinopoli il nostro medico Zac- 
caria, per vietargli di esercitare la professione a 
Tripoli, dove si concede l'apertura d'un ambu- 
latorio al tedesco dottor Fischer. 

Il Vali riconosce la necessità dell'allacciamento 
telegrafico con la Tunisia, e di quello ferroviario 
con l'Egitto e le trattative in proposito si aprono. 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 213 

Intanto il Banco di Roma è costretto ad abban- 
donare le cave di pietra situate nella zona mi- 
litare e a chiudere un molino a cilindri per il di- 
vieto d'uso dei motori. 

La Marcia Reale è proibita nei cinematografi 
per ragioni di prudenza (!) Un periodico turco, or- 
gano del Vali, c'insulta a sangue. 

Ma tutto questo significherebbe ben poco se 
non ci sovrastassero minaccie più gravi: la que- 
stione degli zolfi, la questione di Gadames e la 
questione del Vali. 

Su la questione degli zolfi non mi diffondo, 
perchè le notizie non sono sicure: certo è che gli 
americani tenteranno di muoverci concorrenza 
nello sfruttamento minerario in Cirenaica, e non è 
chi non veda i danni che ne potrebbero venire alla 
Sicilia. Mentre gli americani pensano agli zolfi, i 
francesi (con a capo l'ing. Hégly dei Lavori pubblici 
tunisini) ottengono l'incarico per i lavori d'irriga- 
zione che la Turchia vuol compiere sbarrando gli 
uadian e guidandone le acque in tutta la regione. 

La questione di Gadames è semplice. Il 15 feb- 
braio si diffonde a Roma la notizia che, per accordi 
franco-turchi, anche l'oasi di Gadames, l'impor- 
tantissima località carovaniera ricca di novan- 
tadue villaggi e intersecata da otto strade, è per 



214 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

cadere sotto l'influenza francese. Il 3 di marzo 
Fon. Baslini interpella in proposito il ministro 
Di San Giuliano che nega assolutamente — secondo 
verità — che l'oasi di Gadames sia per cadere in 
mani francesi. «I^a convenzione 19 gennaio 1910 
— egli dice — ha fissato il tracciato della fron- 
tiera tunisina in maniera che l'oasi di Gadames 
conserva lungo tutta la frontiera tunisina una zona 
avente un raggio di 15 chilometri ». Epperò, nel re- 
soconto ufficiale fa aggiungere questa frase taciuta 
alla Camera : « I punti d'acqua di Zar e di Mechiguis 
sono tagliati in due parti dalla linea di frontiera in 
guisa che la Tunisia ne possiede una sola parte». 

Doppia dimostrazione della vana scaltrezza del 
ministro e della possibilità di concessioni future, 
disastrose ! 

E la cronaca del mese si compie col famoso tele- 
gramma alla Tribuna da Costantinopoli, del 2 marzo : 

« In questi circoli governativi si smentisce la 
notizia che il governo italiano abbia chiesto il 
trasloco del Vali di Tripoli. 

« Corre invece la voce che il governo ottomano 
abbia fatto comprendere al governo italiano, in 
modo riguardoso , che sarebbe desiderabile il trasfe- 
rimento dei consoli italiani a Tripoli, a Bengasi, 
a Ho dei da ». 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 215 

O ironia ! E intanto il Vali non riceve il Console 
generale d'Italia dalla fine di gennaio: comunica 
con lui a mezzo di lettere e d'interpreti. Cioè 
l'Italia e la Turchia hanno rotto i rapporti diplo- 
matici a Tripoli: sono in istato di guerra. 

Ma invece d'inviare a Tripoli i nostri incrocia- 
tori, noi attendiamo di veder un giorno le nuove 
Dreadnoughts turche di fronte a Bari. E i gior- 
nali di Tripoli dicono, non per celia, che le navi 
turche bloccheianno Lampedusa ! 



* * 



Un retore dell'antica maniera chiuderebbe 
questa serie edificante di notizie, ripetendo forse 
il carducciano verso bestemmiatore: La nostra 
patria è vile. 

Non io lo ripeterò. L'Italia può mutare via, 
ed è ormai giunta ad una svolta della propria 
storia, che assicura l'avvento della coscienza nuova. 

Conviene che il nostro paese prenda esempio 
dagli inglesi che hanno risuscitato l'Egitto, dai 
francesi che hanno risanato la Tunisia. L'Italia 
smetterà l'antico sistema. Non dirà più alla terra: 
fai tu. Trasformerà la sua nuova colonia nello 
sbocco delle attività accumulate nella madre patria. 



216 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

Si è detto dagli oppositori del nazionalismo 
che il problema dell'emigrazione è per l'Italia 
non un problema esterno, ma un problema in- 
terno. Un problema interno, sia pure: ma poiché 
l'emigrazione esiste e sussiste, e non basta la 
nostra terra ai nostri bisogni, e non possiamo — 
attendendone la redenzione interiore — far lan- 
guire molte generazioni, occorre che noi facciamo 
di un'altra regione la nostra vicina terra promessa. 

Conviene che il paese soccorra iniziative pri- 
vate, favorisca il commercio della regione tri- 
polina, indirizzi laggiù gran parte dell'emigra- 
zione che a Tunisi ridonda; lusinghi gli arabi e 
li avvicini a noi. 

Ma se, come ammoniscono i savi, non occorre 
gridare ogni giorno in Parlamento o nella stampa : 
« L'Europa ci ha concesso la Tripolitania. Che 
si fa ? » non conviene neppure soffrire intimi- 
dazioni. Noi le soffriamo ogni giorno. Se non ci 
muoviamo, siamo morti. Non si ripeta la favola 
di Tunisi : « Il pericolo per l'Italia sta nella sua 
inerzia. Se nulla facendo essa, i capitali della 
Germania fluiranno su queste contrade, nascerà 
uno stato di fatto più forte dei protocolli ». Poiché 
il pericolo è vicino, carità di patria vuole che lo 
si riveli; così parla il senatore De Martino. 



XII. ANDIAMO A TRIPOU ? 217 

Tale stato di fatto noi dobbiamo far nascere 
a nostro vantaggio. Altrimenti non solo la Ger- 
mania, ma la Francia e l'Inghilterra ci insidie- 
ranno. La Francia ha già avanzato il suo confine 
nel 1892 per venticinque chilometri verso Tri- 
poli; l'Inghilterra nel 1907 ha mandato un 
incrociatore egiziano a Bengasi, e ha permesso 
che ufficiali armati scendessero in Cirenaica a 
rendere giustizia, per conto dell'Egitto, in una 
contesa in cui i turchi si erano mostrati impo- 
tenti. Il precedente potrebbe servir d'argomento 
per contestazioni future. 

Non basta che si mormori da noi platonica- 
mente che la penetrazione commerciale è suf- 
ficiente. 

« Noi facciamo la politica della penetrazione pa- 
cifica — scrive amaramente il Beltramelli nel suo 
ultimo volume — la quale politica, se dovesse es- 
sere definita garbatamente lo sarebbe a un di- 
presso così: Quella cosa per cui uno spende 
molti soldi per buscarsi qualche calcio a tramon- 
tana e dire: Grazie, e tante scuse!... 

La nostra influenza morale diventa di giorno 
in giorno sempre più quella graziosa e ridevole 
cosa che tutti conosciamo... 

I consoli raccomandano la pazienza, la rasse- 



2l8 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

gnazione, la bontà, sante virtù cristiane che nel 
campo politico hanno un logico valor negativo; 
biasimano gli atti energici, e se qualcuno fra di 
loro ha un'opinione diversa, non può mantenerla 
che a suo rischio e a suo danno. 

I Giovani Turchi... vogliono ostacolare in qua- 
lunque modo l'impiego del capitale italiano in 
Cirenaica, e siccome non sono forti e non possono 
opporsi con la violenza, si adornano di sorrisi e 
di salamelecchi, e con mille scuse e con inchini 

profondi ci mettono soavemente alla porta 

Favorire un russo, un inglese, un patagone, sì; 
ma un italiano, no. 

In Tunisia i francesi ci trattano come bestie 
da soma, ci negano le scuole, ci fanno una colpa 
di essere italiani; e noi zitti; in Tripolitania suc- 
cede altrettanto, e noi raccomandiamo il silenzio 
e ci umiliamo. 

La linea di navigazione, sussidiata dal Governo, 
la quale partendo da Catania tocca la Tripolitania, 
la Cirenaica, l'isola di Creta, Smirne e Costanti- 
nopoli (linea istituita a solo beneficio dei turchi) 
ha dato fino ad ora risultati magnifici. 

La nostra penetrazione a Derna, a Bengasi, 
e a Tripoli si svolge indisturbata, e gli ingenui che 
si rivolgono ai nostri consoli per aver schiarimenti, 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 219 

li trovano fermi in un gesto ieratico come il dio 
indiano accosciato sul fiore di loto; le mani sul 
ventre dorato ». 

Questa è la nostra penetrazione economica, 
mentre i tedeschi a Bengasi, a poche ore dalla 
Sicilia, importano... il marsala tedesco ! 

Considerata così come infruttuosa la semplice 
penetrazione pacifica, non ci deve sgomentare 
l'ipotesi di un'occupazione militare. La Turchia 
non è in grado di opporre maggiore resistenza 
di quella che abbia opposta nel 1908 all'Austria: 
proteste, e nulla più. 

Chi conosce le murate di Tripoli e il fortino di 
Bengasi, sa che noi potremmo levare un giorno 
il tricolore da Tarabulus-el-Garb a Tobruk, forse 
senza spargere una goccia di sangue. 

Ma non è a dire che ciò debba durare in eterno : 
la Turchia arma; e le voci dell'aumento di guar- 
nigione in Tripolitania non sono infondate, e la 
flotta sarà fra pochi anni potente. Sopra tutto 
— e questo fenomeno deve preoccupare — lo 
stato d'animo degli indigeni di fronte all'Italia 
muta a vista d'occhio: il nostro paese decade 
moralmente nella loro considerazione. 



220 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 



* 
* * 



Nel 1881 abbiamo perduto Tunisi, né la reden- 
zione di quella terra ci tange come un problema 
d'oggi. Ho già detto quale compito culturale ci 
spetti laggiù. Dobbiamo perdere — e perderemo 
certo, non occupandola — Tripoli ? Chi non ha 
riflesso ormai alle condizioni che c'impongono 
questa integrazione della nostra terra, alle nostre 
condizioni disperate, se — toltoci l'Egitto e poi la 
Tunisia già semi-italiana — ci venisse a mancare 
ora anche lo sbocco della Cirenaica ? 

Iva risposta ch'io domandavo al lettore è im- 
plicita in queste ultime parole. Né si venga a van- 
tare la tradizione della politica italiana dalle 
mani nette: tradizione che non ha valore in po- 
litica e che non ha mai corrisposto ai nostri sen- 
timenti. Io non so, del resto, se sia compito di 
civiltà più alto lasciare nel centro del Mediter- 
raneo una terra chiusa ad ogni barlume di vita 
nuova, o toglier questa terra dalla tutela di 
una nazione degenerata. Ed è miglior senti- 
mento quello che c'impedisce... una usurpazione, 
o quello che ci consiglia di proteggere italiani 
avviliti e dispersi ? 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 221 

Nell'ora presente si leva dinanzi all'Italia una 
grande figura ignota : quella della giovine Turchia. 
Nonostante ogni apparenza, un conflitto con la 
Turchia dovrebbe oggi esser più vicino che un 
conflitto con l'Austria. Le nostre Dreadnoughts 
prima di cimentarsi per la supremazia dell' A- 
marissimo dovrebbero occupare la rada di Tobruk. 

L'ostilità con l'Austria è antica e latente: non 
può morire, ma può durare. L'ostilità con la 
Turchia è più recente e meno profonda: la psi- 
cologia insegna che le crisi temporanee si risol- 
vono subito. Superata questa crisi, che non è 
senza legami col nostro massimo problema, avremo 
cervello e mani più libere per affrontare anche 
questo. 

La questione di Tripoli racchiude in iscorcio 
tutto il grande problema italiano di oggi, poiché 
racchiude in se anche un vasto problema ideale 
che trascende le contingenze di fatto della que- 
stione presente: la coscienza nazionale italiana 
che risorge sente la necessità d'un'affermazione 
imperiale. 

Altri stati ci additano oggi la via: l'Austria 
stessa, che s'inorienta nei Balcani, che manda 
in Tripolitania una spedizione esploratrice, che 
arma navi le quali dovevano essere ignote alle 



222 PARTE SECONDA — CIJ ITALIANI IN AFRICA 

sue chiuse sponde; la Spagna, che, battuta nel 
1898, va a cercare di là dello stretto, a Melina, 
le vestigia e la promessa di un nuovo dominio 
africano. 

L'ora propizia giunge per l'Italia, mentre una 
profonda crisi psicologica matura nel paese: ed 
è la crisi nazionalista. Risolvendo il problema di 
Tripoli, noi concorreremo alla soluzione di un 
problema interno — quello dell' emigrazione — 
e di un problema estero, di sicurezza e di dignità. 

In fondo, i grandi problemi si risolvono sol- 
tanto quando le necessità pratiche di cui sono 
materiati s'incontrano su la via della storia con 
le circostanze esteriori che ne possono agevolare 
lo svolgimento. Forse questa è per l'Italia l'ora 
propizia: l'incontro della realtà e della fatalità 
è per avvenire nella sua storia. 

Se in questo momento noi avessimo alla testa 
del paese un uomo, il problema sarebbe senz'altro 
risolto. Non l'abbiamo: forse l'uomo si rivelerà. 
Ma, al posto di un uomo, noi possiamo aver oggi 
— e la vita moderna consente siffatte sostitu- 
zioni di forze collettive a forze singole — la 
coscienza nazionale tenace e volenterosa. Molti 
movimenti furono iniziati così. Anche il Risor- 
gimento d'Italia si è iniziato senza che una guida 



XII. ANDIAMO A TRIPOLI ? 223 

subita apparisse. Guide silenziose vi erano: ma 
si rivelarono poi. 

La nostra guida, oggi, può essere un'ombra. 
E l'ombra si chiama Francesco Crispi. Apparve 
or sono molti anni, tentò la sua via, fallì. Non 
si era incontrata, nel suo fatale andare, con 
la coscienza nazionale. Quello che non fu com- 
piuto, si compirà. Chiameremo la guida un pre- 
cursore. Francesco Crispi, che molto errò e molto 
sofferse, ne è degno. 

Laggiù, dove si dolora e dove si combatte, queste 
cose si sentono già: Crispi è grande come sono 
grandi, nella storia dei popoli, soltanto i fortunati. 

Vi è a Tunisi — ed io ho visto un giorno con 
commozione il piccolo luminoso edificio — ■ un 
asilo infantile italiano che fu intitolato sponta- 
neamente a lui. Quella intitolazione mi pare un 
omaggio degno e significativo. Quale eroe potreb- 
bero ricordare laggiù italiani memori e fiduciosi ? 

I giovinetti nostri coloni apprendono così la 
lingua di Dante, l'unico stigma italiano che 
ancora li contrassegni, nell'asilo che a loro ricorda 
l'unico italiano che li volle italiani, e che volle 
la sua terra più grande e più forte per loro. 

Da quelle giovanili anime che apprendono, un 
insegnamento tacito viene anche a noi. L'inse- 



224 PARTE SECONDA — GU ITALIANI IN AFRICA 

gnamento non si estingue, e, come darà frutti 
laggiù, darà frutti tra noi nell'avvenire. 

Poiché, disse un giorno Francesco Crispi alla 
Camera (e disse la frase più superba che Mon- 
tecitorio abbia mai udita) : « Il mio nome è 
domani ». 

E il domani, per la fortuna d'Italia, verrà. 









Nota bibliografica* 



Annuario delle scuole italiane all'estero. Roma, 1910. 
Atlante d'Africa, disp. VII (A. Ghislieri). Bergamo 1906. 
Antonio Beltramelli, Il diario d'un viandante. Milano, 191 1. 
Gaston Boissier, L'Afrique romaine. Paris, 1907. 
Bollettini consolari, dell'emigrazione, del ministero degli affari 

esteri (cfr. R. Motta, 1898; E. Chicco, 1901; T. Car- 

LETTI, 1903; A. Medana, 1904; U. Sabetta, 19 io, ecc.), 

Roma. 
Bollettino del Ministero d'A. I. e C. (cfr. particolarmente: 

S. Giannò, 1900 -1902). Roma. 
Bollettino della Camera di Commercio di Tunisi: passim, 

Tunisi. 
Bollettino della Società Africana (cfr. Mamoli, 1898, ecc.) 
Bollettino della Soc. Geogr. Ital. (cfr. PEDRETTI, 1903, ecc.) 
Attilio Bruniai/ti, Algeria, Tunisia, Tripolitania. Milano, 

1881. 
— L'Italia e la questione coloniale. Milano, 1885. 
Gustavo Coen, Andiamo a Tripoli? Livorno, 1902. 
Enrico Corradini, 77 volere d'Italia. Napoli, 1911. 
G. Della Cella, Viaggio da Tripoli alla frontiera dell'Egitto. 

Genova, 18 19 
Giacomo De Martino^ Cirene e Cartagine. Bologna, 3908. 
L'Esploratore: passim cfr. 1880-95: CampeRIO, Bettoli, 

Mamoli, Bencetti, Milano. 
L' Esplorazione commerciale : passim Milano. 
La Géographie (cfr. 1903 04: Mathuisieulx). Paris. 

15 — Castellini, Tunisi <• THpoH. 



226 NOTA BIBLIOGRAFICA 

L. H. Grothe, Tripolitanien. Leipzig, 1898. 

V. Grossi, Questioni diplomatiche e coloniali. Roma, 1898. 

G. Haimann, Cirenaica. Milano, 1885. 

G. Hildebrand, Cyrenaika. Bonn, 1904. 

Italia coloniale (cfr. 1901-04: Candiani, OBERTi, SABETTA, 

Vinassa DE REGNY, ecc.) Roma. 
L'Italia all'estero (cfr. 1909: D10TALLEVI, Checchi, Felici). 

Roma. 
Paul Leroy -Beauliett, L' Algerie et la Tunisie. Paris, 1887 

(e successive edizioni). 
Gaston LoTh, Le peuplement italien en Tunisie et en Algerie 

Paris, 1905. 
— La Tunisie et l'oeuvre du proteciorat francais. Paris, 1907. 

F. MtnuTilLI, La Tripolitania. Torin ■>, 1902. 

G. NachtiGAL, Von Tripolis nach Fezzan. Gotha, 1879. 
Nuova Antologia (cfr. 1885: BrunialTi, e passim). Roma. 
Battista Pellegrini, Verso la guerra ? Roma, 1906. 
RENÉ Pinon, L'empire de la Mediterranée. Paris, 1904. 

L. Plafayr, Bibliography of the Barbary States: Tripoli and 

the Cirenaica London, 1892. 
Questions diplomatiques et coloniales : passim, Paris. 
E. RÉCLUS, Géographie, voi. XI. Paris. 
G. RicchiEri, La Tripolitania e l'Italia. Milano, 1902. 
Rivista militare italiana (cfr. i9io:AFRiT, e passim). Roma. 
R. Rizzetto, La Tripolitania quale risulta dai viaggi di 

G. Rohlfs. Roma, 1883. 
G. Rohlfs, Von Tripolis nach Alexandrien. Brema, 1871. — 

— Die Bedeutung Tripolitaniens. Weimar, 1877. 
Revue de deux mondes (cfr. 1899: Leroy- Beaulieu). Paris. 
Jules Saurin, L'invasion sicilienne et le peuplement franfais 

de la Tunisie. Paris, 1901. 
G. SchweinfurTH, Ein Besuch in Tobruk. Berlin, 1883. 
Le Tour du monde (cfr. 1902: M athuisiEulx) . Paris. 
Domenico TumiaTi, Tripolitania. Milano, 1905. 



INDICE 



Prefazione Pag. vii 

Parte Prima. 
VISIONI D'AFRICA 



I. Prologo sui. Tirreno » 3 

Manovre d'imbarco — Psicologia del cavallo che sale a bordo 
— A traverso la linea di blocco — ■ Il mare dei Mille — 
Coste di Corsica — Il nostro capitano — Visioni e chiac- 
chiere a bordo — Polemiche africane — I,a morte di padre 
Giustino — Liberismo e protezionismo... — Il tramonto 
a Caprera. 

II. Da Cagliari a Tunisi » 19 

Iva Sardegna nella letteratura — Galeotti a bordo — Il mer- 
cato di Cagliari — Memorie di Casa Savoia — Paesaggi 
del Campidano — I,a civiltà e il cinematografo — Mezza- 
notte in alto mare — Nel canale della Goletta — Turbe 
tunisine — I « souks » — Dinanzi alla porta di un « harem ». 



228 INDICE 

III. Per le vie di Tunisi Pag. 29 

Panorama dal Dar el Bey — La mano d'opera italiana — 
Il tram, coefficiente di civiltà — Il castello del Bardo — 
L'apologo di un colonnello francese — Tribunali arabi — 
La legge del Corano — Un divorzio — Le lagrime della 
donna araba — Un morto che non può essere sepolto 

— Il notaio Gobrane — La città notturna — « Retraite 
aux flambeaux » — Nella a cuba » del Belvedere. 

IV. Nell'Africa romana 

Da Cartagine alle catacombe di Hadrumetum » 43 

La stazione di Salammbo ! — Il colle della Byrsa — Un 
re santo e un cardinale imperialista — L'ombra di Di- 
done — La Nike di Cartagine — L'ora francese — Vento 
di mare — Beduini a bordo — Susa moderna — Susa 
araba — Susa antica — I primi cristiani nelle catacombe 

— Inno al sole. 

V. Islamismo e romanità in Tunisia 

Dalla Città Santa all'anfiteatro d'El Giem » 35 

Nel treno di Kairuan — Rebecca alla fonte — La tomba 
del Barbiere — Notti d'Africa — Le colonne del Para- 
diso — Alba su le paludi — In automobile su la via del 
Colosseo — Una carovana — El Giem — « Aere gallico, 
ausu romano » — Turismo africano — Sfax, i fosfati e i 
negri. 

VI. Tripoli d'occidente » 69 

Nella Piccola Sirte — L'oasi fantastica — L'isola di Calipso 

— Dal Brennero a Tripoli — Un nido di corsari — In- 
dolenza turca e italiana — Soldati e ufficiab' — Il 

quartiere israelita — Il mercato dei cammelli — Marco 
Aurelio e il salumiere — Gli iconoclasti al caffè. 



INDICE 229 

VII. L'Oasi ed il deserto Pag. 79 

L'Eden — Sanie della Menscia — L'orlo del deserto — 
L'assassinio di Gastone Terreni — Un albergatore patriota 

— I tedeschi e l'acquisto dei terreni — Il Banco di Roma 

— Donne d'Italia. 

Vili. Epilogo nel Mediterraneo ... » 89 

Da Malta a Siracusa — Campane cristiane — Burrasca di 
mare — Scheletri d'eroi — Fantasmi di corsari — Nella 
terra della poesia — La fonte d'Aretusa — Sicilia 
greca e garibaldina — Dalla cupola dei Benedettini — 
Taormina ellenica — La porta sull'Oriente. 



Parte Seconda. 
GLI ITALIANI IN AFRICA NELL'ORA PRESENTE 

IX. Tradizioni italiche in Barberia 

II passato » 107 

Roma nel Mediterraneo • — Le due eredi latine — Un araldico 
«bon mot» — Vicende di Tunisi e di Tripoli — L'ammiraglio 
Emo a Tunisi — Giorgio Mameli a Tripoli — Il trattato 
del Bardo e il grido di Garibaldi — I francesi a Tunisi — - 
L'incognita di Tripoli. 

X. Italiani e francesi in Tunisia 

II presente » 123 

Una città italiana occupata dall'esercito francese — La Tu- 
nisia... senza confini — L'amministrazione del protettorato 

— Operai italiani e capitalisti francesi — Gente e lingua 

— Le scuole italiane — L'incidente di Bu-fisha e le lagrime 
d'un ministro — La convenzione del 1896 — L'irreden- 
tismo di Tunisi — Italia e Francia. 



230 INDICE 

XI. Italiani e turchi in Tripolitania 
L'avvenire Pag. 155 

Il motto di Catone — Geografia della Tripolitania — Flori- 
dezza dell'orto delle Esperidi — Bilanci turchi — Il com- 
mercio e la navigazione — Un bagno nelT « hammam » 
— L,e nostre scuole — Parole profetiche — I,' « hinterland » 
di Tripoli e la transahariana — Tobruk, chiave del Medi- 
terraneo orientale — La staffa imperiale d'Italia. 

XII. Andiamo a Tripoli ? » 193 

Nota bibliografica . » 225 



COMPOSTO E FUSO CON MACCHINE 

— MONOTYPE ===== 



LA CIVILTÀ CONTEMPORANEA - N. 9. 



G. CASTELLINI 




TUNISI e TRIPOLI 




TORINO 
FRATELLI BOCCA EDITORI 

MILANO-ROMA 



1911 




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0. SCHMITZ 



La Società Francese osservata la un Tedesco 

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Prefazione. - Introduzione. - Primo intermezzo: Tedeschi e Francesi. 
- Secondo intermezzo: All'estero con Francesi. - I. Fermenti. - i. Spirito 
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IX. Perchè le leggi di separazione non erano tiranniche. - X. Le con- 
raddizioni e la mala fede del Papa nel suo conflitto colla Francia - § 1. 1 mo- 
vi del Papa. - XI. Le contraddizioni, ecc. - § II. Il rifiuto delle asso- 
azioni cultuali. - XII. Le contraddizioni, ecc. - § III. Gli inventari e la 
tsorganizzazione della Chiesa di Francia. - XIII. Le contraddizioni, ecc. 
§ IV. La riorganizzazione del culto per parte del clero ed il rifiuto delle 
uitualità sacerdotali per parte del Papa. - XIV. Il clericalismo negli 
tri paesi cattolici. - XV. Il clericalismo nei paesi protestanti. - XVI. A che 
jsa tende la politica del Papa. - XVII. La posizione religiosa déll'In- 
ìilterra, della Germania e della Francia. 



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G. BEVIO NE 

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Un voi. in-ió° — L. 5. 
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di Tilly - Gli italiani che hanno successo a Londra: a) Da Saffren Hill a 
Soho ; b) L'oro di Vigo - Nuzialità britannica - Le vie del divorzio - «Il giogo » 

- Donne mancate - « Bloomsbury Girls » — II Teatro: Opera inglese - 
La Patti che viene e la Patti che se ne va - La censura - Due drammi rap- 
presentativi : a) « Il Re dei Giornali » ; b) « La Lotta » - La pantomima in 
Inghilterra - Le vittime di Peter Pan - Lady Godiva - La caccia alle stelle 

- Maud Allan. — Lo Sport: Gli sports universitari: a) A Oxford e Cam* 
bridge; b) Al Queen's Club; e) Sul Tamigi - Vanderbilt cocchiere - La vit- 
toria del negro - La finale del Cup-Tie - Signorinetta - Il Derby sotto la 
pioggia - Caravanning - Pheidippides. — Il Giornalismo: la signora Truth 

- Gli epuratoli - Il libro di Bottomley - Fra giornalista e deputato - Le 
spine del Times - Giornalismo inglese e giornalismo italiano. — La trama 
dell'Impero: « Octopus » - Le nebbie e il « sol dell'avvenire » - Campi d'oro 
isteriliti - Operai-padroni - Walter Crane esteta del socialismo - La flotta 
del Tamigi - I luppoli del Kent - Ora decisiva - Ln settimana nera - Il 
« Budget » di Lloyd George - L'insularità. 

L'ARGENTINA 

Un voi. in- 1 60 — L. 3,50. 

Prologo. - « Nuestra gran capital ». - La vita nel testone. - Perchè l'Ar- 
gentina non si popola. - « La curée ». - Dittatura col berretto frigio. - Giu- 
stizia « criolla ». - L'« estancia »; - Il campo. - Dove gli Argentini sono 
grandi. - Quando la ruota si fermerà. - Gli Italiani in Argentina: a) Ci' 
che dovrebbero essere; b) Ciò che sono. - Le colpe della madre patria 
Le colpe della colonia. -Il caso Ferri. -La conquista del mercato. -L'avvenire 



UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 



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